Le storie

inseriamo qui "le storie" personali di coloro che, oltre a volerle raccontare, acconsentiranno che le stesse siano qui divulgate. Gli accadimenti raccolti, pur coinvolgendo la proria persona o famiglia, dovranno riferirsi a momenti storici di interesse generale.


Giuseppe Rocchi - MEMORIE SULLA MIA DEPORTAZIONE IN GERMANIA PER LAVORO FORZATO
Giuseppe rocchi - I DIECI MESI DI PERMANENZA A LUSSINO CON GLI JUGOSLAVI, Aprile '45 - Febbraio '46
Nica Camali - LA MIA TESTIMONIANZA
Franco Ceccarelli - UNA PICCOLA STORIA DELL'ESODO
Nives Rocchi Piccini - UNA STORIA VERA...DI PERSECUZIONI
Vito Mavrovich - LA MIA FUGA VERSO LA LIBERTA'
Elsie A. Ragusin - DA LUSSINO AD AUSHWITZ. Vita di Elsie Ragusin

Giuseppe Rocchi - MEMORIE SULLA MIA DEPORTAZIONE IN GERMANIA PER LAVORO FORZATO

Premetto che, già dal 1941 navigavo quale marittimo su motovelieri lungo l’Adriatico in qualità di aiuto motorista. Nel 42-43 imbarcato sulla M/V Romilda, ho navigato lungo la Dalmazia e l’Albania per il trasporto di truppe tedesche e materiali vari, fino a quando il giorno, seguente al mio momentaneo sbarco, la nave è stata silurata al largo di Zara. Si è persa ogni traccia della nave e del suo equipaggio.
Il 15 agosto 1944 le truppe tedesche, occupanti l’Istria e quindi la nostra isola di Lussino, dopo un rastrellamento nel mio paese di Neresine (Pola), ci siamo trattenuti presso i locali del Comune e dopo una sommaria visita generale, ci hanno concesso un’ora di tempo per recarsi a casa per prendere una giacca e avvertire i famigliari che avremmo dovuto essere portati a Fiume per un’ulteriore visita più approfondita, minacciandoci con le armi in caso di un eventuale mancato ritorno entro un’ora. Qualcuno, compreso mio fratello Alfredo, si è nascosto in campagna. Nessuno si è accorto della sua assenza in quanto non esisteva ancora, a mio avviso, un elenco dei rastrellati. La paura era tanta.
Con un autocarro siamo stati portati a Cherso, porto più vicino per Fiume. Con un battello a motore, in 40 tra quelli di Neresine e Lussingrande, quest’ultimo paere sempre sull’isola di Lussino, dopo 4 ore siamo sbarcati a Fiume dove in località Susak siamo stati rinchiusi. Dopo tre giorni, senza alcuna visita, siamo stati sistemati in vagoni ferroviari merci con un’apertura di 10 centimetri delle due porte centrali. Dopo tre giorni siamo arrivati ad Amburgo. Soltanto al mio ritorno ho saputo che i nostri famigliari, scoperta l’irregolarità della deportazione, hanno cercato di raggiungerci a Fiume per farci scappare, ma era troppo tardi. Eravamo appena partiti. Lungo il percorso, in particolare attraverso l’Austria, ogni tanto il treno si fermava in campagna per permetterci di scendere per le necessità fisiologiche. Mi ricordo che di giorno i contadini ci regalavano le mele, mentre di notte le prendevamo da soli in quanto altro non c’era da mangiare. A causa dei continui bombardamenti il treno si fermava sempre fuori città.
All’arrivo ad Amburgo eravamo neri di fuliggine della locomotiva a carbone. La mia camicia bianca, al lavaggio ha fatto diventare l’acqua nera.
Siamo stati sistemati in un campo di concentramento da dove scortati da militari, ci portavano tutti i giorni presso palazzi e uffici pubblici a sgomberare le macerie dei bombardamenti. Per alcuni giorni abbiamo sgomberato fabbriche di motori per sommergibili. Questo particolare mi è rimasto impresso in quanto provenivo dai motori marini, avendo navigato come motorista. Il periodo di permanenza in questa situazione, credo sia stato un paio di mesi. Quando si sono accorti che eravamo marittimi, ci hanno imbarcato su una nave caserma (OFSCHETT), non ricordo bene il nome. Ogni notte, in occasione dei 2 –3 bombardamenti, scappavamo nei rifugi a terra. Una notte al ritorno dal rifugio, la nave non si vedeva più; era visibile soltanto la ciminiera e due alberelli. Era stata colpita ed affondata assieme a tutti quelli che in quella occasione non erano scappati nel rifugio. Qualche volta è capitato anche a me, stanco del lavoro e delle continue corse. La sistemazione sulla nave era migliore di quella nel campo, si mangiavano anche bucce di patate, raccolte negli immondezzai; un giorno siamo venuti in possesso di 4 pomodori, non so come, forse perché eravamo in 4, Mario Glavan, Gaudenzio Soccoli e del quarto non mi ricordo. Per sfruttare al massimo i pomodori, abbiamo trovato nelle immondizie un barattolo di tre-quattro litri. Pulito alla meglio, lo abbiamo riempito d’acqua e dei quattro pomodori spremuti. Fatto bollire per alcuni minuti, abbiamo sorseggiato il tutto a turno. Quel giorno ci siamo riempiti lo stomaco. A bordo della nave era a disposizione una minestra dolciastra e pane di segala. Il tutto veniva distribuito sempre sotto il controllo dei militari tedeschi, fino a quando ci hanno trasferito a Danzica, dove ci hanno imbarcati uno per ogni nave, forse per evitare complotti. La M/N WARTHERLAND di circa 15.000 tonnellate con 5 stive, poteva portare una cinquantina di passeggeri. Con militari, cannoni e mitraglie a quattro canne, eravamo chiamati “incrociatore ausiliario”. Strano che per un po’ di tempo a bordo con me si trovava in qualità di nostromo anche il cap. Giovanni Zvelich di Ossero.
Prima dell’imbarco sul Wartherland ero stato imbarcato sulla M/N STHETTIN, ma solo per qualche giorno perché, ancora in porto, siamo stati colpiti da due bombe ed io sono riuscito a salvarmi nuotando verso terra.
I viaggi con la M/N wartherland erano per la Lettonia, Lituania e Finlandia. Andata carichi di militari e carri armati, ritorno con militari feriti e profughi. La mia qualifica a bordo era quella di cameriere alla mensa ufficiali, in quanto alla domanda di che mestiere facevo nella marina italiana, sapendo che in occasione dei naufragi il personale di macchine era quello più colpito per la posizione a bordo ed avendo sempre fame, volevo andare vicino alla cucina, e cosi ho detto cameriere. Non conoscendo la lingua, era difficile capirci, quando mi chiedevano una forchetta, io portavo il cucchiaio e cosi via. Comunque con gli ufficiali avevo costruito un buon rapporto.
Si navigava soltanto di notte per non essere presi dagli aerei siluranti russi, che per fortuna erano poco capaci con l’aviazione. I convogli erano formati da una decina di navi da trasporto più navi militari di scorta; comunque ogni notte perdevamo qualche nave in particolare con le mine magnetiche che i russi depositavano in mare. Nei pressi dei porti e di alcuni passaggi obbligati, dato il basso fondale del mar Baltico, le navi erano fornite di apparecchiature per far scoppiare le mine ad una distanza di 100 metri dalla nave in modo da non danneggiarla. Per ottenere questo risultato, la nave era circondata esternamente da cavi elettrici saldati sullo scafo. Nei punti segnalati per le mine si immergeva in mare una specie di siluro che con la velocità della nave la sua elica produceva probabilmente una corrente elettrica che faceva scoppiare le mine a 100 metri di distanza. A bordo in particolare in navigazione era obbligatorio indossare il salvagente. Dividevo la mia cabina a poppa, con due letti a castello con la infermiera di bordo (Margarethe), con la quale data la mia età (19 anni), avevo più volte intrattenuto rapporti affettuosi, (ci piacevamo) ma non fino al punto di un contatto completo, in quanto lei continuava sempre a ripetere che data la situazione di guerra e le varie malattie veneree che ci sono in giro, la sua professione di infermiera, conoscendo le possibili conseguenze, non voleva rischiare. Non ricordo quando e dove ci siamo separati per destinazioni diverse. Per alcuni anni ho conservato la sua foto in Italia, dietro uno specchietto che avevo portato dalla Germania. Poi forse mia moglie Silvana se né disfatta. Il vantaggio che ho avuto da lei, è di aver un po’ imparato la lingua tedesca, partendo naturalmente dalle parole affettuose a quelle di servizio e a quelle delle varie situazioni belliche.
Come anzi detto, al ritorno con feriti in particolare da Riga, ogni notte ne morivano dai 15 ai 20. Quindi durante la stessa notte, sistemati in sacchi, si gettavano in mare. A Riga, date le poche ore a disposizione per la sosta, per l’avanzare dei russi (febbraio), i profughi venivano imbarcati e disposti per una ventina alla volta in reti di corda di circa 5x5 e alzati ai quattro angoli con i verricelli di bordo e disposti nelle stive. In questo modo il tempo di carico era breve. Con le batterie di bordo si doveva accompagnare la difesa dell’avanzata dei russi i quali erano ormai a una decina di Km. da Riga.
In occasione di una sosta a Danzica per il riassetto della nave, io e Giovanni Zvelich siamo andati nella vicina Gothengafen per un incontro con qualche italiano. In un cinema abbiamo conosciuto due ragazze italiane con le quali abbiamo fatto amicizia. All’uscita, Giovanni che stava dietro, mi fa capire che quella che veniva dietro a me era zoppa. Di questo fatto non mi ricordo altro. A Gothengafen però mi ricordo una sera siamo andati a ballare in una baracca con gli italiani. Essendo provenienti da bordo e cioè considerati prima linea di guerra, avevamo in dotazione, burro, dolci e acqua vite per il freddo. Ballavamo unicamente con le luci dei bagliori delle bombe che cadevano nelle vicinanze, facendo traballare la baracca come un terremoto.
In occasione di un viaggio verso Riga, la nave è uscita di rotta, causa i bassi fondali del Baltico con le rotte obbligate, ci siamo arenati. Non si vedeva che cielo e mare. I russi tentavano incursioni aeree singole, però per fortuna senza successo data la loro scarsa aviazione rispetto agli inglesi. A questo punto abbiamo cominciato a scaricare su bettoline, i carri armati, per alleggerire la nave e quindi uscire dalla secca. Il comandante diede ordine di far ammainare una scialuppa di salvataggio e con vernice bianca imitare i baffi della schiuma a prua, ed a poppa cospargere molta schiuma di sapone per far credere alla scia di velocità. Difatti in questo modo i siluranti da lontano e considerando la velocità della nave, hanno sganciato sette siluri i quali sono passati tutti a prua della nave. Io ero di posto a prua e passavo le munizioni alle mitraglie e ai cannoni. Ho presente la faccia di un pilota scorto dentro il suo abitacolo dell’aereo, in quanto passavano ad una quota di 20-30 metri. Dei sette siluranti che hanno sganciato i siluri, 5 ne abbiamo abbattuti. Ho potuto vedere due che fumando e barcollando sono caduti in mare. Gli aerei con la mitraglia hanno colpito soltanto di striscio la ciminiera. Il giorno seguente, hanno tentato improvvise incursioni solitarie, ma data la perfetta attività della nostra contraerea, ancora lontani, si ritiravano. Il quarto giorno, provenienti da Danzica sono arrivati quattro rimorchiatori, i quali ci hanno tirati fuori dalla secca e cosi abbiamo proseguito il nostro viaggio. In questa occasione ho fatto un voto, promettendo che al ritorno a casa sarei salito sul Monte Ossero con un sacerdote per una Messa di ringraziamento nella chiesetta di S. Nicolò, patrono dei naviganti e posta in cima al monte di Neresine a quota 580 metri. Al ritorno a casa ho eseguito quanto promesso. Nell’ultimo viaggio a circa 30 miglia da Riga abbiamo preso una mina magnetica, (non prevista in questa zona). Nella stiva n°3 si è aperta una falla e la nave a cominciato a sbandare a sinistra scendendo con la prua. Il comandante ha ordinato di portare materassi e coperte e con l’ausilio di cemento abbiamo cercato di tamponare per lo meno parzialmente la falla. Era di notte, vento con onde lunghe di scirocco e una temperatura di –25°. Le navi militari di scorta non potevano affiancarci per soccorrerci a causa del mare molto mosso che avrebbe potuto provocare una collisione. Alcuni di bordo, visto il pericolo di affondamento, si sono gettati in mare. Quelli che venivano raccolti entro 10 minuti erano salvi. Altri morivano dal freddo oppure cadevano sui massi di ghiaccio vaganti sul mare. Io mi sono portato vicino ad una scialuppa con altri per tentare che, con l’affondamento della nave, la scialuppa al livello del mare ci avrebbe salvati; senza pensare che in questa situazione la nave ci avrebbe risucchiato trascinandoci con lei. Non ho mai avuto paura nei momenti di pericolo, soltanto al mio ritorno a casa e tutt’oggi mi vengono i brividi pensando a quei momenti. La nave è rimasta sommersa per la metà e cioè tutta la prua e noi ci siamo raccolti a poppa. All’alba sono arrivati due rimorchiatori i quali ci hanno trascinati nel porto di Riga. Le nostre macchine erano tutte ferme. A Riga ci hanno fatto sollevare leggermente la prua e sistemato davanti alla porta del bacino a secco per evitare che i russi potessero danneggiare il bacino.
A Riga per alcuni giorni mi sono anche divertito a seguire durante le notti gli aerei russi che cercavano di bombardare e mitragliare le attività del porto, ma i tedeschi con la loro contraerea, dopo aver individuato con i proiettori mobili l’aereo, cercavano di colpirli con i traccianti. Gli aerei si dimenavano a destra e a sinistra per andare fuori bersaglio. Inconsciamente a 19 anni spettacolo era un divertimento.
Dopo una decina di giorni di riparazioni provvisorie, ci hanno caricato di profughi e feriti con destinazione Copenaghen, in quanto il fronte russo stava avanzando e quindi non si poteva rientrare a Danzica. A Copenaghen la nave doveva rimanere ferma per i grandi lavori di riparazione.
Io mi sono sentito male quando in occasione di una riunione di tutto l’equipaggio per illustrare la difesa da attacchi nemici di sabotaggio nei porti, il comandante ha detto (auslander rauss) e cioè “stranieri fuori”. Evidentemente non si fidavano di noi. Dopo qualche giorno, non ricordo in quale occasione, ho conosciuto e fatto amicizia con una ragazza di Copenaghen. Un giorno, la stessa mi ha invitato a casa per farmi conoscere i genitori. Ero preoccupato perché sapevo che fra i tedeschi e i danesi nel periodo di guerra i rapporti erano un po’ tesi; comunque su insistenza della ragazza ho accettato. Saliti sul tram di quelli con le pedane avanti e dietro aperte, lungo il percorso ho cominciato a pensare il perché mi vuole far conoscere i genitori. Mi sono venute in mente tre ipotesi: I° si è innamorata di me e quindi non mi vuole perdere, bensì proteggere dalla guerra. 2° era contro i tedeschi e mi voleva castigare in qualche modo per collaborazionismo con gli stessi. 3° oppure era a favore dei tedeschi e voleva liberarmi in qualche modo. Di fronte a questo dilemma, improvvisamente ho deciso e mi sono buttato dal tram in corsa scappando via, la ragazza mi chiamava e urlava fino alla scomparsa.
Nei giorni seguenti, tutto l’equipaggio ha avuto una licenza di 20 giorni da usufruire in territorio tedesco, e siccome l’Austria era occupata dai tedeschi, ho chiesto di andare a Vienna, ritenendo di essere più vicino all’Italia. Il comandante della nave, piuttosto basso e tarchiato, sempre accompagnato dal suo cane (thea), mi aveva promesso una buona licenza a condizione che al ritorno gli avessi portato 2 Kg. Di aglio in quanto, a suo parere, l’aglio italiano veniva considerato una medicina per la pressione arteriosa e disinfettante per l’organismo. Presi il treno e attraversai il canale di (Kiel) con documenti tedeschi i quali mi consentivano di recarmi ai comandi tappa e ritirare ogni giorno 200 gr. di pane di segala e 50 gr. di burro.
A Berlino abbiamo sostato in stazione per qualche minuto e poi subito ripartiti per la campagna in quanto i bombardamenti si susseguivano continuamente da parte delle fortezze volanti americane. Non ricordo quanti giorni sono passati in questo viaggio. Arrivati a Dresda, è suonato l’allarme aereo e cosi il treno è ripartito subito per la campagna. Io ho fatto appena in tempo ad aggrapparmi ai tubi a maniglia della locomotiva a vapore ed in questa situazione il treno si è fermato in campagna. Avevamo percorso circa 10 Km. vedevamo sopra di noi nuvole di fortezze volanti che bombardavano a tappeto la città e sembrava un continuo terremoto. Abbiamo poi saputo che in occasione di quel bombardamento i morti furono 30.000. A Vienna al comando Marina mi hanno fatto vedere che mancavano 4 giorni alla scadenza della mia licenza e che quindi dovevo ritornare al Comando di Amburgo.
Alla mia rimostranza che volevo andare a Fiume per salutare i miei genitori, e con l’ausilio delle tessere annonarie che avevo risparmiato per il ritiro dei dolci e acqua vite (snaps), l’addetto mi ha rilasciato un’ulteriore licenza di 15 giorni. Sono partito col treno per Fiume via Budapest, Zagabria e Lubiana. A causa però delle strade e ponti ferroviari rotti dai bombardamenti, la maggior parte dei chilometri li ho fatto a piedi. Portavo con me 10 Kg. di zucchero in quadretti che in quel periodo erano una manna. Assieme alla biancheria era troppo peso e ingombro, perciò ho lasciato tutto presso la stazione di Zagabria, mantenendo soltanto lo zucchero. Dopo soltanto 15 giorni sono arrivato a Fiume dove mi hanno detto di ripartire subito. Ho scongiurato ed ottenuto ulteriori 4 giorni per recarmi con una barca a motore a Cherso e quindi con un autocarro a gasogeno a Neresine.
Presentandomi al Comando militare tedesco dopo tre giorni sarei dovuto ripartire per Amburgo. Intanto lo zucchero è arrivato a casa. Il giorno seguente, mia madre ha chiamato il medico del paese Dr. Giovanni Marconi il quale vista la situazione mi ha messo a letto con uno straccio bagnato sulla fronte rilasciandomi un certificato di malattia con febbre ed una diagnosi di 4 giorni. Al controllo i tedeschi hanno creduto dicendo che sarebbero ritornati dopo 2 giorni. Al ritorno mia madre ha riferito che stavo bene e che ero già partito per Amburgo, invece mi ero nascosto in campagna vicino al castello dove mi portavano da mangiare. Dopo alcuni giorni i tedeschi si sono ritirati dall’isola lasciando il posto agli slavi. Con questa nuova situazione le cose si sono messe al meglio per quanto riguardano i tedeschi.
Per alcuni mesi ho lavorato come motorista presso la centrale elettrica dei cantieri navali di Lussinpicolo per poi scappare dai comunisti in Italia come profugo Giuliano. Gli slavi mi avevano imposto di dichiararmi slavo comunista, altrimenti sarei stato considerato loro nemico e come tale mi avrebbero trattato. Per questa nuova situazione sarebbe necessaria una nuova memoria del mio passato. Successivamente ho vissuto a Trieste, Boretto (RE), Bari, Ancona, poi la definitiva sistemazione del lavoro a Roma dove dal 1955 risiedo.



