In questa pagina verranno inserite le biografie dei neresinotti di ieri e di oggi, dei loro famigliari e discendenti, particolarmente distintisi con le loro opere, azioni, comportamenti, che abbiano contribuito, direttamente o indirettamente, a onorare Neresine nel campo civile, religioso, culturale, professionale, economico, sportvo, ecc.
Attendiamo segnalazioni. I testi saranno inseriti in modo assolutamente casuale.
Inauguriamo questa rubrica con un semplice e noto personaggio della vecchia Neresine, pubblicando il necrologio apparso su una vecchia DIFESA ADRIATICA a firma di P. Flaminio Rocchi. La documentazione ci è stata gentilmente inviata da Oreste Pocorni e dalla moglie Giuliana.
Il 24 aprile 1984 è piamente deceduto a Neresine il signor Gigi Sigovich. Era nato il 6 giugno 1905 e per 65 anni aveva esercitato il mestiere di calzolaio. Uomo cordiale, allegro, simpaticissimo. Attraverso le scarpe conosceva la vita e i segreti di tutto il paese. Nonostante una noiosa infermità, aveva trasformato il suo laboratorio in un salotto. Piccolo, seduto davanti al suo deschetto, rigirava tra le mani, come giocattoli, gli scarponi, scorticati sulle rocce ed i sandaletti da spiaggia, le ciabatte e le scarpette col tacco a spillo. Scuoteva la testa, ma aveva un rimedio per tutti. Parlava, sorrideva e contemporaneamente manovrava come un giocoliere il trincetto, la raspa, la lesina, il martello, il tirasuole. In un attimo le puntine dalle sue labbra scomparivano nella suola sotto una martellata. Con le sue lunghe braccia tirava lo spago resinato e lo infilava crine contro crine, come un prestigiatore. Risuolava, rappezzava, imbullettava, incollava tutto. Infine levigava, lucidava e con un’ultima carezza della mano ti consegnava la scarpa rifatta, nuova. Con la sua morte si è chiuso anche il suo salotto. E’ scomparsa una istituzione. Tutto il paese se ne è accorto e lo ha accompagnato prima in chiesa, poi in cimitero, mentre le campane annunciavano tristemente la morte di un artigiano semplice, ma di un grande amico. Peccato – avrà detto – che in paradiso gli angeli non portino le scarpe.

FULVIO BRACCO è mancato sabato 21 aprile 2007, presidente onorario dell’omonimo gruppo farmaceutico. Nato nel 1909 a Neresine da famiglia di sentimenti italianissimi a cominciare dal bisnonno Giovanni cosi come il padre Elio e la madre Nina Salata di Ossero, sorella dello storico Francesco. Il padre paga lo spirito irredentista con due anni nel carcere politico di Graz, dove però imparerà il russo e il tedesco, Fulvio stesso con la mamma e il fratello Tullio, vengono internati nel campo di concentramento di Feldbach. Alla fine della grande guerra la famiglia si ricompone a Neresine dove il padre Elio riprende la guida della comunità italiana del paese, assumendo anche cariche governative nell’isola. Successivamente viene nominato Sottoprefetto a Trieste.