Giuseppe Rocchi -I dieci mesi di permanenza a Lussino con gli Jugoslavi. Aprile 1945 – Febbraio 1946

Al rientro dalla deportazione in Germania venti giorni prima dell’arrivo degli Slavi, tutti si aspettavano l’arrivo degli americani, invece sono arrivati gli Slavi.
Dopo qualche giorno, voci a Neresine davano per scontata la chiamata al servizio di leva militare, anche se le leggi internazionali non lo prevedevano così rapidamente. Esaminata la situazione, ho creduto opportuno impegnarmi in qualche lavoro, per evitare quanto anzidetto. Fui subito assunto in qualità di motorista presso la centrale elettrica del cantiere navale Piccini di Privlaca. Si lavorava otto ore al giorno più due ore gratis per quello, come dicevano, che aveva rotto il fascismo. Non ricordo se e quanto pagavano le otto ore, forse con le am-lire che quel periodo circolavano. So che qualche volta ci assegnavano un vaso di circa due Kg. di carne americana in scatola. Di frequente alla sera dopo il lavoro facevano la raccolta di tutti per andare con un camion ad assistere alle conferenze politiche; ma io non comprendendo lo slavo cercavo di scappare attraverso la rete metallica fuori dal cantiere.
Per la pausa a mezzogiorno, di un’ora, si fermavano i motori per farli ripartire all’una. A fianco alla centrale c’era un capannone dove operava una grande sega a dodici lame per segare i tronchi. Al suono della campana delle dodici tutti si fermavano. Io sono stato accusato di sabotaggio in quanto avevo fermato i motori mentre mancavano solo due minuti per finire di segare il tronco che era in lavorazione ed io non ne avrei consentito la fine… Per questo sono stato prelevato e rinchiuso nel sottoscala della Capitaneria di Porto, in prigione. Alle quindici mi hanno liberato invitandomi ad andare urgentemente a rimettere in moto i motori. Una seconda volta sono stato prelevato dal lavoro e portato a bordo di un rimorchiatore, intimando l’immediata partenza per Punta Croce dove dovevamo prendere a rimorchio un motoveliero affondato dai bombardamenti e poi portato in superficie e portarlo al cantiere di Lussino. Il rimorchiatore si trovava in un molo presso la Capitaneria di porto. Chiesi qualche ora di tempo per la preparazione e presa conoscenza di tutti i macchinari di bordo. Si trattava di un natante piuttosto grande. Durante il sopralluogo osservai nel locale macchine un tubo di scappamento senza alcun rivestimento che rasentava la scaletta del locale e che in occasione di eventuale rollio avrebbe potuto procurarmi delle scottature. Preso un rotolo di amianto, abbandonato nel cortile coibentai il tubo. Finito il lavoro, fui prelevato e chiuso nel sottoscala e accusato di aver rubato il rotolo di amianto. Dopo circa due ore fui liberato e invitato a recarmi urgentemente in cantiere in quanto i motori erano fermi. Avevo capito che ce l’avevano con me.
Ragazzi di vent’anni, nonostante tutto, pensavamo anche al divertimento. L’unico possibile era il ballo; quindi mi ricordo che assieme a Virgilio Cavedoni e qualche altro al sabato sera andavamo al ballo a Lussingrande, dove le ragazze, con invidia dei locali ci preparavano i dolci, mentre i ragazzi ci bucavano le biciclette.
La domenica pomeriggio al ballo a Neresine e domenica dopo cena al ballo presso il “Quarnero” di Lussino fino a mezzanotte e cioè fino a quando non spegnevano tutte le luci della centrale. Il tutto con le strade non asfaltate e i copertoni delle ruote fasciati con spaghi e sfilacci.
Un giorno alla fine del lavoro, si presenta in cantiere un signore che parla anche il dialetto istriano in quanto io non capivo bene lo slavo, dichiarandosi della Polizia e invitandomi ad uscire con lui verso un molo del cantiere. Mi disse quanto segue: “Sappiamo che non ami gli slavi, ma avendo la Jugoslavia occupato queste terre, devi dichiararti slavo-comunista, altrimenti sarai considerato nostro nemico e quindi trattato come si trattano i nemici” e così dicendo mi puntò una pistola alla tempia. Rimasi senza parole e tremante, vedendomi terrorizzato mi disse “Per oggi vai, ma ritornerò tra qualche giorno”. Da qui la mia decisione di scappare al più presto possibile.
Un giorno di gennaio 1946, da Neresine mi comunicano che il giorno seguente dovevo presentarmi in Comune per la visita di leva militare. Il direttore del cantiere mi diede un permesso di quattro ore per andare a Neresine alla visita, informando le autorità che non potevo assentarmi dal lavoro in quanto in servizio presso la centrale elettrica del cantiere; per questo mi hanno dispensato dalla visita invitandomi a ritornare a Lussino e riprendere il servizio.
Dopo qualche giorno ho chiesto al direttore un permesso di otto giorni per andare a Trieste a curarmi i denti che avevo perso in Germania. Il giorno seguente con la motobarca del Filippo siamo potuti partiti in quanto i confini non erano ancora completamente chiusi, infatti a Trieste c'erano ancora gli americani. A Trieste con l’aiuto della cugina Nina Castellani ho trovato lavoro in qualità di autista e cameriere presso la N.D. Luisa Feltrinelli Doria dove sono rimasto per circa un anno per poi imbarcarmi sulle petroliere in navigazione lungo l’Adriatico. Dopo qualche anno sono riuscito a lasciare il mare per impiegarmi presso la raffineria ESSO di Bari, da dove sono passato a quella API di Falconara (Ancona) e quindi presso la Direzione Generale di Roma dove a sessanta anni ho terminato la mia carriera ma fino a sessantaotto sono rimasto ancora in servizio in qualità di consulente presso la stessa azienda.

Roma, 11 luglio 2008


Nica Camali - LA MIA TESTIMONIANZA

Mercoledì 05 settembre 2007 Mauro Franciolini e Carlo Viale hanno raccolto a Genova la testimonianza dell'esule Domenica Camali, oggi ricoverata in una struttura sanitaria per una grave malattia. Riportiamo integralmente il testo da loro fornitoci, con l'intento di rendere omaggio a "Nica" per questo prezioso racconto che ha voluto preparare per lasciare a tutti il segno indelebile della sua vita.
Mi chiamo Domenica Camali, classe 1935 e sono una profuga istriana. Da sempre, tutti mi chiamano “Nica” e all’epoca dei fatti di cui parlerò tra breve, vivevo con la mia famiglia a Neresine, un paese sull’isola di Lussino situata nella parte meridionale dell'arcipelago del Quarnero.
Avevo due fratelli - Eugenio e Antonio - rispettivamente di 5 e di 7 anni ed una sorella, Rita, di 13 anni. Mio padre Domenico Camali era un piccolo armatore, capitano marittimo, proprietario di una piccola nave. Dedito al lavoro e alla famiglia, mio padre non aveva mai svolto nessun tipo di attività politica, né ricoperto alcuna carica istituzionale.
Il 25 aprile 1945 arrivarono a casa i titini a prelevarlo…ricordo ancora il rumore degli scarponi dei soldati che lo vennero a prendere. Da quel giorno mio padre scomparve per sempre… di lui non si ebbero più notizie. Il corpo non fu mai ritrovato, forse venne scaraventato in una foiba…oppure, dato che a Lussino non ci sono foibe, fatto sparire in mare insieme ad altre centinaia di italiani che vivevano sulle isole o sulle coste istriane e dalmate.
Il responsabile della morte di mio padre non lo voglio nominare in questa sede, ma si tratta… purtroppo… di un nostro parente, appartenente al ramo cadetto della famiglia, croato da sempre. Non ho mai sporto denuncia nei suoi confronti non tanto per timore di ritorsioni contro di me, ma per paura di vendette trasversali ai danni di mio figlio e della sua famiglia. Tuttavia, ciò che affermo posso documentarlo in un qualsiasi momento poiché sono in possesso di documenti – per la precisione di alcune lettere - scritte di proprio pugno da quella persona, che confermano le sue schiaccianti responsabilità nell’assassinio di mio padre. Nel 1945 quell’uomo aveva XX anni, ma era già a capo della polizia politica delle isole. Mio padre lo aveva addirittura aiutato a salvarsi dai tedeschi che lo cercavano per arrestarlo. Lo aveva anche sfamato…regalandogli farina e zucchero. Papà era buono ed aveva sempre dato lavoro sia agli italiani sia ai croati, senza discriminazioni di alcun tipo.
Da quel maledetto 25 aprile 1945, mia madre e noi bambini dovemmo affrontare la vita piena di difficoltà e patendo grandi sofferenze ed umiliazioni… che hanno causato profonde ferite nell’anima: ferite che non si rimargineranno mai più. Tuttavia, mio padre era stato lungimirante e, probabilmente allarmato da quello che gli slavi avevano fatto in Istria e Dalmazia (in particolare a Spalato) tra il settembre e l’ottobre 1943, aveva predisposto un piano di evacuazione per noi bambini. L’idea era quella di trasferirci, una volta raggiunta Trieste, presso un collegio di Venezia. Accompagnata da una mia compaesana, la sera del 6 dicembre 1945 ci imbarcammo a Neresine dirette a Trieste…ricordo ancora la bora che soffiava forte. Fu un viaggio davvero difficile tanto che dovemmo sbarcare a Porto Albona. Due dei miei fratelli si erano già messi in salvo da alcuni giorni. A Neresine rimase soltanto mio fratello più piccolo affidato da mia madre a mia nonna materna. Di lì a poco la mamma ritornò a Lussino per prendere anche il bambino più piccolo, ma oramai la situazione era precipitata. I titini le impedirono di uscire dall’isola e per tre anni dovette vivere prigioniera in casa, con la costante presenza di spie sotto le finestre… Per la mamma e mio fratellino furono anni tremendi, carichi di sofferenze, di angoscia e di privazioni… Finalmente nel 1949 riuscirono anche loro ad arrivare in Italia, ma profondamente segnati da quella terribile esperienza. Mia madre visse il resto della sua vita con la pensione riconosciutale per l’attività svolta da mio padre in campo marittimo. Anche i miei fratelli, seppure tra mille difficoltà, si rifecero anch’essi un’esistenza: mia sorella andò a vivere nello stato del Rhode Island, negli U.SA., ed è ancora vivente, mentre Eugenio ed Antonio sono mancati rispettivamente nel 2003 e nel 2007. Pensi che mio fratello Eugenio piangeva come un bambino ogni volta che rievocava quei giorni, ma quando finì la sua esistenza terrena volle avere con sé alcune pietre del giardino della nostra casa di Lussino ed il tricolore italiano…
Nel 1987 tornai in Croazia determinata, più che mai, non tanto a rivendicare le proprietà di mio padre confiscate dal governo slavo, ma per sapere la verità sulla sua fine. Da allora ho intentato nove cause presso il tribunale di Lussino perché pretendo la verità… non tanto per avere un risarcimento danni, ma per avere giustizia. Sono tutte cause che ho portato avanti in prima persona e l’ultima causa è del 2006… ho anche imparato il croato per cercare di comprendere meglio ciò che viene detto e scritto nelle aule di quel tribunale. I croati non si sono mai dimostrati collaborativi, anzi… l’anno scorso, quando mi trovai l’ultima volta di fronte al presidente del tribunale di Lussino, lo sentii domandare a mezza voce: “Ma che cosa vuole ancora questa maledetta italiana?”…ma loro non sanno che io conosco il croato!
Le autorità croate non mi hanno mai aiutato: loro negano, minimizzano, rimandano… L’unico documento che attesta la morte di mio padre è un pezzetto di carta rilasciato dal Comune di Lussino… Il nome di mio padre è citato in un paio di libri: uno del prof. Luzzato Fegiz, l’altro di Padre Rocchi… nulla più. Forse qualche traccia si potrebbe trovare nell’archivio di Pola, ma non me la sento più di andare avanti… Ogni anno devo anche pagare la tassa per la tomba di famiglia (250 kune) altrimenti mi portano via anche la tomba. Delle proprietà di famiglia mi resta la casa di mia madre, da principio requisita dal governo slavo, poi restituita in quanto facente parte di quelle uniche cinquecento case riconosciute agli italiani d’Istria e di Dalmazia.
Durante un mio viaggio a Lussino, verso la metà degli anni Novanta, seppi che il responsabile della morte di mio padre e della rovina della nostra serenità familiare… si trovava con la moglie in Croazia per trascorrere dei giorni di vacanza. Seppi, inoltre, che si era costruito una villa-bunker sull’isola di Xxxxx. Ai tempi del regime di Tito, era stato un dissidente ed era scappato in Xxxxx travestito da frate... A Xxxxxxxx si era rifatto una vita svolgendo un’importante professione con il titolo di xxxxxxx. Grazie ad un nostro cugino, che lavorava per una grande multinazionale petrolifera e che era bene introdotto negli ambienti dei croati che contano, venni a scoprire alcune cose a dir poco sconcertanti sul conto dell’assassino di papà. Oltre a guadagnare parecchi soldi e a vivere indisturbato in Xxxxx, pare che “quella persona” fosse anche in contatto con ambienti croati dediti ad attività condotte non proprio…diciamo… alla luce del sole…. Con la morte di Tito, infatti, era tornato in Croazia da impunito e, all’inizio degli anni Novanta, si era dedicato a raccogliere fondi per sostenere finanziariamente l’imminente guerra della Croazia contro la Serbia. Quando ebbi conferma che si trattava proprio del responsabile della morte di mio padre, trovai il coraggio di affrontarlo viso a viso proprio nella piazza centrale del paese… Dopo essermi accertata della sua identità ed essermi qualificata, gli domandai a bruciapelo: “Che fine ha fatto mio padre!? Quella là è la mia casa! Ricordo ancora il rumore degli scarponi quando lo veniste a prendere… Lei per me è un assassino!”, gli dissi con rabbia. La reazione fu di grande imbarazzo… poi, dopo aver tentato di svicolare da questa situazione assolutamente inaspettata, decise di concedermi un appuntamento per rispondere alle mie domande.
Il luogo dell’incontro fu stabilito da me: ci saremmo visti al porto di Ossero, un paesino di pescatori situato sull'isola di Cherso, dove le case sono individuate soltanto dai numeri civici, per non dare il piacere ai croati di vedere i nomi delle vie scritti nella loro lingua… Quando ci incontrammo domandai ancora: “Perché facesti ammazzare mio padre?” La risposta mi fece rabbrividire: “Perché italiano…perché parlava italiano”. Gli ricordai allora degli aiuti che mio padre gli aveva dato… ma lui, impassibile, disse: “Quelli erano gli ordini del Partito comunista jugoslavo: se io non lo avessi ammazzato, loro avrebbero disposto di ammazzare me…”. Così le bande comuniste di Tito trucidarono ed infoibarono migliaia di persone soltanto perché italiane… secondo un piano programmato di “pulizia etnica”.
Per mio padre assassinato ed infoibato, il 10 febbraio 2007 l’Italia mi ha concesso una pergamena e la medaglia d’oro. Si tratta dell’unico riconoscimento avuto in 62 anni e, secondo le autorità italiane, dovrebbe bastarmi quale risarcimento per tutto quello che io e la mia famiglia abbiamo passato. Purtroppo, nonostante questo riconoscimento, non mi è stata risparmiata neppure la grande amarezza di vedere ancora su un documento ufficiale il mio status di apolide. Questo accadde proprio dieci giorni prima del conferimento della medaglia alla memoria di papà. Mi trovavo all’ospedale Galliera e sulla documentazione per richiedere una tac… risultavo apolide… capisce !?… Ci rimasi malissimo… una gaffe imperdonabile da parte delle autorità italiane che, dopo averci boicottati e snobbati per oltre mezzo secolo, credono di archiviare la tragedia dei giuliano-dalmati con una pezzo di carta e una medaglia…
Da sei anni sto combattendo contro una grave malattia che adesso mi costringe a vivere tra un letto di ospedale e una sedia a rotelle. Non ho più la forza di un tempo per continuare la battaglia contro il muro di omertà tirato su dagli infoibatori della verità… un “muro di gomma” fatto di silenzi complici e di vergognose falsità. Nonostante tutto sono ottimista, perché ci sono ancora molti italiani che si battono per ristabilire la verità storica sulle foibe e sull’Esodo dei 350.000 profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Tra i tanti vorrei ricordare F.S. di Genova che, contando soltanto su se stesso e su pochi altri volontari, si sta impegnando a fondo per far si che i tanti marò della Decima Mas - caduti per difendere le terre orientali dalla furia omicida dei comunisti slavi - abbiano oggi una degna sepoltura. Per quanto mi riguarda, desidero soltanto che la mia testimonianza non vada dimenticata.

Genova, 24 agosto 2007


Franco Ceccarelli - UNA PICCOLA STORIA DELL'ESODO

Da tempo desideravo raccontare una vicenda di vita vissuta, non da me, ma da mia madre, alla quale piace ricordare e parlare, ma soltanto di certe cose. Altre invece preferisce tacerle, come quelle che riguardano i luoghi natii, di cui non parla volentieri, quasi per dimenticare. E questo non è un atteggiamento inconsueto tra i nostri profughi.
Ma qualcosa su quel periodo la mamma l’ha raccontato e io desidero riportarlo. La mamma è nata in un piccolissimo paese dell’isola di Lussino. Un’isola dalmata etnicamente, ma amministrativamente istriana, durante il periodo italiano. Comunque una terra di confine che ha visto nella sua storia transitare una molteplicità di genti.
Neresine, questo il nome della località, aveva poco meno di duemila abitanti al principio della seconda guerra mondiale. In stragrande maggioranza italiani, tutti fervidamente cattolici. Gente che dal mare traeva la vita e che, molto spesso, al mare la sacrificava. Al principio come in tutta l’Italia nord orientale, la guerra non si fece sentire più di tanto. La stessa Regia marina trasferì industrie e cantieri nel tranquillo golfo di Trieste e nella decentrata base di Pola, ove unità nuove e vecchie potevano tranquillamente completare l’addestramento mentre nuove generazioni di marinai e ufficiali completavano la loro preparazione.
A Neresine gli effetti del conflitto si videro inizialmente, per la partenza sempre più intensa, dei coscritti. Ogni mese ne partiva qualcuno. E tutti si conoscevano in quel borgo calcinato dal sole in estate e straziato dalla bora in inverno. Anche i meno giovani iniziarono a partire. Partivano imbarcati sui mercantili verso l’Africa o sui piccoli piroscafi che bordeggiavano la lunga costa dalmata e che rifornivano di continuo, il fronte greco-albanese. Anche la flottiglia neresinotta, piano piano, venne annullata. Oltre quaranta velieri e motovelieri si sparsero per il Mediterraneo svolgendo il loro compito prezioso per la Patria in guerra. Quaranta navi, alla fine della guerra ne rimase solo una galleggiante. Gli equipaggi svuotarono il paese e ben presto non rimasero che donne, vecchi e un po’ di “mularia”. Poche centinaia di persone, compresi i frati del convento francescano e, i tre sarcedoti della Comunità.
L’armistizio, se possibile, aggravò ancora di più la situazione. Molte delle barche superstiti alle distruzioni belliche rimasero separate dalla linea che divise l’Italia in regno del Sud e in Repubblica Sociale. Mio nonno rimase bloccato al Sud. Rivide la famiglia dopo oltre tre anni di separazione. Senza poter spedire nemmeno una lettera o inviare un soldo. E solo i dalmati sanno quanto avara possa essere la loro terra, ricca solo di sassi, di qualche orto strappato alla pietra e di poche pecore e capre. Vennero i tedeschi e, con la fine del 1943, tornarono gli italiani. Un gruppo di uomini della X Mas. Tutti vennero bene accolti. Un po’ di gioventù faceva sentire vivo il paese.
Di partigiani si parlava, ma la loro presenza era limitata a Lussino. Qualche volta sbarcavano di notte, compivano rapide perlustrazioni per controllare su quali forze potessero contare tedeschi e italiani. Poi, senza troppo disturbare, si reimbarcavano. Una volta si udirono degli spari dalle parti del monte Ossero, il principale rilievo dell’isola, ma probabilmente fu solo una scaramuccia. La fame era tanta, tanta quanto è difficile immaginare oggi, ma si andava avanti egualmente. Mia madre non aveva ancora vent’anni nel 1945. A fine aprile, con il crollo del fronte italiano, e la ritirata generale tedesca, Lussino e Neresine restarono isolate aspettando gli eventi. Una ventina di soldati italiani e forse il doppio dei tedeschi, rimasero bloccati in paese. Ogni collegamento con il continente era cessato. I primi a farsi avanti, a quel punto, furono gli esponenti della piccola comunità croata neresinotta.
Avvertivano che stava per giungere il loro momento. I maggiorenti si preparavano a ricevere i “liberatori”. Una mattina, un clamore di uomini e di armi, iniziò ad avvertirsi in paese. Dalla via di Ossero si avanzava una nutrita schiera di partigiani titini. Giovanni Zorovich, dai più conosciuto come “barba Ive”, Antonio Soccolich e Giovanni Soccolich (più noto, chissà perché, come il “Limbertic”), si fecero avanti per ricevere i nuovi venuti. Erano o non erano i principali esponenti dei croati neresinotti? La mamma si trovò per caso ad assistere alla “liberazione” del paese. Si trovava davanti alla casa dei coniugi Cavedoni, lui, Domenico, era il sarto del paese, come la moglie, che accolse i titini con un gesto assai volgare, erano di sentimenti italiani. L’incontro tra partigiani e la delegazione avvenne davanti alla scuola del paese. Vedendo nel gruppo “barba Ive”, che con tanta enfasi riceveva i partigiani comunisti mia madre non potè non pensare a Giovanna, la figlia di questi, che fino a poco prima girava orgogliosamente per il paese con la sua immacolata divisa di Giovane Italiana. Il trapasso dei poteri fu praticamente indolore. Mentre la piccola Nina (diminutivo di Giovanna) correva verso casa, dove l’aspettavano la madre, la sorella e la anziana nonna, pr informarle dell’arrivo dei titini, si udì qualche sparo dalla parte della caserma dei carabinieri, ove si erano asseragliati gli uomini della X Mas. Evidentemente, tentarono una qualche resistenza, subito cessata.
La sera stessa furono rinchiusi prigionieri in una casa vicina alla caserma dei carabinieri dotata di sbarre alle finestre. Tutto il paese li conosceva e, pian piano, donne e ragazzi iniziarono ad avvicinarsi per tentare di confonderli. Quei poveri giovani, attraverso le sbarre, lanciavano biglietti con l’indirizzo delle loro famiglie. Pregavano di comunicare ai loro cari la loro sorte. Uno, addirittura, consegnò un libretto di risparmio al portatore. Chissà se venne consegnato. I partigiani però scacciavano violentemente la popolazione.
Le vicende dei mesi successivi impedirono di compiere la pietosa missione e chissà quante famiglie di Milano e dell’hinterland attesero il ritorno dei loro cari. Quasi tutti infatti venivano da quella zona. Forse, vi era qualche piemontese. Alla sera erano già stati trasferiti. Per un regolare campo di prigionia, dissero. Lo si sperò, ma con senno di poi, non ci credette più nessuno.
Nei giorni e nelle settimane successive, la croatizzazione del paese si fece sempre più evidente. Nelle ore serali, nella sala del Municipio, vennero organizzati dei corsi di mistica marxista, gli “Zastana”. Non era obbligatorio partecipare, ma era senz’altro meglio. Per di più erano in croato e ben pochi lo capivano.
Allo stesso tempo divennero frequenti le serate danzanti. Bisognava in qualche modo conquistare la fiducia dei nativi. Quale miglior espediente della danza. E la cosa ebbe un certo successo. Quella gente, in fondo semplice ed umana, voleva dimenticare gli anni di guerra, nella convinzione che presto tutto sarebbe tornato come prima. Col passare del tempo però, le pressioni politiche si fecero sempre maggiori. Una domenica alla mamma, che da anni cantava nel coro della chiesa, venne impedita tale partecipazione se prima non avesse imparato a cantare in croato. Il croato, dialettalmente, era presente nella lingua parlata da tutti, ma nessuno era in grado di comprendere quello puro. Molti avevano fatto le scuole italiane, anche sotto l’Austria. Queste imposizioni si fecero sempre più pesanti: L’ultima messa cui mia madre partecipò fu quella di Natale del 1945. Ancora oggi la ricorda. Venne cantata in latino del Perosi, a tre voci. Poi, l’inizio della fine. Si cominciò a parlare di “opzione” e nella primavera del 1946, mentre mia zia già aveva “optato”, sposando un croato e trasferendosi in Pola, ancora italiana, anche mia madre, mia nonna e mia bisnonna optarono, nella scuola del paese, ove era stato allestito una specie di seggio elettorale.
Ai primi di maggio del 1946, approfittando di un viaggio a Civitavecchia di una parente, mia nonna la pregò di portare con sé anche la “piccola”, mia madre.
Da donna pratica quale era, la nonna vide al di là del naso. Non era igienico, specialmente per una donna così giovane, restare in un paese in cui l’ordine era affidato a milizie raffazzonate che conoscevano, in pratica, il solo linguaggio delle armi. Il viaggio durò tre giorni e il venti maggio del 1946, la mamma giunse a Roma, accolta da due zie trasferitesi nella capitale già da alcuni anni. Doveva rimanervi, nelle sue intenzioni, circa un mese. Ancora ci vive, sposata, con due figli e due nipoti. Un terzo in arrivo. La nonna la raggiunse dopo sei mesi, approfittando, fortunosamente, dell’esodo da Pola, dove si era recata per assistere la figlia maggiore in occasione della nascita della mia prima cugina croata, nel novembre del 1946.
Una storia che nulla ha di differente da quella di migliaia di altri profughi, ma che è valso la pena di raccontare perché anch’essa costituisce una testimonianza dell’esodo.