Nel 1927 la famiglia si trasferisce a Milano dove il padre Elio da inizio alla lunga avventura dei Bracco nel settore farmaceutico “Quasi per caso, e per fortuna” ricorda la figlia Diana Bracco, attuale presidente e amministratore delegato del gruppo, la proposta arrivò da un amico tedesco. “Alla Merck serviva una presenza in Italia” e Bracco, nonostante non sapesse nulla di quel business, accettò. “E presto diventò un uomo amatissimo dalla classe medica. Segno che era entrato in pieno in un mondo che non era il suo”. Questa onesta rivelazione di una cosi autorevole dirigente e stretta componente famigliare, mi autorizza a riportare quanto sentito da sempre in famiglia, e cioè, che il fortunoso incontro con il personaggio sopra citato, avvenne per puro caso in uno scompartimento di un treno e la proposta dell’allora sconosciuto compagno di viaggio scaturì da una normalissima conversazione, ovviamente in tedesco, imparato nel carcere di Graz! Nasce cosi la “Società Italiana Prodotti E. Merck”. Nel 1934 il venticinquenne Fulvio, già laureatosi in chimica e farmacia, viene assunto in azienda e successivamente nominato direttore tecnico. Nel 1936 la denominazione dell’azienda viene modificata in “Società anonima Bracco già italmerck”. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale il padre Elio lascia al figlio Fulvio la responsabilità dell’azienda, anche per dedicarsi da buon patriota alla causa dei profughi istriani e dalmati, attraverso la costituzione dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia che contribuirà a fondare. Elio Bracco morirà a Roma nel 1961. Con piacere inserisco un piccolo ricordo personale, verso la fine degli anni ‘50, Elio Bracco venne a Marghera in occasione di un’inaugurazione che non ricordo di che tipo, ci andai con mio nonno Giacomo Canaletti che come neresinotto e suo coetaneo lo conosceva bene, dopo i saluti tra i due, Elio Bracco chiese al nonno chi era quel bambino che teneva per mano, con un malizioso “Questo non pol esser tuo fio”e il nonno di rimando ”No, ma non el podaria esser gnanca tuo” con riferimento scherzoso all’età dei due amici. Fulvio avvia lo stabilimento di Lambrate, quartier generale del gruppo, e lancia l’azienda nel nuovo settore della diagnostica medica, individuando nei mezzi di contrasto il settore privilegiato di produzione, di ricerca e sviluppo su cui puntare. Questa scelta strategica ha aperto la strada maestra nel raggiungimento di risultati e traguardi sempre più prestigiosi. Fulvio Bracco diviene esponente di primo piano della chimica farmaceutica italiana e figura di spicco del mondo industriale del nostro paese. E’ stato tra l’altro vicepresedente di Confindustria, presidente di Assofarma (oggi Farmindustria) e Aschimici (oggi Federchimica). E’ nominato Cavaliere del lavoro nel 1963. Nel 1988 il Comune di Milano gli conferisce la medaglia d’Oro di cittadino benemerito. Nel 2001 riceve dal Presidente Carlo Azelio Ciampi il collare di Decano dell’ordine al merito del Lavoro. Fulvio come il padre non dimenticò mai di interessarsi, nonostante i tanti impegni, del mondo degli esuli e della sua Neresine, fu tra l’altro Presidente Fondatore del Circolo Giuliano Dalmata di Milano, ove grazie a Lui gli esuli trovarono un punto di ritrovo per ricordare la loro terra perduta. Oggi, Bracco è presente in 115 paesi, direttamente o attraverso consociate e Joint-venture. Oltre duemila gli operatori con tre centri di ricerca internazionali: Ivrea, Ginevra e Princeton. Concludiamo questo breve e sicuramente incompleto ricordo di Fulvio Bracco e della sua azienda, riportando la lettera che la figlia Diana ha scritto al Vicepresidente del Comitato ANVGD di Milano sig. Godeas, che dimostra e conferma la continuità del legame affettivo della famiglia Bracco con le nostre terre e con Neresine in particolare.