Nives Rocchi Piccini - UNA STORIA VERA...DI PERSECUZIONI

Mi chiamo Nives Rocchi. Sono nata il 5 agosto 1920 a Neresine, nell’isola di lussino. Lussino, la nostra bellissima isola ricca di splendide pinete, è oggi meta di migliaia di turisti stranieri ed italiani: molti di questi non sanno che quest’isola, fino a sessanta anni fa, era italiana.
Mi sono sposata il 27 ottobre 1946 con Oscar Piccini di Lussinpiccolo (il figlio della Bjela). Nel mese di settembre del 1947 è venuto alla luce il mio primogenito Matteo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, a seguito del trattato di pace del febbraio 1947, l’isola in cui sono nata e vissuta è stata ceduta, come tutta l’Istria, Fiume e Zara, alla Yugoslavia.
Con l’arrivo degli yugoslavi sono iniziate le persecuzioni nel tentativo di sradicare la presenza italiana e di slavizzare ad ogni costo quelle terre. In un clima di paura ci imponevano il loro regime, la loro lingua, la loro cultura e le loro scuole. All’età di sette anni a mio figlio, che non conosceva una parola di serbo-croato, è stata imposta la scuola yugoslava.
La gente spaventata, ha cominciato ad andare via. Ci hanno assicurato, nel rispetto del trattato di pace, che dal 1948 chi si sentiva italiano poteva optare ossia scegliere di ricongiungersi alla madre patria italiana purchè di lingua d’uso italiana.
Nel 1948 su novemila e cinquecento abitanti dell’isola, novemila chiedono di andare via. Ma il trattato di pace ha dato facoltà al governo yugoslavo di stabilire chi avesse o meno l’uso della lingua italiana. E qui ha iniziato la beffa. Il disegno politico di allontanare gli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia determina un esodo di massa ed uno spopolamento del territorio che significano la perdita di forza lavoro e di personale specializzato e soprattutto una sconfitta del regime di Tito. Cosi hanno fatto di noi ciò che volevano.
Hanno permesso di andare via solo ai vecchi o a chi faceva comodo a loro. Alla mia famiglia, cosi come a tante altre, dal 1948 al 1951 per quattro volte hanno respinto le richieste di andare in Italia con la motivazione che parlavamo la lingua serbo-croata che in realtà non conoscevamo.
In quegli anni hanno cominciato a perseguitare mio marito Oscar che lavorava come elettricista al cantiere navale di lussino: volevano costringerlo a fare la spia. Spesso la notte veniva prelevato dalla polizia politica e, alla ricerca dei cosiddetti “nemici del popolo”, costretto anche sotto tortura a fare i nomi di colleghi di lavoro che nulla avevano commesso.
Da qui la decisione, come tanti, di scappare con ogni mezzo. L’occasione si è presentata nel dicembre del 1951. Di notte, da un’insenatura sotto il monte Ossero, con una barca a vela, assieme ad altre 12 persone tra le quali un bambino di tre anni, mio marito è riuscito a scappare. Sono arrivati nel porto canale di Pesaro alle prime luci dell’alba del 6 dicembre 1951, finalmente liberi.
Mio marito era salvo. Io sono rimasta sola con il bambino di 4 anni. Ho fatto di tutto per ricongiungermi a lui, ho scritto persino una supplica a Tito, ma il diritto di andare in Italia mi è stato sempre negato. Anche per me e mio figlio l’unica strada rimaneva la fuga.
Nel 1953, mio marito, che si trovava ad Ancona per lavoro, organizzò una fuga: due anconetani (di cui uno oggi ancora vivo) con un peschereccio dovevano prelevarmi in un punto concordato lungo la costa istriana vicino a Pola. Causa il vento e il mare mosso la cosa non riuscì. I due anconetani furono individuati dalle motovedette yugoslave ed arrestati. Confessarono tutto ed io finii in prigione.
Dopo un mese di prigionia in condizioni disumane, istituirono contro di me un processo farsa. Mi dissero: “Se ti vuoi salvare e fare pochi mesi di carcere, durante il processo devi accusarti pubblicamente di essere una reazionaria e di non avere mai optato per l’Italia.” Ho accettato. Sola e con un bambino di pochi anni non avevo scelta.
Scontati tre mesi di carcere terribile. Nel 1955, dopo altre richieste di poter tornare in Italia, sempre respinte, mi dissero che come italiana non avrebbero mai potuto concedermi tale permesso. L’unica possibilità era di chiedere la cittadinanza yugoslavia e da cittadina yugoslava chiedere il lasciapassare per l’Italia.
Accettai anche questo. Divenni contro la mia volontà cittadina yugoslava. Feci la domanda e ancora una volta mi fu respinta. Ad un secondo tentativo, quando ormai non avevo più speranze, grazie all’aiuto di una persona molto influente che aveva compreso il mio dramma, la mia richiesta fu finalmente accolta.
Così, nel 1955, dopo quattro anni di forzata separazione, la mia famiglia potè ricongiungersi alla madre patria Italia. Un anno dopo nacque il mio secondogenito Giuliano.
Ci siamo stabiliti ad Ancona, e lì, con sacrifici, ci siamo rifatti una vita, liberi ed italiani, ma con nel cuore una struggente nostalgia delle nostre terre abbandonate.


Vito Mavrovich - LA MIA FUGA VERSO LA LIBERTA’

Vivevo a Ossero, un paese sull’isola di Cherso, da secoli legato alla storia di Roma prima, poi a quella della Repubblica di Venezia. Il leone di San Marco resta ancora inciso sulle sue mura.
Ossero con il suo ponte girevole sulla Cavanella, collega le isole di Cherso e Lussino, chiamate le perle dell’Adriatico.
Ossero, dove da sempre si è parlato e scritto in latino o in italiano. La sua popolazione, in maggior parte marittima, è sempre vissuta in perfetta armonia.
In seguito alla prima guerra mondiale, con la sconfitta dell’Impero Austro-Ungarico, l’Istria e le isole del Quarnero vennero assegnate all’Italia, mentre la Dalmazia con le rimanenti isole vennero assegnate al nuovo Regno di Yugoslavia. Da allora la Yugoslavia ha sempre aspirato ai territori annessi all’Italia.
La mia infanzia, trascorsa a Ossero, non è stata un’infanzia signorile, tuttavia felice e spensierata.
Con l’alleanza dell’Italia alla Germania, nella seconda guerra mondiale e con la loro sconfitta da parte delle forze alleate, per noi tutto cambiò.
Era il maggio del 1945, ultimi giorni di guerra, quando le forze comuniste di Tito, che combattevano con le forze alleate, occuparono le nostre Isole e l’Istria intera, entrarono da noi dichiarandosi, o meglio ancora, proclamandosi liberatori. Ci portarono quella libertà che a noi costò un altissimo prezzo, derubandoci di tutto ciò che avevamo di più caro. Soprattutto ci privarono della nostra vera libertà. Dal primo giorno il nostro stile di vita, povero ma felice ed orgoglioso fino allora, sparì. Mio padre si ammalò e nessuno sapeva dirci di che cosa soffriva. Dottori all’ospedale di Lussino non ce n’erano più; quelli che non erano riusciti a fuggire, erano stati uccisi o fatti sparire perché erano considerati intellettuali, e gli intellettuali sotto il regime comunista non venivano tollerati, erano considerati reazionari.
Il sei giugno del 1945, a soli 50 anni, mio padre morì. Le cose andavano peggiorando continuamente, la gente non era più padrona di fare ciò che voleva, era costantemente sorvegliata, non ci si poteva fidare di nessuno.
Un giorno mio zio, a Neresine (il paese vicino a Ossero) camminava verso casa, una macchina dell’OSNA (la Polizia Segreta) lungo la strada gli si fermò accanto, lo fecero salire, e di lui, da quel giorno, non si è mai più saputo nulla: sparito!
La popolazione cominciò a fuggire. Tutti verso l’Italia, con i giovani in prima fila. All’inizio si fuggiva senza molta difficoltà, poi le cose cambiarono in peggio: le frontiere vennero chiuse, però in una o in un’altra maniera la gente continuava ad andarsene; molti vennero presi e incarcerati, le loro famiglie venivano deprivate di quelle misere razioni di cibo assegnate alla popolazione così sottoposte alla fame; altri ancora, dopo presi, sparivano per sempre.
Della mia famiglia mio fratello Miro e mio cognato Silvio, disertarono fuggendo dalle file dei soldati di Tito, dove erano stati presi con forzato reclutamento. Mia sorella Anna era fuggita in Italia col marito e il figlio Adriano di pochi mesi. Mia sorella Etta aveva sposato un ex soldato italiano ed erano andati in Italia prima che chiudessero le frontiere. Io allora avevo 17 anni, ero rimasto solo con mia mamma e mia nonna paterna. Ho dovuto occuparmi della campagna, delle pecore, dei vigneti e di tutto ciò che il lavoro di un contadino richiedeva. Avevamo una seconda abitazione in campagna, a Lose, a circa sei chilometri dal paese ed un cavallo che era diventato per me il mio fedele compagno di lavoro.
Questo per me era tutto nuovo in quanto, fino a quel tempo, io imparavo a fare il mestiere di falegname nel laboratorio del padre di Dolores, non sapendo allora che un giorno lui sarebbe diventato mio suocero.
A Ossero un paese di 500 abitanti, nel 1949 ne erano rimasti un centinaio, di questi la maggioranza vecchi e bambini, di uomini tra i 18 e 35 anni eravamo in due, io e un mio vicino, due anni più vecchio di me: Antonio. A Verin, un villaggio di campagna ce n’erano due: il mio amico Mario e suo cugino Nino. Mario aveva i miei anni , suo cugino qualcuno più di noi. Le cose in paese continuavano a peggiorare di giorno in giorno. Le frontiere erano rigorosamente sorvegliate, la sola maniera per poter fuggire era con una barchetta da pesca attraversando l’Adriatico.
Il governo yugoslavo aveva imposto il reclutamento al servizio militare a tutti i giovani del territorio occupato, io avevo venti anni, il mio turno era prossimo. Io e il mio amico Mario avevamo deciso di trovare un modo per scappare; io però avevo un grande pensiero per mia mamma che avrei dovuto lasciare sola (mia nonna era deceduta l’anno prima). Mia mamma in quel periodo non si trovava in un buon stato di salute, e poi io nel frattempo mi ero fidanzato con Dolores. Queste erano due cose che rendevano la mia fuga più difficile. Un giorno mia mamma mi disse: ”guarda che se non scappi ti prenderanno per il sevizio militare ed io rimarrò sola ugualmente”. Così ho deciso che era l’ora di “tagliar la corda” come si diceva da noi.
Io, Mario e suo cugino eravamo contadini, di barche non ne avevamo e per attraversare l’Adriatico ce ne voleva una.
Qui dunque comincia la nostra avventura!
Era una splendida giornata del tardo Febbraio 1949, era di domenica pomeriggio, dopo pranzo uscii di casa, che era quasi in riva vicino al mare; scesi ad ammirare quel nostro magnifico mare blu, c’era una leggera brezza di maestrale che mi soffiava in faccia, mentre stavo ammirando quello spettacolo, Antonio, il mio vicino di casa, il solo altro giovane del paese, mi si avvicina e mi dice: “che magnifica giornata per alzare la vela e partire!” Io lo guardai e non dissi nulla, fidarsi non era facile, però lui era un pescatore e aveva una barca. Mentre mi allontanavo mi girai verso di lui e gli dissi: “parli sul serio?” Lui mi rispose: “si!” Io continuai ad allontanarmi e non dissi più nulla. Qualche giorno dopo, quando mi incontrai con Mario gli raccontai di quanto mi era accaduto. Lui dopo aver parlato con suo cugino mi disse che loro erano d’accordo e che alla prima buona occasione avremmo dovuto parlare con Antonio.
Era il periodo di carnevale, nei paesi si organizzavano alla domenica serate danzanti. Fu esattamente una sera durante una di queste danze, organizzate nel nostro paese, che si presentò l’occasione per noi di agire. Durante la serata in un momento che ci siamo trovati da soli io gli dissi: “Antonio, guarda che se quel giorno in riva eri veramente serio, questa notte dopo il ballo, alle due precise vieni a casa di Mario, la porta sarà aperta e la casa sarà al buio, noi saremo lì e parleremo di che cosa si potrà fare.”
La notte, finito il ballo, ognuno se ne andò per i fatti suoi, come si faceva sempre, poi piano e di nascosto, io sono andato a casa di Mario, dove, al buio, lui e Nino mi aspettavano, facendo attenzione che nessuno sospettasse qualcosa. Senza mai accendere il lume, abbiamo atteso l’ora. Un po’ prima delle due ci siamo nascosti in giardino, per accertarsi di non essere stati spiati ed essere presi di sorpresa. Alle due in punto arriva Antonio ed entra nella casa buia, noi tre abbiamo aspettato un po’ per accertarsi che nessuno lo avesse seguito per prenderci in trappola. Quando poi siamo entrati, senza mai accendere il lume, stabilimmo un incontro per il mercoledì successivo in un bosco a sei chilometri dal paese e che tutti e quattro conoscevamo il punto preciso. Quindi ci salutammo raccomandandoci nel frattempo l’assoluto silenzio e completa indifferenza per non dare alcun sospetto.
Il mercoledì seguente, come stabilito, ci siamo incontrati raggiungendo il luogo uno ad uno da differenti direzioni per non insospettire nessuno.
In quei giorni aveva cominciato a soffiare bora, e quando soffia blocca tutto e alle volte dura anche 15 giorni. Noi sapendo bene che dopo una burrasca di bora segue sempre un periodo di bel tempo, decidemmo che il primo giorno di calma doveva essere il giorno della fuga. Antonio come pescatore aveva una bella barca adatta per il nostro obiettivo. Lui ci disse che avrebbe chiesto un permesso di pesca per quella sera e avrebbe preparato la barca con remi e vela. Io avevo a casa una bussola buona per la navigazione, e ognuno di noi avrebbe dovuto portare in uno zaino il minimo necessario da vestire e da mangiare. Il permesso di pesca era necessario, e come già detto, Antonio avrebbe provveduto per quella notte: per poter uscire dalla baia e attraversare il canale della Cavanella per andare a pescare dalla parte del mare aperto. Antonio era un pescatore fidato e quindi non si prevedeva nessun ostacolo. Una guardia era appostata notte e giorno sul canale per garantire che nessuno uscisse senza permesso.
Ci lasciammo promettendo di non trovarci più assieme e di non dirlo a nessuno, tranne alle nostre mamme. Lo stesso giorno io lo dissi a mia mamma, lei il giorno dopo preparò il mio “rusak” (sacco a spalla tipo zaino), la bussola la tenni nascosta fino all’ultimo momento. Dissi anche alla mia fidanzata che sarei scappato, ma non le dissi ne come ne quando. I giorni passavano e la bora continuava a soffiare, fino a che una mattina mi svegliai e non soffiava più.
Quella mattina il sole splendeva, mi alzai, scesi in cucina per la colazione (non so perché… e per qualche motivo avevo perso l’appetito), dissi alla mamma: “credo che oggi sarà il giorno.” Cominciai a girare per casa, mi sentivo nervoso. Con la coda dell’occhio vedevo la mamma che di tanto in tanto passava la man sopra gli occhi per asciugarsi le lacrime. Ad un tratto le chiesi: “vuoi mamma che rinunci?” Lei mi rispose: “No! No! assolutamente No! te ne devi andare! Io me la caverò, vedrai.” Uscii di casa e andai a prendere il cavallo per far vedere che andavo in campagna a lavorare. Uscendo incontrai Antonio con due remi sulle spalle, lui mi fece l’occhiolino e mi disse: “dopo una burrasca di bora la pesca sarà buona!” Ho capito bene quello che mi voleva dire, si stava preparando per la sera. Rientrai a casa e dissi a mia madre: “è giunta l’ora!” Andai a prendere il cavallo e caricai il mio sacco a spalla, abbracciai la mamma e la salutai, sapendo bene che forse non l’avrei rivista mai più. Non salutai Dolores, la mia fidanzata, chiesi alla mamma di dirglielo il giorno dopo.
Montai a cavallo e me ne andai. Quando raggiunsi la casa di campagna era già pomeriggio. Mangiai molto poco, come ho già detto avevo perso l’appetito. Lasciai il cavallo nel luogo vicino dove c’era la stalla, quel giorno gli diedi del fieno in più da mangiare e gli dissi addio. Il cavallo mi era molto affezionato, si lavorava insieme tutti i giorni, lui sentì molto la mia mancanza, la mamma mi disse poi che dopo la mia fuga mangiava molto poco, camminava in giro nitrendo spesso, come se mi cercasse. Tanto è vero che dopo quattro mesi morì.
Io presi il mio zaino e mi misi a camminare attraverso le campagne per raggiungere Verin il villaggio del mio amico Mario e di suo cugino che si trovava ad una distanza di circa quattro chilometri. Raggiunsi il luogo verso le tre del pomeriggio, mi presentai a casa di Mario: sua mamma si trovava da sola, la salutai e le chiesi dov’era Mario, in risposta lei mi chiese: “è giunta l’ora?” Io le risposi: “Si!” Allora mi disse dove lui si trovava, quindi la pregai di preparare le sue cose, che andavo a prenderlo.
Quando Mario mi vide capi che era giunta l’ora. Suo padre, stavano lavorando assieme, gli chiese di che cosa si trattava, Mario glielo disse, lui non sembrò sorpreso, certamente sua moglie l’aveva già informato delle nostre intenzioni. Suo padre allora ha voluto darci dei consigli, io l’ho assicurato che i nostri piani erano stati ben preparati; la madre intanto stava preparando le cose necessarie, il padre però, lasciato il lavoro, ha voluto accompagnare il figlio a casa per vederlo partire. Mario disse che suo cugino lavorava lì vicino e così siamo andati a prendere pure lui. Quando abbiamo raggiunto Nino, lui ci disse: “non ho detto nulla a mia mamma, ora cosa faccio?” Noi gli abbiamo risposto:”adesso a mai più, decidi tu!” Lui allora decise di tornare a casa con noi. Le loro case erano adiacenti una all’altra. Quando lui disse alla mamma di che cosa si trattava, lei cominciò a piangere, ma non si dimostrò contraria alla sua fuga, sapeva bene che per noi giovani, lì non c’era nessun futuro. In breve tempo entrambi avevano le loro poche cose pronte.
Si stava facendo tardi, noi dovevamo raggiungere il punto prestabilito sulla costa del mare prima del buio. Io uscii di casa, volevo che loro potessero salutare i genitori da soli, sapendo che pure per loro poteva essere l’ultima volta.
Da quell’istante cominciò per noi la via verso l’incognito!
Per raggiungere il punto prestabilito dovevamo percorrere una distanza di circa sei chilometri tra rocce e cespugli, per non farsi vedere da nessuno. Dovevamo attraversare la strada principale dell’isola. Se qualcuno ci avesse visti tutti i nostri piani sarebbero falliti. Così, procurandosi un po’ di graffi fra rocce e cespugli, allorquando raggiungemmo il punto prestabilito era già l’imbrunire. Dall’altura soprastante vedemmo giù nella valle Antonio con la sua barca che stava attendendo le sue reti. Si, avevamo paura ed eravamo nervosi, però eravamo altrettanto determinati a raggiungere il nostro obiettivo. La nostra libertà!
Si faceva tardi e buio: erano circa le nove di sera quando, scendendo sulle rocce in riva al mare, con un fischio avvertimmo Antonio che eravamo lì. Lui con la barca raggiunse la riva e ci chiese: “Pronti?” Noi assieme rispondemmo: “Si, lo siamo!”
Ci imbarcammo prendendo i nostri posti, remi in mare, su la vela,e via, lasciando reti e tutto in mare.
Il nostro percorso non cominciò come previsto, d’improvviso un vento forte cominciò a soffiare dalla valle, erano gli ultimi sospiri della famosa bora che quando si sveglia sbuffa veramente. Le creste delle onde entravano nella barca, uno di noi fermò di remare per scaricare con un secchiello l’acqua che entrava a bordo. Dopo un po’, come succede sempre, allontanandosi dalla costa e usciti dalla valle il vento cessò ma le onde, che continuano quando il vento muore, facevano traballare la barca e ci rendeva quasi impossibile vogare. La vela sbatteva tanto da doverla ammainare, ciò ci rese indecisi sul da farsi. Qualcuno di noi aveva suggerito di ritornare indietro, a quel punto Antonio disse: “indietro non si può ritornare perché mi hanno dato il permesso fino alle undici e ora sono le dieci e mezza, dunque dobbiamo proseguire.”