Caro Amico
Desidero manifestarle la profonda riconoscenza mia e della mia famiglia per la partecipazione e la bella testimonianza da Lei portata a nome degli istriani residenti in Italia alla messa del 2 Maggio scorso in memoria del Babbo. Le siamo in particolar modo grati per le appassionate parole con le quali ha voluto ricordare la figura di mio Padre ed il legame, che è rimasto forte nel suo cuore, con l’amata terra di origine. L’Istria. L’Isola di Lussino, Neresine e, poi il dramma dell’esodo hanno sempre fatto parte dei suoi pensieri. Ogni giorno. Mi sono commossa ascoltandoLa e ho trasecolato udendo che sul sito della Presidenza della Repubblica il Babbo, che si sentiva così italiano, risulta ancora nato a Neresine, Croazia! E’ più che un dovere, per me, riparare ad un errore che è una profonda offesa per la memoria di mio Padre. E anche per me e per la mia famiglia. Sto quindi scrivendo una lettera alla Presidenza della Repubblica richiamando la legge 15 Febbraio 1989 n. 54 e chiedendo venga osservata anche, e soprattutto, dal sito della Presidenza della Repubblica. Ancora La ringrazio per il suo apprezzato intervento e le invio i miei più cordiali saluti. Diana Bracco
Il presidente della nostra Comunità ha inviato alla figlia Dott.ssa Diana Bracco il seguente telegramma: "La Comunità di Neresine in Italia, porge a tutta la famiglia Bracco le più sentite condoglianze per la scomparsa dell'infaticabile imprenditore neresinotto cav. del lavoro Fulvio Bracco. Giuseppe Rocchi"
Nel pomeriggio di domenica 1 settembre 1991, mentre lottava per spegnere un incendio doloso nelle campagne della provincia di Cagliari, precipitava e moriva Simeone Camalich. Non aveva ancora 40 anni, più volte campione italiano di nuoto nelle categorie giovanili e secondo ai Campionati italiani assoluti. Fin da ragazzo coltivò la passione per il volo, aveva frequentato l’Accademia Aeronautica diventando ufficiale pilota, passando poi agli elicotteri svolgendo compiti umanitari, trasporto di feriti, salvataggi in montagna. E’ stato un eroe del nostro tempo, vittima di assassini tra i più vili.
Figlio della neresinotta Marianna Camalich in Camalich, lo ricordiamo in questa sezione attraverso un articolo scritto dal noto giornalista sportivo Aronne Anghileri ed apparso nella Gazzetta dello Sport subito dopo la sua scomparsa.
Mentre era impegnato a spegnere un incendio nelle campagne di Sinnai, nei pressi di Cagliari, il 1° settembre è precipitato con il suo elicottero, ed ha perso lavita, il comandante Simeone Camalich.
Simeone era uno dei nostri, per alcuni anni (fra il 1966 ed il 1969) fra i migliori ranisti italiani, molte volte azzurro nella Giovanile e due volte anche nella Nazionale assoluta, otto volte campione italiano nelle categorie giovanili, sei volte sul podio ai campionati assoluti.
Era soprattutto un atleta splendido, in ogni senso. Un ragazzo fisicamente molto bello, di grande temperamento, di grande educazione, di grande simpatia. Affermarlo adesso può sembrare facile e retorico, dopo questa morte avvenuta mentre si stava prodigando in un’opera di enorme valore sociale, per limitare i danni che squallidi criminali, pronti a trasformarsi in assassini, procurano ogni anno al territorio del paese.
Simeone era veramente un magnifico sportivo ed un fuori classe nella vita. Come nuotatore rinuncio a descriverlo: sono più efficaci quelle frasi staccate che lo riguardano, scritte sui giornali di oltre 20 anni fa, e che riproduciamo a parte. L’uomo merita invece di essere ricordato con parole più attuali. Di campioni, il nuoto italiano ne ha avuti e ne ha molti, di uomini che rischino la vita per assolvere una missione, prima ancora che per mestiere, molto pochi. E’ per questa differenza che Simeone Camalich diviene un campionissimo, è il più importante di tutti.
La sua famiglia proviene dall’Istria: i suoi abbandonarono la natia Lussino dopo la guerra nel 1947, quando centinaia di migliaia di italiani partirono profughi, affrontando un futuro incerto e colmo di amarezza. Giorgio Camalich, capitano lungo corso, si rifugiò a Venezia e lì trovò Marianna Camalich, compaesana e lontana parente. Si sposarono nel 1948: il 21 settembre 1951 nacque Simeone, e l’anno seguente il secondogenito Diego.