Grazie a Dio, una volta che ci fummo allontanati dalla costa, le onde scomparvero e un venticello di maestrale cominciò a soffiare, alzata la vela e continuando a vogare raggiungemmo una buona velocità di circa sei miglia all’ora.
Volevamo fare almeno 40 miglia per raggiungere acque sicure e allontanarsi dalle isole per non essere scorti dalle guardie costiere yugoslave le quali pattugliavano continuamente il mare e non avrebbero esitato di entrare nelle acque territoriali italiane se ci avessero avvistati. Dovevamo quindi allontanarci il più possibile per non farci vedere. Certamente avevamo molta paura che ci potessero prendere, Nino che si trovava a vogare il primo a prua, ne aveva tanta che di tanto in tanto prendeva sonno vogando, dovevamo continuamente incitarlo a vogare. Nessuno creda di poter sapere quale reazione può fare la paura!
Nel frattempo il vento si manteneva buono ed in nostro favore, si navigava molto bene, la bussola ci aiutava a mantenere la buona direzione, si vedevano le sagome delle nostre isole con il monte Ossero allontanarsi sempre più.
Verso il primo mattino, era ancora buio. calcolavamo di essere a circa trenta miglia dalla costa delle isole, cioè a circa metà percorso nell’Adriatico, al confine tra Italia e Yugoslavia. A est le prime luci dell’alba iniziavano ad apparire quando in distanza verso nord avvistammo una luce rossa che significava l’avvicinarsi di una nave. Non si poteva, a causa del buio, distinguere di che tipo di nave si trattava. Osservando questa luce rossa, che avevamo scorto a nord di noi, notammo che dopo un po’ aveva cambiato colore ed era diventata verde, poi rosso nuovamente, poi verde ancora, questo significava che la nave cambiava continuamente la sua direzione. Pensammo allora: stanno cercando noi! Che cosa fare? Se era una nave pattuglia, eravamo finiti, fu il nostro pensiero immediato, e più che si guardava più eravamo convinti che cercavano proprio noi. A quell’ora la nostra posizione era approssimativamente sulla rotta delle navi mercantili che dall’alto Adriatico scendevano verso il Mediterraneo. Ci siamo detti allora: che fare? Avevamo due scelte: una era di ammainare la vela, riempire la barca di acqua ed aspettare che la nave passasse, poiché per vedere un oggetto galleggiare a livello d’acqua in distanza non è facile, poi dopo il passaggio della nave bisognava vuotare la barca, ma con la vela e tutto bagnato avremmo perso troppo tempo e con la luce del giorno ci avrebbe reso visibili da lunga distanza per le guardie yugoslave. La seconda scelta era quella di continuare su la nostra rotta e vedere cosa succedeva. Si scelse la seconda delle due possibilità.
Con lo schiarirsi del buio della notte si vedeva la nave misteriosa avvicinarsi sempre più. Ad un certo punto potemmo distinguere che si trattava di una nave mercantile. Per quale ragione ci faceva vedere le luci di differente colore non lo sapremo mai, forse il timoniere di tanto in tanto si addormentava e perdeva il controllo. Noi ad un certo punto dovemmo deviare la direzione della nostra barca per non scontrarci con la nave, tanto eravamo vicini. Quando abbiamo visto il nome della nave “CITTANOVA”, una nave italiana, ci siamo alzati in piedi gridando e agitando le braccia e chiamando. Sapevamo che era comandata dal Capitano Ottoli Gaudenzio che noi tutti conoscevamo in quanto osserino e mio vicino di casa, sua moglie Caterina viveva ancora in paese. La nave non si fermò, passando a cinquanta metri davanti a noi proseguendo nella sua rotta. Allora ci sedemmo disperati, delusi e inerti. Erano passati circa cinque minuti, che a noi sembrarono un’eternità, la nave, che era già distante, d’improvviso cominciò ad accostare e ritornare indietro, noi allora ci abbracciammo di felicità:
Ci avevano visti! Eravamo salvi!
La nave si avvicinò, il Capitano era sul ponte che dava gli ordini per la manovra, noi lo chiamavamo per nome, ma lui ci rispose: “non vi conosco! Chi siete?” Ci ordinò di accostarci alla nave; una volta accostati diede ordine di abbassare la gru e a noi disse di assicurarsi bene, quando fummo agganciati disse: “tirateli su!” E lui si ritirò nella sua cabina dicendo al suo equipaggio: “occupatevi di loro!” Ci accompagnarono in una cabina e ci dissero di riposare. A noi sembrò strano che il Capitano non avesse voluto parlarci. Noi però eravamo ugualmente felici sapendo di essere sani e salvi.
Tra i marinai di bordo c’era pure suo nipote Nino, un giovane chersino, che noi conoscevamo ancora da casa, lui entrando in cabina ci disse: “venite mio zio vuole vedervi.” Entrati nella sua cabina ci accolse e ci salutò da quel uomo che noi conoscevamo. Ci diede del buon caffè, da mangiare e bere, una grazia di Dio che noi non avevamo più visto dalla fine della guerra. Poi ci disse: “ascoltate, le leggi marittime dicono che io dovrei avvisare le Autorità locali o portarvi al porto più vicino in Italia, vorrei però chiedervi una cosa: vado in Sicilia e vorrei portarvi lì, voi sapete che mia moglie vive ancora a Ossero e non vorrei che le Autorità locali pensino che noi eravamo d’accordo per l’incontro e si vendicassero sulla mia famiglia.” La nostra risposta fu semplice: “ci porti dove vuole,noi ora siamo salvi.”
Il nostro viaggio fino alla Sicilia fu tranquillo senza nessun inconveniente. Il mare era calmo e il sole splendeva, avevamo da mangiare e bere a volontà. Il viaggio durò quattro giorni.
Nel frattempo, come poi mi raccontarono, a Ossero le cose andarono così: la sera della fuga il cambio delle guardie non fu avvertito che Antonio doveva rientrare dalla pesca alle 11 p.m. così nessuno badò al caso. Alle otto del mattino seguente il sergente delle guardie che aveva approvato il permesso di pesca si recò a casa di Antonio per comperare del pesce. La mamma di Antonio si dimostrò tanto preoccupata dicendo al sergente che suo figlio non era ancora rientrato, che certamente gli era accaduto qualcosa. Il sergente soltanto allora si accorse di che cosa si trattava. Di corsa ritornò alla caserma dando l’allarme, ma ormai era troppo tardi, noi eravamo sani e salvi navigando verso la Sicilia.
Per mia mamma, per la mia fidanzata e per le famiglie dei miei compagni cominciò un periodo di grande ansietà. Nessuno sapeva nulla, nessuno aveva inteso nulla su di noi, nulla sulla nostra sorte e dove eravamo finiti. I comunicati dei notiziari italiani non avevano mai menzionato nulla su di noi. Infatti il Capitano non aveva voluto comunicare la notizia con la radio di bordo per paura di essere intercettato dalle vedette yugoslave che avrebbero potuto abbordare la nave in navigazione e prelevarci.
La mattina seguente, di domenica, Dolores seppe da mia mamma che la notte precedente io ero scappato, le disse di ritornare a casa e di agire come se nulla fosse accaduto e di rimanere calma. Qualche minuto più tardi i soldati si recarono a casa mia e chiesero a mia mamma dov’ero! Lei aveva una pentola sul fuoco e stava cucinando il pranzo domenicale, e disse loro: “mio figlio ieri è andato in campagna per lavoro, oggi ritornerà per la Messa, io sto cucinando il pranzo.” Non soddisfatti della risposta andarono a casa della mia fidanzata a chiedere se sapesse dov’ero. Lei, calma, gli rispose: “non so, ora quando vado a Messa lo vedrò!”
Naturalmente quella domenica a Messa di noi quattro, non c’era nessuno.
Così in paese già tutti immaginavano che eravamo fuggiti, ed era quello il motivo per il quale i soldati correvano in giro per il paese senza nessuna meta, come dei polli con la testa tagliata.
Passarono dei giorni e di noi nessuna notizia. I soldati della guarnigione cominciarono a dire che ci avevano presi, che avevano affondato la barca e che noi eravamo tutti morti.
Con il passare del tempo, i nostri famigliari cominciarono a credere che ci fosse del vero su quanto andavano dicendo.
Nel frattempo, cioè quattro giorni dopo, noi avevamo raggiunto il porto di Catania in Sicilia, la destinazione originaria della nave. Il Capitano aveva immediatamente segnalato alla Capitaneria di Porto che aveva a bordo quattro rifugiati politici, raccolti in mare durante la navigazione. La Polizia, informata dalle Autorità portuali, si presentò a bordo e ci prese in consegna.
Prima di lasciare la nave, avevamo chiesto al Capitano Ottoli di inviare un telegramma alla nonna di Mario al suo villaggio. Avevamo scelto lei che aveva più di ottant’anni e abitava con i genitori di Mario, pensando che a lei, essendo una vecchietta, non avrebbero fatto nulla per vendicarsi contro di noi. Sul telegramma si diceva soltanto: "Siamo arrivati a destinazione sani e salvi, segue lettera".
La Polizia ci rinchiuse in una camera di sicurezza perché non credevano alla nostra storia. La cella era fornita di un grande tavolaccio pendente che serviva da letto e da sedia, c’era un secchio di legno con acqua potabile ed un altro che serviva da gabinetto, non c’erano né coperte né cuscini.
Ci sottoposero ad un intenso interrogatorio prima di aver creduto che stavamo dicendo la verità. Avevamo dato loro gli indirizzi dei nostri parenti e famigliari dove volevamo andare. Io andavo da mia sorella a Marghera, Mario da sua zia a Mestre, Antonio a Venezia e Nino a Genova da sua sorella. Intanto ci assegnarono un agente speciale che doveva occuparsi del nostro caso. Per cibo ci davano due volte al giorno pane e acqua. Dopo due giorni l’agente arriva con una (detta da lui) buona proposta. Poiché non sapeva quanto ci sarebbe voluto per verificare la nostra storia e poiché in quella cella stavamo male ci proponeva di trasferirci nelle carceri giudiziarie di Catania, lì avremmo avuto il nostro letto, 3 pasti al giorno, doccia e due ore al giorno di aria aperta in cortile. Ci siamo guardati e ci siamo detti: una bella proposta, che fine avremmo fatto? In ogni caso certamente sarebbe stato meglio di lì e quindi accettammo. L’agente aveva ragione: trovammo tutto quello che ci aveva promesso!
Nel frattempo a Ossero, al nostro paese, i famigliari non sapevano ancora nulla di noi. Il telegramma era arrivato di lunedì, dieci giorni dopo la nostra partenza. Il postino che distribuiva i telegrammi aveva deciso che non sarebbe andato al villaggio di Mario per portare il telegramma ma lo avrebbe consegnato la domenica successiva quando venivano in paese a Messa. Così passarono altri sei giorni. Complessivamente trascorsero quindici giorni prima di sapere che eravamo sani e salvi. Potete immaginare quali angosce e quali pensieri avevano provato i nostri parenti in quei giorni. Poi, finalmente hanno potuto essere felici nell’apprendere che ce l’avevamo fatta ed eravamo salvi e liberi dall’incubo dei titini.
Per noi, dopo una settimana in carcere tra i banditi siciliani (era il periodo del bandito Giuliano…) venne l’agente e ci disse che era stato tutto verificato e che dal giorno seguente eravamo liberi e ci avrebbe accompagnato al treno e con un lasciapassare della Polizia avremmo potuto raggiungere le nostre destinazioni, dove saremmo dovuti rimanere sotto la loro protezione e entro una settimana avremmo dovuto presentarci alle Autorità locali per ulteriori istruzioni.
Il mattino seguente ci accompagnarono al treno in partenza verso il nord Italia. Noi tutti quattro, da quando eravamo partiti da casa, non ci eravamo cambiati di panni ne ci eravamo fatta la barba, potete immaginare la nostra presenza: eravamo come veri avanzi di galera! Tanto è vero che al primo passaggio del controllore lui ci disse: “voi con il lasciapassare della Polizia non potete viaggiare su questo treno, la prossima fermata dovete scendere!” E così è stato, alla prima fermata ci costrinse a scendere nonostante tutte le nostre proteste; avevamo qualche lira in tasca che avevamo portato da casa, per procurarci qualcosa da mangiare. I treni non erano frequenti, ma salivamo sul primo che arrivava; comunque fino a Roma ci hanno fatto scendere tre volte ancora. A Roma salimmo su un treno direttissimo Roma-Bologna-Mestre-Venezia. Ancora una volta, arrivato il controllore ci disse che su quel treno non potevamo viaggiare e, giunti a Bologna ci fece scendere come promesso. Lì presente, in quel momento, si trovava il Capostazione e avendo visto che nonostante le nostre proteste il controllore ci mise giù dal treno, chiese quale era il problema e noi, in poche parole, gli raccontammo la nostra avventura del viaggio. Allora lui, tutto indignato verso il controllore ci fece salire dicendo che se ci avesse dato ancora fastidio se la sarebbe vista con lui. Nino, a Bologna era rimasto a terra perché lui andava Genova, mentre noi tre abbiamo proseguito per Meste Venezia, finalmente indisturbati.
Dopo tre ore siamo arrivati a Mestre, io e Mario siamo scesi, era la nostra destinazione, Antonio proseguì da solo fino a Venezia. Dopo tre giorni di viaggio in treno, finalmente eravamo arrivati. Ho salutato Mario, che andava sa sua zia, però sapevo che ci saremmo visti presto, perché eravamo vicini. Mai sorella abitava a circa tre chilometri dalla stazione di Mestre, avevo l’indirizzo, chiesi informazioni e mi avviai a piedi.
Potete immaginare in quali condizioni mi trovavo: non mi meravigliavo che per strada tutti mi guardavano quando passavo. Mia sorella abitava al secondo piano di una casa e lavorava da sarta, aveva una ragazza che lavorava da lei per imparare il mestiere. Quando giunsi, suonai il campanello alla sua porta, lei mi vide dalla finestra del secondo piano, chiamò la ragazza e gli disse: “prendi questi spiccioli e vai giù alla porta c’è un mendicante e spediscilo per la sua strada!” potete immaginare come ero ridotto: nemmeno mia sorella mi aveva riconosciuto. Quando poi ha realizzato che ero suo fratello è corsa giù ci siamo abbracciati e abbiamo pianto insieme: era pianto di gioia!
Il mio viaggio finalmente era finito, ero stanco, sporco, affamato, esausto ma felice e soprattutto “LIBERO”!
Questo è un episodio della mia vita che io chiamo:
“il mio volo verso la libertà”
In realtà la mia vera liberta l’ho trovata qui in Canada dove ho vissuto felice sin dal 4 luglio 1951. La mia fidanzata Dolores mi ha raggiunto il 23 dicembre 1952 ed il 17 gennaio 1953 mi disse: “si, voglio essere tua moglie”. Oggi 55 dopo siamo sempre assieme e felici.
Abbiamo un figlio Mike, sposato con Jennifer e tre nipoti:
Oliver 16 anni
Sarah-Amelia 13 anni
Harrison 5 anni