Poi il lavoro del capofamiglia consigliò il trasferimento a Livorno, dove Simeone e Diego cominciarono a nuotare, sotto le cure di Gino Piccini, il sanguigno, iroso, appassionante animatore del nuoto labronico per decenni. Piccini oggi ricorda Simeone come il più volonteroso, disciplinato, disponibile dei suoi allievi: “Un ragazzo così bravo che mai mi ha dato motivo di lamentarmi di lui, di fargli un rimprovero. Tecnicamente è stato il migliore del nostro ambiente, dopo Massimo Rosi che disputò l’Olimpiade di Roma”
A 15 anni Camalich cominciò la serie di successi in campo nazionale. Fu avversario di Massimo Sacchi (che andò all’Olimpiade del Messico ed è zio di Luca, attualmente campione europeo), di Maurizio Giovannini, dell’italo-cinese Enrico Benanti. Il fratello Diego, ranista anche lui, si accontentava di arrivare in finale ai campionati giovanili. La prima convocazione internazionale decise il destino di Simeone: ebbe il battesimo del volo in occasione di un meeting ad Atene e tornò con una convinzione: “Mamma, io farò il pilota. Ho visitato tutto l’aereo, sono stato in cabina con il comandante, ed ho deciso che voglio volare”.
Non facile liberarsi della “leva di mare”, alla quale il figlio nuotatore di un capitano marittimo era destinato, ma Simeone ebbe fortuna, trovò comprensione negli alti comandi, e andò all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Suo fratello Diego invece restò in Marina, all’Accademia di Livorno.
Nacque così l’ufficiale pilota Simeone Camalich. Prima in servizio a Lecce dove volava sugli Aermacchi, poi a Frosinone alla scuola degli elicotteristi, poi in altre sedi, soprattutto a Linate, al servizio di chi soffriva, di chi era in pericolo, di chi aveva bisogno di un soccorso urgente in condizioni difficili. Chissà quanti trasporti di feriti e ammalati, chissà quanti salvataggi in montagna ha effettuato. Dopo la sua scomparsa, ho letto parole commosse pronunciate da responsabili del Soccorso alpino: “Era un pilota di altissima professionalità, che sapeva dare il massimo anche nelle situazioni più pericolose. Sapeva infondere fiducia nei propri compagni ed era aperto con tutti, simpatico, cordiale, giovanile. Nelle azioni di soccorso in montagna era ormai diventato un mago”.
In servizio a Linate, tornò in piscina, giocava a pallanuoto con il Cus Milano. Fu in occasione di una serata con alcuni compagni di squadra che conobbe Sabina Plizzi, cortinese residente in Lombardia: nacquero un’intesa ed un amore fulminei, irresistibili, fra due giovani che avevano molto in comune, anche la provenienza dal Triveneto. Erano fidanzati da poco, quando Simeone nel 1983 fu destinato in Libano, con il reparto degli elicotteristi italiani. Sabina voleva seguirlo e per farlo esisteva una strada sola: sposarlo. Fecero tutto in pochi giorni, chiedendo dispense, evitando le pubblicazioni, superando ogni ostacolo. Al termine del suo incarico in Medio Oriente, durato otto mesi, il suo comandante lo definiva così: ”Ufficiale dotato di ottime doti morali e dal carattere allegro ed estroverso, che lo ha fatto ben volere e stimare sia dai superiori che dai colleghi ed inferiori, che ne hanno sempre apprezzato le doti umane e la costante disponibilità. (…), Si è distinto particolarmente nel campo sportivo, aggiudicandosi diverse gare natatorie. Pilota in possesso di una ottima esperienza del volo in ambienti particolari, mi è stato di valido aiuto portando a termine nel migliore dei modi tutte le missioni affidategli, anche in zona operativa, sia di giorno che di notte, volando spesso in condizioni meteorologiche ed ambientali molto difficili . Lo vedo partire con profondo dispiacere” Il giudizio finale era il massimo previsto: eccellente.
Dopo il Libano i Camalich si stabilirono a Fenegrò, paesino Comasco, in mezzo al verde, in una romantica casetta della famiglia di Sabina. Furono anni felici, con intensi giorni di vacanza che seguivano ai lunghi periodi di servizio. Infine, divenuto Maggiore dopo 17 anni di servizio militare, Simeone lasciò l’Aeronautica. Era stato richiesto dall’Alitalia e dalla Alisarda, ma fu molto deluso quando, ai colloqui introduttivi per la nuova professione, fu messo sullo stesso piano dei pivelli che avevano la centesima parte delle sue ore di volo. Non poteva accettarlo, se ne andò in silenzio e scelse di lavorare ancora sugli elicotteri per la Elialpi.
La sua sede era all’ospedale di Borgosesia. Lo incontrai lì, l’anno scorso, quando vi andai per una dolorosa evenienza familiare. Lui stava accanto al suo elicottero, aveva grossi baffi biondi ed io non lo riconobbi. Lui invece sì: mi chiamò, fu molto cordiale, parlammo a lungo, mi disse del suo lavoro di soccorritore, di sua moglie e della figlioletta Micol nata da poco, dei giorni che trascorreva con loro fra un periodo di servizio e l’altro, fui molto impressionato da quell’incontro, fui molto fiero che il nostro ambiente producesse uomini come Camalich. Tornai a Borgosesia, gli portai un’Agenda Diana (“non c’è il tuo nome, perché hai vinto soltanto titoli giovanili, ma tienila ugualmente”, gli dissi), poi cercai le vecchie foto che gli avevo fatto 25 anni fa, a Roma, a Parigi, a Dortmund. Volevo mandargliele, poi mi trattenni: progettavo di scrivere un articolo su di lui, su questo ex azzurro che aveva abbracciato una professione così nobile e così strana, e le foto potevano servire. Non potevo immaginare che l’articolo l’avrei scritto in una circostanza come questa.
Giovedì 24 Gennaio 2008 è stato pubblicato sul PICCOLO di Trieste a firma di Pietro Comelli il seguente articolo che illustra la brillante carriera marinara di un discendente della “razza” neresinotta. Si tratta del cap. Dino Sagani e basta osservare la foto qui sotto del suo (e mio) bisnonno Giuseppe Canaletti (nonno Bepo) per capire che non c’era altra alternativa che diventare un eccezionale lupo di mare.
   
Visto l’esempio del padre Giuseppe – comandante in pensione da meno di un anno, come il nonno Clemente e il bisnonno Giuseppe, lussiniani doc – al figlio d’arte Dino non restava che la scelta del mare. Anche se il papà, a suo tempo, aveva cercato di dissuaderlo da una vita che lascia poco spazio alla famiglia. Parole cadute nel vuoto. Il primo imbarco di Dino come mozzo arriva a soli 16 anni durante le vacanze estive, quando frequentava il Nautico, a bordo di una piccola nave mercantile partita dalla Sicilia. Un impatto con la vita dura del marinaio, partendo dal piano più basso della scala gerarchica.
Ma a Dino quella vita piaceva e allora, dopo il diploma al Nautico sezione Capitani, arrivò il passaggio quasi automatico nella Marina Militare. Nel 1990 l’imbarco da volontario a bordo della Milazzo, per lo sminamento delle acque antistanti il Kuwait. Finita la parentesi militare, il primo imbarco da allievo ufficiale con la compagnia Chevron, a bordo di superpetroliere sulla rotta Paesi arabi-Stati Uniti. “Quando incrociavamo una nave da crociera – ricorda Sagani – sul ponte della petroliera sognavo le feste nei saloni di quelle grandi navi bianche”.
Un sogno che Dino si era imposto di realizzare, pensando al mito di Tino Straulino, l’ammiraglio lussiniano che risalì il Tamigi arrivando a Londra a bordo della Vespucci a vele spiegate. E così, dopo il periodo di navigazione necessario per l’esame di aspirante capitano di lungo corso, Sagani s'imbarcò in Italia su alcuni traghetti con la qualifica di terzo ufficiale. “Dopo essere rimasto per un paio di anni vicino a casa nelle acque dell’Adriatico la voglia di scoprire il mondo era però troppo forte – spiega Sagani – Non ci pensai molto davanti alla proposta d’imbarco come terzo ufficiale della compagnia di crociera P & O Princess Cruises”. Il sogno stava diventando realtà. Nel 1994 l’arrivo all’aeroporto di Miami per raggiungere la Crown Princess, una delle più grandi navi da crociera costruite a Monfalcone, che rappresentava il primo imbarco navigando nei Caraibi, Messico e poi in Alaska.