Vito Mavrovich
66 Av. Breckendrige
DOLLARD-DES-ORMEAUX QC
H9G 1G4 CANADA

(2008)


Elsie A. Ragusin

DA LUSSINO AD AUSHWITZ

VITA DI ELSIE RAGUSIN

(Traduzione, presentazione e completamento di Nino Bracco)

DEDICA

Dedicato ai miei genitori, che persero insensatamente la loro vita per le deliranti convinzioni di coloro che si ritenevano razza superiore.

PRESENTAZIONE

La storia della famiglia di Giovanni Ragusin di Neresine (isola di Lussino), per quanto stupefacente e drammatica, era del tutto sconosciuta, perfino ai compaesani; ciò è probabilmente dovuto anche ad un senso di vergogna collettiva, per quanto non imputabile agli abitanti del paese, ma soltanto a poche persone, impregnate dell’esasperato fanatismo politico del regime del tempo, ormai in evidente disintegrazione, che li hanno denunciati.
Solo da pochi anni sono venuto a conoscenza della loro storia attraverso due fonti d’informazione indipendenti tra loro: una, un po’ generica, proveniente dal racconto dei parenti della famiglia, che ho poi approfondito con ricerche nel paese d’origine, che hanno portato a riscontri inconfutabili. L’altra più precisa, scaturita dalla scoperta del libro ”An American in Auschwitz”, scritto in inglese da Elsie Ragusin, protagonista principale di questa storia.
Un altro breve scritto, redatto dal figlio Albert Ragusin in onore di suo padre, rievoca sinteticamente la vita del proprio genitore. Anche questo scritto viene integralmente qui pubblicato.
Da queste informazioni la storia della famiglia Ragusin può essere sinteticamente riassunta così:
Giovanni Ragusin, nato a Neresine il 22 febbraio 1882 (soprannome del clan: Gustignevi), emigrò come tanti altri compaesani negli Stati Uniti nei primi anni del XX secolo, portando con se anche la giovane moglie. Sposato con Domenica Soccolich nel 1908, il viaggio di nozze fu quello che li portò da emigranti in America. Dopo le prime residenze a New Orleans e Chicago, dove nacquero i primi tre figli maschi, si stabilì poi definitivamente a New York. In quella città trovò un buon lavoro e qui nacque la quarta figlia, Elsie. La famiglia crebbe serena, e quando i figli maschi si resero autonomi ed incominciarono a lavorare, Giovanni Ragusin e sua moglie, che intanto avevano messo da parte un bel gruzzolo e che non avevano mai smesso di sognare con nostalgico rimpianto il paese natio, pensarono di ritornare nella loro terra di origine. Nel 1939 intrapresero il viaggio di ritorno, portando con se la giovane figlia Elsie, lasciando in America gli altri figli maggiori, che preferirono restare nel paese dove erano nati e dove avevano tutti un buon lavoro.
Giunto al paese natio Giovanni Ragusin, oltre alla cittadinanza italiana, volle mantenere anche quella americana, e decise di stabilire la sua residenza definitiva a Lussinpiccolo, acquistando in quella cittadina una bella casa sul mare, con annesso moletto di attracco per la sua barchetta (caicio), pensando di trascorrere serenamente in quel posto gli ultimi anni della sua vita. La casa era ubicata poco distante della cavanella di Privlaca, (dove ora si trova la “Marina”). Giovanni e la sua famiglia trascorsero i primi anni, fino al 1944, nella nuova casa, facendo frequenti capatine a Neresine dove vivevano la vecchia madre, le sorelle e gli altri parenti. Nel frattempo la Elsie, che era una bellissima ragazza, si innamorò, ricambiata, del neresinotto Toni Rocchi, giovane capitano di lungo corso; i due si fidanzarono ed i viaggi a Neresine della famiglia si fecero più frequenti.
Scoppiò la guerra, il Toni fu richiamato sotto le armi e divenne ufficiale della marina italiana.
Elsie Ragusin, attualmente residente ad Orlando (Florida), nei vari contatti con lei avuti, ha sempre voluto sottolineare che non ha mai dimenticato il suo primo grande amore: il Toni Rocchi. Dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre del 1943, i Tedeschi occuparono l’Italia, inclusa la Venezia Giulia e le nostre isole del Quarnero. A Neresine il controllo territoriale fu affidato ai miliziani fascisti della X-Mas, mentre a Ossero, Lussino e negli altri centri delle isole, strategicamente più importanti, fu mantenuto dai Tedeschi. Nel 1944 iniziarono anche i bombardamenti di Lussinpiccolo da parte di aerei anglo-americani. I Ragusin, che avevano la casa vicino a uno squero, decisero di rifugiarsi a Neresine come sfollati, come fecero anche altre famiglie lussignane.
Le autorità tedesche, che avevano anche il “compito” di scovare gli ebrei nei territori occupati per deportarli in Germania, mandarono direttive alle autorità politiche e militari dei vari paesi, in ordine alla denuncia e arresto di cittadini ebrei residenti. Per facilitare il lavoro di “scoperta” degli ebrei alle autorità politiche locali, i vertici politici regionali mandarono una circolare segnalando che i cognomi di città o derivanti da città erano il chiaro segno di appartenenza alla razza ebraica. I politici locali di Neresine, (ora dopo tanti anni individuati, assieme a tutto il retroscena “politico” della tragica storia), per dimostrare “sacro zelo“ di fronte alle autorità politiche regionali, o per altri abbietti motivi, decisero di denunciare i Ragusin quali ebrei, stante, secondo loro, il cognome di derivazione dalla città di Ragusa. A seguito di questa denuncia, Giovanni Ragusin e la figlia Elsie vennero arrestati dalla polizia politica (Gestapo) e portati in prigione a Lussinpiccolo, dove rimasero per tre giorni, mentre la madre, che aveva il più diffuso cognome del paese (Soccolich) non fu arrestata perché “ariana”. L’accusa di ebraismo ben presto cadde anche per i Ragusin, perché è risultata evidentemente del tutto falsa, in quanto non erano affatto ebrei; l’imputazione, a questo punto, fu trasformata in politica. I Ragusin, in quanto “americani”, furono dichiarati spie degli anglo-americani, furono quindi mandati a Fiume. I parenti, amici e compaesani insorsero chiedendo ai politici locali spiegazioni sull’arresto dei due, i quali risposero che Giovanni Ragusin era stato scoperto a fare segnalazioni notturne “con la sigaretta!!!” agli aerei anglo-americani che passavano altissimi sopra i cieli del paese per andare a bombardare Zara, quindi era da considerarsi una spia del nemico. La spiegazione dei politici era evidentemente del tutto falsa, e poi la ragazza Elsie non poteva essere anche lei una spia americana, perché tra l’altro, non “fumava”! Intanto i beni della famiglia: la bella casa a Lussino ed il denaro furono sequestrati e confiscati dalle autorità politiche, lasciando la povera madre, sola e disperata, senza mezzi di sostentamento!
Nella ricostruzione di questa vicenda è emerso anche che una delle principali motivazioni della denuncia di ebraismo, fu l’intento di impadronirsi dei loro beni. I due furono poi mandati nella prigione “Coroneo” a Trieste, dove furono definitivamente separati: Giovanni fu mandato nel campo di sterminio di Buchenwald e la Elsie in quello di Auschwitz.
Si ritiene opportuno, a questo punto, fornire anche alcune interessanti informazioni sui Ragusin vissuti nell’isola di Lussino.
Il cognome Ragusin era abbastanza diffuso nella nostra isola, specialmente a Lussingrande da cui ha origine, ma anche a Lussinpiccolo, ed è uno dei più antichi dell’isola. La prima menzione scritta di questo cognome risale al 1460, quando i Lussingrandesi, per difendersi dalle incursioni piratesche, eressero a Lussingrande una robusta torre. La tradizione ne attribuisce la proprietà proprio alla famiglia Ragusin perché il terreno in cui fu costruita apparteneva a questa famiglia; ma per lo scopo di comune difesa cui era destinata e per l’ingente dispendio che la sua costruzione dovette richiedere, è presumibile che sia opera di tutto il popolo. Viene riportata, dal libro “Lussingrande, cenni storici” del prof. M. Budinich, una breve descrizione della torre:
“Situata in prossimità del porto, sopra un terreno declive, e dalla parte di Greco alta 17 metri, da quella di Libeccio circa 15, la sua circonferenza alla sommità e di 33 metri. Nei tempi del pericolo, vi si rifugiavano le donne, i vecchi, i fanciulli, riportandovi in salvo i migliori effetti; v’erano conservate anche delle provvigioni di viveri pel caso di un’invasione improvvisa, e si teneano pronti nella parte superiore cumuli di pietre, acciocché anche i ricoverati potessero difendersi, qualora il baluardo venisse aggredito. Riguardo a questa torre, la tradizione asserisce, che nel principio del secolo decimottavo, durante la guerra fra i Veneziani ed i Turchi per il possesso della Morea, gli abitanti rinchiusisi nella torre, si siano valorosamente difesi dagli assalti di alcuni barbareschi qui approdati con le loro galee, e li abbiano vittoriosamente respinti”.
Nel 1520 Antonio Ragusin fondò il “Fondaco di Biade”, un’istituzione di grande vantaggio per il popolo di Lussingrande, cui dispose un lascito di trecento lire, onde provvedere ad aiutare i poveri nell’acquisto di generi alimentari. Il Fondaco di Biade, detto anche dei poveri, s’accrebbe notevolmente nei secoli successivi per la zelante amministrazione dei suoi responsabili e per lasciti generosi a suo favore.
Ancora, Antonio Ragusin, forse lo stesso del “Fondaco di Biade”, con testamento del 15 ottobre 1579 lasciava alla Chiesa una stanza (cioè luogo boschivo e arativo) denominata Garmosal, (nome che nell’antica lingua dalmatica significa zona boschiva a macchia) a quattro miglia da Ossero, con 83 animali, con l’obbligo della celebrazione annuale di 14 Messe cantate e 12 Messe basse.
Altri racconti ci dicono che, ancora un Antonio Ragusin, rimasto nella storia con l’appellativo di “Pater Patriae”, fu promotore di importanti iniziative contro l’invasione barbarica delle isole. Alla sua morte, avvenuta nel 1569, egli lasciò alla confraternita di S. Antonio Abate, – il santo Patrono di Lussingrande – una casa con terreni ed animali, per l’alloggio dei senza tetto, con il legato di distribuire annualmente, il giorno della festa dell’Ascensione, pane, denaro, cibo e vino ai poveri del paese.
Questo cognome appare ancora negli antichi documenti degli archivi della Repubblica di Venezia nel XVI secolo riguardanti la Contea di Ossero e Cherso, in cui sono espressamente citati due pescatori di origine veneta: Ragusin e Botterini di Lussingrande, per aver per primi organizzato la pesca delle sardelle col sistema chiamato “tratta con fuochi”, e ciò rientrava negli interessi della “Serenissima”.
Altra importante menzione dei Ragusin si trova negli archivi storici di Venezia. In un elenco dei “I MILLE” più valorosi combattenti nella storica Battaglia di Lepanto del 1571, cioè i mille ritenuti dalla “Serenissima” i più degni di essere ricordati nella storia con il massimo onore, è citato Francesco Ragusin, importante membro dell’equipaggio della galea veneziana denominata “San Nicolò con la Corona”, appartenente alle città di Ossero e Cherso, comandata dal valoroso sopracomito Colane Drasa di Ossero.
Nella Battaglia di Lepanto la galea “San Nicolò con la Corona” era schierata al nono posto della prima linea del corno sinistro della flotta cristiana ed era considerata una delle più veloci navi della flotta veneziana, per la grande efficienza e resistenza dei suoi vogatori, tutti isolani. Proprio per le sue note caratteristiche di velocità e manovrabilità, la galea Osserina veniva anche mandata in pericolosi viaggi di ricognizione per spiare il posizionamento strategico della flotta turca. Nella storia della preparazione di questa battaglia è rimasta documentata negli Archivi Storici veneziani una memorabile ed abilissima lunga fuga della nostra galea, tra isolette e scogliere della costa greca, sfuggita con successo all’inseguimento delle navi turche che l’avevano sorpresa. Inoltre, nella famosa Battaglia, la “San Nicolò con la Corona” si distinse particolarmente, anche per aver per prima rimorchiato in primissima linea, di fronte alla flotta turca, con la “massima sollecitudine”, una delle famose “galeazze” (erano dei grandi barconi corazzati ed armati di potenti cannoni, praticamente delle fortezze galleggianti), che furono determinanti per l’esito della battaglia, favorevole alla flotta cristiana. Per il suo valoroso comportamento nella Battaglia di Lepanto, la Serenissima Repubblica conferì al sopracomito della “San Nicolò con la Corona”, l’osserino Colane Drasa, un encomio solenne, tuttora conservato negli archivi storici di Venezia.
Proclamazione di S. Gregorio a patrono di Lussingrande, anno 1664 febbraio. Documento originale emesso dall’antica confraternita di S. Antonio Abate.
“Trovandosi radunati noi confrati di S. Antonio nella casa della confraternita: Don Matteo Boxichievich pievano, e i Cappellani Don Antonio Ragusin, Don Nicolò Melata, Don Martino Botterini e altri sacerdoti e il Giudice Antonio Botterini, Capitano Pietro Petrina, Gregorio Lettich, Giovanni Simicich, Giovanni Badalich, Giovanni Budinich, Marco Saleta e i rimanenti confrati: poiché nel giorno 25 del mese di aprile 1663 ci fu donato dall’illustrissimo Signor Vescovo Giovanni De Rossi il corpo di San Gregorio Martire e riposto nella sacrestia di questa nostra Chiesa Parrocchiale, e poiché sull’altare maggiore è riposto il Santissimo Sacramento, perché abbiamo pregato il medesimo illustrissimo Signor Vescovo, di trasportare il Santissimo Sacramento sull’altare della Beata Vergine Maria del Carmine e di trasportare il corpo di San Gregorio sull’altare Maggiore, la quale grazia ci fu concessa dallo stesso Signor Vescovo e lo abbiamo collocato sull’altar Maggiore, affinché per sempre rimanga unito col nostro primo Patrono S. Antonio e perciò abbiamo scelto anche Lui come Patrono e difensore, e la Sua Festa per sempre venne stabilita il giorno 7 del mese di luglio come giorno della Santa Domenica, e tutto ciò ci fu concesso dal Signor Vescovo.
Inoltre decisero i detti confratelli che ogni anno si deve dare come obolo alla Chiesa in onore a detto Santo Gregorio nostro Protettore il ricavato di parte delle sardelle che verranno pescate. Queste promissioni accontenteranno tutti i confratelli e che sieno osservate ora e sempre da tutti noi e da quelli che verranno dopo di noi. Amen. Ho sottoscritto io Don Antonio Ragusin, Capellano pregato da detti confratelli.”
Un Capitano Tommaso Ragusin si distinse nella guerra di Morea contro i Turchi, particolarmente in un fatto d’armi presso Corfù nel 1716. Un suo figlio, Cap. Antonio è ricordato come grande benemerito, per aver migliorato l’amministrazione delle scuole laiche ed anche suo fratello Cap. Tommaso, per lo zelo dimostrato nella ricostruzione della Chiesa Parrocchiale.
Il Cap. Martino Ragusin, prestava servizio come ufficiale in una nave veneziana, quando, il 14 gennaio 1747 fu assalita da un grosso sciabecco algerino armato di 24 cannoni e con 313 uomini di equipaggio. I Veneziani si difesero valorosamente, ma appiccatosi il fuoco alle polveri, la nave saltò in aria e vi perì tutto l’equipaggio, ad eccezione del Ragusin e di un altro marinaio, i quali furono condotti schiavi ad Algeri. Venduta la casa per riavere la libertà, il Ragusin prestò ancora, come Capitano, notevoli servizi alla Repubblica.
Altri membri di questa famiglia si distinsero nell’esercizio di pubbliche mansioni, tra questi parecchi sacerdoti, come Don Francesco Ragusin che fu parroco a Lussingrande dal 1712 al 1726, ed un altro Don Francesco Ragusin, canonico e per lungo tempo cappellano a bordo di navi della squadra veneta.
Altre persone importanti che si distinsero a Lussingrande furono il notaio Filippo Ragusin (inizio 1700), ed il giudice Giovanni Ragusin 1736.
Tra i Ragusin, merita una menzione anche il Rev. Don Antonio Ragusin di Lussingrande, acclamato dalla cittadinanza nel 1848, dopo una clamorosa rivolta popolare, quale parroco della cittadina, contro il volere delle autorità politiche e dalle Curia Vescovile di Veglia. In quella circostanza il “popolo furente” cacciò brutalmente dal paese il parroco filocroato Don Stefano Antoncich, imposto dalle autorità alcuni anni prima (1845), contro il volere della popolazione. (Avvenimenti raccontati dal contemporaneo dott. Matteo Niccolich nel suo libro “Storia documentata dei Lussini” – 1871).
Rassegna storica del Risorgimento Italiano, Volume 18. Parti 1-2- pag. 564. “…assieme ai Budini furono arrestati i Capitani Pietro Maria Ragusin, Agostino Petrina, Antonio Giacomo Bussani. Simeone Letti ….”
Un altro avvenimento memorabile ha avuto come protagonista ancora un Ragusin. Un veliero austriaco trialbero di 367 tonnellate, costruito a Muggia nel 1861, navigava nell’Oceano Atlantico diretto ad Amburgo con prezioso carico a bordo ed un equipaggio di 10 marinai. Poco dopo la partenza dall’Argentina il comandante si ammalò di febbre gialla, e dopo poco anche gli altri membri dell’equipaggio. In pochi giorni morirono tutti; sopravissero soltanto il cadetto Silvio Ragusin ed altri tre marinai. La nave rimase senza comando. Il “cadetto” Ragusin, assunse il comando della nave, provvide, assieme ai suoi compagni superstiti a degna sepoltura in mare dei deceduti, come da antica tradizione marinara, e dopo 96 giorni di drammatica navigazione, col solo aiuto dei tre marinai, riuscì a portarla al porto di destinazione: Amburgo! Per questo comportamento il governo austriaco gli conferì la medaglia d’oro al merito. Il suo equipaggio, i tre marinai, ricevettero la medaglia d’argento ed un consistente premio in denaro. Un diploma dice: “Sua Maestà Imperiale, Regia, Apostolica, l’Augusto nostro Imperatore, con Sovrana risoluzione si è graziosamente degnata di conferire a Vossignoria la Croce d’oro in ricognizione delle lodatissime e benemerite prestazioni.”
Un altro Ragusin di Lussingrande si trasferì nell’isola di Cipro, dove divenne un noto commerciante di generi alimentari, proprietario di distillerie ed importatore ed esportatore di vini e liquori di alta qualità. A Cipro c’è ancora una strada chiamata Via Ragusin. Sembra che questo Ragusin fosse anche governatore della città di Larnaca.
Moltissimi altri Ragusin si distinsero nella storia della nostra isola, come Capitani, sacerdoti, armatori, notai, ed in atre professioni.
Viene qui presentato anche il libretto scritto da Albert Ragusin in onore a suo padre. (Il libretto viene trascritto tal quale, perché scritto in italiano).

“A MIO PADRE NELL’ORA CRUENTA DELLA PRIMA OPPRESSIONE BARBARICA”. GIOVANNI RAGUSIN 1882 – 1945

Nel secondo anniversario dalla scomparsa del nostro rimpianto genitore, cercheremo di abbozzare in pochi cenni i carissimi ed indimenticabili ricordi che di lui conserviamo con il più religioso affetto.
Se l’acerbo dolore, nella perdita di un consanguineo è indiscusso, compreso e condiviso dai più intimi; per noi inoltre, lo strazio crebbe a mille doppi, nell’apprendere la sua orrenda fine: inquantoché non succedette per avvenimento naturale.
Lo straniero, come prima, come sempre, quando il passo non è vigilato dal Legionario, di là dall’Alpe, calò a mare a mendicare il nostro sole.
Non è necessario che si ritorni qui a rievocare come si presentarono da noi in tutti i tempi quelle torme predaci, fossero esse di schiatta teutonica o slava. Se come non bastasse il saccheggio e la rovina che ovunque, per il loro marchio e vergogna disseminano, accadde pur anco, che spesso strappano dalle pareti domestiche e dalle braccia tese e supplicanti dei congiunti, uno o più di loro cari, per gettarli esuli, negli spaventevoli campi di concentramento, lungi dal suolo natio. Questa, purtroppo, la sventura riservata anche al mite e caro uomo, di cui noi orquì faremo in pochi cenni la storia.
Che possa intanto questo saggio illuminare i suoi posteri, che in seguito forse lo rievocheranno; che possa esso ingagliardire in loro la certezza che egli fu, sempre e ovunque, fiero sostenitore della sua italianità (1). Questo lo tramandiamo, alieni dal macchiarci – presso lo scomparso – di incaute menzogne; ma sì, nella certezza assoluta, noi, che nelle sue braccia abbiamo aperto per la prima volta gli occhi al sole. Ma anche, sin da adesso, per confutare i vociferatori incoscienti, che di lui tra di loro o agli altri forse ne avviluppereranno la memoria.
Volli narrare la storia, prima che se ne attenui o perisca il ricordo, di un importante nostro congiunto, che seppur ignoto e umile, lumeggia al fianco del baldo manipolo dei nostri martiri irredenti, di tutti i tempi, poiché anch’egli per l’indomito amor patrio, nell’esilio s’immolava.

I NATALI – LA FAMIGLIA

Nacque il 22 febbraio 1882 a Neresine, nell’isola di Lussino, da Domenico Matteo Ragusin e Atonia De Dominicis.
Il primogenito(2) di una numerosa famiglia. Qualche giorno appresso, alla fonte battesimale del Duomo, lo chiamarono col nome del suo avo Giovanni Ragusin.(3) Fatalità o coincidenza, “Giovanni”, sembra essere un nome apportatore di sinistro augurio(4), nella famiglia dei Ragusin.
Neresine vide la sua docile infanzia, senza alcunché di notevole da rilevare. Più tardi, divenuto un po’ più grandicello, solea accompagnare la mamma o la nonna a Lussinpiccolo, per vendere colà, al mercato, i loro prodotti dei campi: frutta, ortaggi e uova.
Lussinpiccolo dovette sin da allora esercitare sul giovane maschietto un gran fascino, che lo accompagnerà per tutta la vita. Diffatti, in quel periodo la città marinara, culla di forti ed ardimentosi naviganti, viveva un momento del suo massimo splendore. Nel porto, la bella ed ampia “Valle di Augusto”, era tutta una selva, egli ci raccontava, con nostalgia, un incrocio di alberi e vele quadre dei bastimenti, e continuava: di buon’ora Lussino era tutta un movimento di operai e lavoratori, che in colonne lunghissime da ogni dove, si recavano verso i sonanti cantieri e officine navali.
Nessuna meraviglia quindi, se il giovanetto avrà supplicato indarno la mamma di lasciarlo a Lussino, per apprendere l’arte del “calafato”. Il suo primo sogno dunque, era quello di andar a lavorare nei cantieri navali di Lussino; tanta era la passione per il mare e per le barche, sogno, che come vedremo, si avverò sì, ma molti, molti anni appresso e dovea essere l’ultima occupazione come operaio.
Invece dello squero di Lussino, è necessario che si concorra un po’ al sostentamento della loro numerosa famiglia. Così lo troviamo a navigare tra Istria, Venezia e la Dalmazia, sui trabaccoli e velieri di cabotaggio di Neresine, prima come mozzo, poi marinaio.
Ancor molto giovane, si sente – com’è naturale – l’ala dell’amore sfiorargli l’anima. Ha forse 18 anni e già sceglie la compagna della sua vita: la nostra cara mamma.
Costretta anch’essa, perché orfanella a guadagnarsi il pane, facendo da servetta ad una famiglia di Lussinpiccolo; in un’età però, quando altre fanciulle, giocano ancora con la bambola.
Poi è chiamato a prestar servizio militare, che il quel tempo si protraeva per ben 4 lunghi anni. Se pur senza soverchio entusiasmo, egli indossa l’odiata divisa, lungi era manco il sogno, che in altro giorno, gli sarà imposto ancora una volta d’indossare l’orrida uniforme, e dello stesso spietato e spavaldo tedesco. Ma non già, ahimé, quella, se pur di un discutibile onore, almeno al riconoscimento del servizio a sua maestà, Francesco Giuseppe D’Asburgo.
In una crociera, oltre Atlantico, vede e ammira la grandezza di New York, e nel ritorno sosta in Grecia e nel Mediterraneo orientale, ove pare, si sposta in qualche punto di Terrasanta.
Congedato onorevolmente nel 1906, il 15 febbraio 1908, a Neresine si unisce in matrimonio. E qualche mese appresso, per incitamento di uno zio d’America (5), con la giovane sposa a Trieste sull’Atlanta della Cosulich, si imbarcano per gli Stati Uniti.