Un trampolino che gli ha consentito di bruciare in pochi anni tutte le tappe, girando il mondo: il titolo di capitano di lungo corso nel 1998, le promozioni ai gradi superiori fino al titolo inglese di “Master unlimited” nel 2000, con l’imbarco da primo ufficiale su nave battente bandiera inglese, l’Ocean Princess, per la quale Dino seguì la fase finale dei lavori a Monfalcone. E poi l’incarico di comandante in seconda della flotta nel 2003 in Australia sul Pacific Princess. Una “Love boat” dove Dino conosce e si innamora di Raquel, una ballerina di danza classica di Sydney. Il classico colpo di fulmine, dopo neanche sei mesi le nozze a Trieste e Raquel che segue Dino durante i suoi viaggi. Da allora gli imbarchi da comandante in seconda si susseguono su tutte le navi Princess.
Ma la grande notizia è arrivata meno di una settimana fa da Southampton: Dino Sagani promosso comandante, il più giovane della flotta. Assumerà il comando della Sea Princess, una nave da più di 2000 passeggeri e 900 persone di equipaggio. Prima missione il 4 febbraio ad Antigua, timone in mano a San Thomas nelle Isole Vergini.
“La maggioranza dei nostri passeggeri sono americani e inglesi ma se capita un italiano a bordo – dice il neocomandante – voglio sempre conoscerli. Dopo tutto una chiacchierata in italiano all’estero fa sempre piacere” Ne ha di aneddoti da raccontare. Belli e brutti. Le onde alte 20 metri vicino l’Antartide “Non sono il massimo per delle navi passeggeri”, oppure gli incontri con personaggi famosi. “Su tutti Ronald Regan e Sophia Loren, ricordo ancora quando la Loren – dice Sagani – sul ponte di comando del Crown Princess, accompagnata dal comandante, mi chiese se era possibile avere un caffè espresso che noi marittimi italiani non ci facciamo mai mancare.
Ma quali sono le difficoltà che può incontrare un comandante? “I passeggeri e l’equipaggio ti considerano come una figura al di sopra di tutto, ma bisogna anche dimostrare – spiega Sagani – di avere polso e saper prendere la decisione giusta in qualsiasi momento. Senza esitazione, mettendo davanti a tutto la sicurezza dei passeggeri e della nave”. E ancora: “Durante la navigazione si usano i nuovi sistemi di navigazione integrata, ma nei porti – sottolinea – un ormeggio preciso e veloce, soto lo sguardo attento dal ponte dei passeggeri, sta tutto nell’abilità del comandante”. Una manovra che Sagani vorrebbe compiere un giorno a casa sua, perché “Il mio sogno da comandante – dice – è entrare con la Princess a Trieste”.
Nota del Webmaster: Nella mia famiglia del ramo neresinotto, questi exploit professionali non sono affatto rari. Ricordo quì con affetto e pubblico la foto dello zio Giacomo (Giacometto) Canaletti (1929-1964) che divenne a 27 anni il più giovane comandante di una petroliera della flotta della "Esso".

Erano le "Maestre" di Neresine. Il loro ricordo è anora vivo tra coloro che le hanno conosciute. Hanno dedicato la loro vita alla scuola e alla famiglia, la maestra Maria a quella di nascita in quanto non si sposò. Per quanto riguarda le loro biografie, ricordiamo che la maestra Maria nacque a Neresine nel 1890 da Gaspare Zucchi e da Maria Cremenich di Puntacroce. Si diplomò nel 1908 all'imperiale Regio Istituto Magistrale Femminile di Gorizia, dal 1909 insegnò ai bambini dai 3 ai 6 anni nell'Asilo italiano di Neresine, situato nei locali a pianterreno dell'edificio comunale (attuale ristorante Televrin). Dopo la pausa della Prima Guerra Mondiale, nel 1922 le lezioni ripresero e la maestra Maria continuò ad insegnare fino alla chiusura della scuola avvenuta nel 1945. Dopo la fine della guerra, rimase con i vecchi genitori, optò per la cittadinanza italiana e solo dopo la morte del padre (1951) la ottenne. Lasciò la sua casa e il suo Paese e con la mamma fu accolta dalla sorella Gisella a Castrocaro, dove visse in famiglia fino alla morte nel 1974 senza mai più rivedere la sua Terra. Partecipò ai primi Raduni dei neresinotti.
La maestra Gisella nacque a Neresine nel 1909, ancora ragazzina lavorò come bambinaia accanto alla sorella dal 1922 al 1929, quando, diplomata a Pola, fu assunta come insegnante e lavorò prima a Neresine, poi a Lussingrande e a Chiusi. Dopo l'Esodo nel 1948 riprese l'insegnamento a Udine e a Segnacco di Tarcento fino al 1951 quando interruppe il lavoro per ricongiungersi con la figlia Giuliana e al marito Rosario Andricci (reduce dal fronte russo) a Castrocaro (FO). Qui la raggiunse la sorella Maria e la mamma. La maestra Gisella trascose gli ultimi anni presso la figlia a Ravenna, dove mori all'età di 96 anni nel 2005.
Le due sorelle, sepolte per loro volontà con un pugno di terra di Neresine, riposano ora, assieme alla loro mamma ed al fratello Pio (vissuto lungamente negli Stati Uniti) nel cimitero di Castrocaro.
(Fonte: Oreste Pocorni)

Tra gli uomini da ricordare nella storia della nostra gloriosa marineria, penso che un posto lo meriti anche il Comandante Giovanni Zvelich di Neresine. Classe 1910, compì il curriculum scolastico a Lussino, diplomandosi Capitano di Lungo corso presso il glorioso Istituto Nautico "Nazario Sauro", l'anno 1929. Durante le vacanze estive dalla scuola, negli anni 1926, 1927 e 1928, come tanti altri nostri compaesani, si imbarcò come mozzo sulle navi della marineria isolana, cominciando a farsi "le ossa" di futuro grande marinaio. Dopo il diploma incominciò la carriera di ufficiale della Marina Mercantile Italiana: allievo ufficiale, 3° ufficiale, 2° ufficiale, 1° ufficiale e finalmente, nel 1942, a soli 32 anni, la prima nomina di Comandante del piroscafo Stamira, della Società di Navigazione Adria. Dopo l'8 settembre 1943, come tanti altri, abbandonò i suoi incarichi e con la moglie Caterina Muscardin si rifugiò a Neresine, dove il 7 agosto 1944 nacque il figlio Toni. Il 15 agosto 1944 una squadra di miliziani croati Ustascia, fece un bliz in paese, sequestrando con uno stratagemma, e con la complicità delle autorità politiche e militari italiane di presidio, tutti gli uomini delle classi 1899-1926 che sono riusciti a trovare, circa 40 persone, tra cui il Com. Zvelich. I 40 malcapitati, imbarcati forzatamente, con le armi spianate, sulla corriera sono stati deportati a Sussak, territorio croato e da qui in Germania, come marinai Croati. Affinché non scappassero minacciarono dure rappresaglie nei confronti dei famigliari rimasti a casa, in caso di fuga di qualcuno di loro. Il Com. Zvelich dovette lasciare la moglie sola col figlio, nato da soli 8 giorni. Dal giorno del sequestro il Com. Zvelich scrisse accuratamente un diario, raccontando ogni giorno quello che accadeva. Il diario ritrovato, ora reperibile sul sito internet "arcipelagoadriatico.it", è una importante testimonianza di quel tragico ultimo periodo della guerra, e della grande solidarietà instauratasi tra i compaesani compagni di sventura, di cui il Com. Zvelich, imbarcato su una nave tedesca come semplice marinaio, fu il punto di riferimento. Uno dei deportati, Mario Zorovich, diciottenne, prossimo al diploma di Capitano di Lungo Corso, perì nell'affondamento della nave tedesca sulla quale era stato forzatamente imbarcato.
Negli ultimi giorni del conflitto mondiale, il Com. Zvelich, assieme agli altri compagni, riuscì avventurosamente a ritornare a casa.
Dopo il suo ritorno a casa dalla deportazione e la fine della guerra, nel 1946 riprese la vita di mare, imbarcandosi ad Abbazia, come Comandante, sulla nave Witehadi.
A seguito delle note vicende politiche del dopoguerra, a cui fu sottoposta la nostra regione, come tanti altri, si trasferì esule in Italia, stabilendosi con la famiglia nel paesino di Casella, nell'entroterra genovese, divenuto poi un'enclave di esuli neresinotti. A Genova riprese la professione di navigante, trasferendosi poi nel capoluogo ligure con la famiglia, dove visse fino alla morte, conosciuto e stimato anche dai suoi nuovi concittadini.
A dimostrazione del suo grande valore umano e della sua alta professionalità, va ricordata l'impresa compiuta dal Comandante Zvelich, nella notte del 6 dicembre 1960: –
In navigazione da Amuay Bay (Venezuela) verso l'Argentina, al comando della nave "Mary Helen Conway", il Comandante Zvelich, ricevette un segnale di SOS, captato e ritrasmesso da una terza nave, che richiedeva urgente aiuto per la nave petroliera statunitense "Sinclair Petrolore", che stava affondando in mezzo all'Oceano, in preda alle fiamme provocate da un'esplosione. La posizione della nave in fiamme, ritrasmessa dalla terza nave, era 3° Sud e 44°30' Ovest. Il Comandante Zvelich, trovandosi nelle vicinanze, decise immediatamente di andare in soccorso dei naufraghi, tuttavia la posizione della nave non lo convinse, analizzando bene le carte nautiche, ritenne assai poco probabile che potesse effettivamente trovarsi in quel posto, anzi si convinse che vi fosse un errore nella trasmissione dei dati della posizione, secondo lui i 3° di latitudine Sud dovevano essere interpretati come 3° di latitudine Nord. Trasmise a tutte le altre navi i suoi sospetti, e senza esitazione, cambiando la sua normale rotta di navigazione, dirigendosi alla massima velocità verso la posizione da lui ritenuta quella giusta. Mantenne costante la rotta da lui scelta per tutto il giorno seguente, quando, poco dopo la mezzanotte del giorno 7, si videro all'orizzonte due flebili luci, poco dopo il radar evidenziò sullo schermo due puntini a sei miglia di distanza. Il Comandante Zvelich si avvicinò ai due puntini e si rese conto di aver trovato le due lance di salvataggio della "Sinclair Petrolore"; comunicò immediatamente il ritrovamento a tutte le navi del circondario ed alle autorità marittime. Dopo poco le lance erano accostate alla "Mary Helen Conway", ed i 48 membri dell'equipaggio della nave affondata furono tratti in salvo.
Nel maggio del 1961 il Console Generale degli Stati Uniti di Genova, Stephen P. Dorsey, conferì al comandante Zvelich, durante una cerimonia ufficiale in Comune a Genova, alla presenza del Sindaco e delle Autorità cittadine, una pergamena di encomio solenne e di citazione al merito da parte della Commissione Marittima del Commercio degli Stati Uniti, per la perizia marinara, l'intelligente direzione delle operazioni di salvataggio, l'encomiabile gesto, degno delle più nobili tradizioni marinare.
La stampa genovese, con i suoi giornali più diffusi (Secolo XIX, Corriere Mercantile, Avvisatore Marittimo e Nuovo Cittadino), diede ampio risalto all'avvenimento, con articoli e fotografie.
Nello stesso anno 1961, durante le cerimonie del Kings Point Day of World Trade Week, la United State Merchant Marine Accademy, scelse il Comandante Zvelich, quale assegnatario del tradizionale premio annuale (medaglia d'oro) al valore marinaro.
Segnalato da Giovanni(Nino)Bracco
Flavio ASTA
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