STATI UNITI D’AMERICA

New Orleans – Chicago – New York

Arrivarono circa un mese dopo a New Orleans e si stabilirono col suddetto zio. Egli prosperava discretamente nell’industria della pesca; industria che alimentava pure una sua piccola fabbrica per la preparazione di alcune specie di pesci sott’olio.
Nessun ricordo conserviamo del novello emigrante. Sappiamo peraltro, che fu sempre operoso, dedicandosi nel primo tempo alla pesca delle ostriche. Su di una piccola imbarcazione si portavano lontano dalle coste, e spesso tali escursioni diventavano avventurose a causa di improvvisi temporali, che imprevisti si sprigionavano nel Golfo del Messico. Compagni di avventura gli furono spesso due amici e uomini conterranei, e perché tali, tutti non altrimenti chiamavano che: “Toni Gigante” e “Micula Forte”.
Senonché, durante l’imperversare di una violenta bufera, il massimo fiume del mondo, il Mississipi, nella notte tempestosa straripò, travolgendo nella sua piena, e casa e poteri: “fu un miracolo” egli ci raccontava “che ho potuto salvare la vita e quella della vostra mamma”. Ma intanto tutto fu travolto e disperso: la sua barchetta da pesca, ristabilita la calma, la trovò nei boschi adiacenti, incagliata tra gli alberi.
Perduto tutto, eccetto la vita, decise di lasciare New Orleans e cercar fortuna altrove, Si trasferiscono allora a Chicago.
La fortuna a Chicago gli sarà stata più propizia, se non altro, perché colà si vide per la prima volta contorniato dalla sua famiglia, i suoi tre figli piccoli (6). Altri particolari ci sono ignoti della sua vita a Chicago, ma, in ogni modo non c’era molto da rilevare.
Nel 1917 è con la famiglia a New York, fino al 1922, quando rimpatria a Neresine con l’intera famiglia. Alla fine del detto anno è nuovamente in America, dove nel 1927, lo raggiunge il figlio Giovanni, al quale segue nel 1930 il rimanente della famiglia (7). Durante questo periodo di viaggi, egli si porta per alcuni mesi di vacanza (1929) a Neresine. Infine, nel 1939, passa con la m/n “Vulcania” l’ottava ed ultima volta l’Atlantico.

LUSSINPICCOLO

A Lussinpiccolo, in riva al mare e non lungi dallo squero, si compera un grazioso villino, ove conta di trascorrere nella quiete il rimanente della vita. Svagandosi con la barchetta, vive giorni felici, assieme alla compagna dei suoi lunghi viaggi e soste pel mondo. Il mondo, ove vide ed ammirò tante grandezze e meraviglie; ma in fondo al cuore era rimasto forte e radicato l’affetto alla sua isola natia. Lavorò anche finalmente nel suo squero, ma per poco.

LA GUERRA E L’ESILIO

Buchenwald

Il sogno vagheggiato sin dalla sua giovinezza si è finalmente avverato. Ma il rombo del cannone, tuonante nel corridoio disputato, invece di affievolirsi, si avvicinò sempre più, per sommergere nell’onda sanguinea anche la sua quieta e laboriosa isoletta natia. Ma chi mai potrà narrare i dolorosi avvenimenti che incalzano e si susseguono? E chi lo strazio, dopo i rovesci dell’Asse, quando tutti erano vigilati e sospettati dalla polizia tedesca, che libera e padrona, arrogante scorrazza per la via?
Il 14 giugno 1944, a Neresine, tre ufficiali della polizia tedesca “Gestapo”, si presentano sulla porta della casetta – che lo vide nascere – dove ora Giovanni Ragusin si è rifugiato a causa dei bombardamenti a Lussinpiccolo. Assieme alla figlia Elsie viene arrestato e portato in prigione a Lussino. Dopo tre giorni viene prelevato e, sempre sotto scorta tedesca, portato a Cherso, ove rimane un paio di giorni e poi fatto proseguire per Fiume il 19 giugno. Il giorno 24, col treno, viene portato da Fiume a Trieste, dove lo stesso giorno è gettato nel carcere di “Coroneo”. Il 27 dello stesso mese è separato dalla figlia (8), e sul treno trasportato verso il campo di concentramento.
A Buchenwald, in Germania, è sottoposto a patimenti e sofferenze inaudite. Finite le ostilità, invano la famiglia, a mezzo di tutte le autorità, cercò di rintracciarlo, invano attese il suo ritorno.
Un anno dopo la fine della guerra, una lettera da Milano(9), rendeva informato il sindaco di Neresine, del decesso di Giovanni Ragusin avvenuto il primo marzo 1945 a Buchenwald.
Nel primo anniversario si stampò un epitaffio alla memoria di Giovanni Ragusin (10).

NOTE

1 - I sentimenti di italianità erano vivissimi in Giovanni Ragusin, di cui ne diede ampia prova in ogni tempo, sin dalla sua giovinezza. Un primo ricordo, che per sua bocca abbiamo sentito narrare, avvenne a Chicago, ancora prima della grande guerra della nostra redenzione. Egli era spesso biasimato e schernito da alcuni suoi compaesani emigrati, perché appunto nutriva sentimenti italici, e in casa con mamma, anziché in slavo, si parlava troppo italiano. Tra i compaesani ricorderemo Isacco Zorovich, che lo insultò con parole ed azioni sconce. Giovanni Ragusin non era un polemista fegatoso; non si risentì. Attese invece con cauto silenzio il fatto. Con la vittoria delle nostre armi, e dopo Rapallo, fece ritorno in patria finalmente redenta, con tutta la sua famiglia. Questo sollevò molto scalpore tra i suoi (compagni?), ma egli, non badando a falsi consiglieri, il 20 maggio 1922, col “Presidente Wilson”, partiva da New York, per ritornare in patria il 7 giugno 1922. Cercò e coltivò sempre amicizie tra gli italiani; così in America è amicissimo dei fratelli capitani Antonio e Nicolò Camali, di Giusto Sigovich, poi quando rimpatriò definitivamente, a Lussinpiccolo, con Roberto Stuparich, comandante pensionato dei transatlantici Cosulich; con Marco Martinoli, dei cantieri Martinoli di Lussinpiccolo; con il cap. Eugenio Camalich; con il capitano e armatore Costante Camali, (compare e compagno di prigionia dell’immortale Nazario Sauro).
Ma la prova più luminosa della sua italianità, d’innanzi a cui si attenuano queste umili testimonianze, egli le diede quando alle carceri di Fiume, nella via dell’esilio, gli si chiede la sua cittadinanza: disse di essere italiano! È importantissimo rilevare qui, che poteva bensì dire di essere cittadino americano, poiché tale era (e lui lo sapeva) l’imputazione. Ma, egli, conscio d’un trattamento anche peggiore, non si smentì: disse di essere italiano. (Da informazioni attinte oralmente a New York da sua figlia Elsie Ragusin, pure internata e da uno di San Piero de’ Nembi, il suo superstite compagno d’esilio).

2- Dopo Giovanni, ne segue una numerosa prole, ricorrendo alla memoria ne farò l’elenco (le date si nascita e dei decessi ci sono ignote, e quindi l’ordine cronologico può essere inesatto: Giovanni, Giuseppe, Marco, Clementina, Atonia, Carmela, Antonio, Costante e Angela.

3- Giovanni Ragusin era il nome di un suo avo, ma anche la nonna si chiamava Giovanna, Giovanna Zorovich-Ragusin.

4- Il primo Giovanni che noi rinvenimmo è il Giovanni di nota 3. Era figlio di Domenico Ragusin e di Domenica Perovich. (Dall’attestato del Uff. Arcipretale del parroco di Ossero Nicola Depicolzuane). Con lui inizia (ma può darsi anche che continui) una serie di sventure, per cui tutti i “Giovanni” periscono in tragiche circostanze. Ecco intanto quelle a noi note: egli morì, ancor giovane, un giorno dopo la colazione, stanco, si sdraiò a terra addormentandosi, malgrado fosse tutto sudato dalla fatica,. Al contatto con i mattoni umidi e freddi, ne prese un forte raffreddore, che nella notte si tramutò in febbre e polmonite. Qualche giorno appresso ne morì. Così il suo maggior figlio Giovanni morì tragicamente nel Golfo del Messico in un naufragio. Il nostro Giovanni era a sua volta padre di due figli, avuti dal matrimonio con Maria Sattalich di San Giacomo. Questo Giovanni ritornava a casa a guerra finita (1914-1918) alla quale partecipò. Durante il viaggio da Monfalcone a Lussino, la nave urtò una mina, ed egli purtroppo annegò. Il suaccennato Andrea Ragusin, sposato a Lussinpiccolo, ebbe due figli: Giovanni e Andrea. Questo Giovanni si tolse la vita mediante impiccagione, in un momento di squilibrio mentale, da cui era afflitto da parecchi anni. Il nostro rimpianto padre, chiamò il suo primo figlio Giovanni e così anch’egli, non escluso, trovò tragica fine. Capitano di una bettolina di traghetto nelle acque portuali di New York, fu svegliato una notte dalle fiamme, che d’improvviso avvolsero la cabina in cui dormiva. Malgrado la fuga attraverso un finestrino, venne mortalmente ustionato, si da morire qualche ora dopo in ospedale.

5- Questo zio, il cui cognome era Benvenuti, era sposato con la sorella di sua madre.

6- Il 7 giugno 1911 nacque il primo figlio Giovanni; il 16 agosto 1912 Edoardo; il 17 ottobre 1914, chi scrive queste righe, e a New York l’11 novembre 1921 la figlia Elsie.

7- Nell’estate 1928 è in vacanza nell’isola natia. Si porta pure a Cherso per riabbracciare una sorella, colà sposata: Clementina Ronchetti. Non dimenticheremo come in una visita al già accennato capitano-armatore Costante Camali, entrambi avevano rievocato i giorni della loro giovinezza. Quella sera, prima di salutarlo, salgono sul “pergolo” ove garrisce nel tramonto il Tricolore italiano, in occasione di una festa nazionale. Il vecchio patriota rivolgendosi a nostro padre dice: aiutami Giovanni ad ammainare la nostra bella bandiera; parole ch’ei ricordava con fierezza ed orgoglio quando ricordava il suo amico Costante Camali.

8- Informazioni raccolte oralmente a New York da sua figlia Elsie, pure internata.

9- Ministero Assistenza Postbellica. Ufficio Staccato A.I, Ufficio Informazioni – Milano 22/1/1946.
N° di Prot. 7592-MC/Ar Categoria Do/M 123.
Oggetto: Documenti di proprietà dell’ex deportato signor Giovanni Ragusin, nato a Neresine d’Istria il 22/2/1882, residente a Neresine.
Abbiamo il vivo dolore di parteciparle che da elenchi pervenuti direttamente dal campo di Buchenwald risulta che l’ex deportato segnato in oggetto è deceduto nel campo stesso in data 1/3/1945.
Egli era stato deportato in detto campo col numero di matricola 5778.
Unito alla presente inviamo certificato di decesso. Questo ufficio ha inoltre ricevuto direttamente dalla Germania un piego contenente i seguenti oggetti: un orologio in argento, un paio di gemelli in metallo. Materiale che teniamo a disposizione dei congiunti.

10- Epitaffio stampato nella tipografia “Vanni” di New York, aprile 1946.
Un giglio, una Croce, un cipresso non mostrano dove dorme la spoglia di Giovanni Ragusin. VISSE VITA PER ANNI LUNGA, PER AFFANNI LUNGHISSIMA.
PROVVIDO, SOLERTE, PRUDENTE, MITE, CARO PADRE DI FAMIGLIA. PER VITA SEMPLICE, INTEMERATA, OPEROSA, CORAGGIOSO PEL MONDO PELLEGRINO, MA RITORNATO IN ITALIA, CHE AMÓ DI POSSENTE AFFEZIONE, VI BRAMÓ UNA STANZA E VI RINVENNE UNA TOMBA.
PEL VOLVERSI DI MUTABILI TEMPI, INTERNATO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO, L’ESULE CHIAMÓ GLI ASSENTI FIGLI E L’AMATA CONSORTE, SOLERTE MADRE, DESIDERABILE AMICA, MORÍ IL GIORNO PRIMO DEL MESE TERZO L’ANNO D.D. 1945.
SPLENDE VENERATO MARTIRE ADESSO TRA LI SILENZI DI PACATA LUCE.
FU CODESTA ONORARIA EPIGRAFE DAI FIGLI MESTAMENTE, AFFETTUOSAMENTE STAMPATA.

Il libro che andiamo a presentare è stato scritto dalla protagonista di questa storia, ed è stato completato dai racconti e dalle precisazioni della stessa autrice, raccolte dal traduttore.

Nel libro in versione originale inglese sono anche inserite molte fotografie che scandiscono i fatti salienti della vita della protagonista.
Poiché anche le fotografie, e le relative didascalie sono parti integranti di questa storia ed hanno un importante significato per la comprensione dei sentimenti dell’autrice, si ritiene utile, non potendo inserirle nella traduzione del libro, farne l’elenco nell’ordine cronologico con cui si sviluppa il racconto.
-Fotografia dei genitori Giovanni Ragusin e Domenica Soccolich.
-Carta nautica con rappresentata l’isola di Lussino.
-Una bellissima Elsie in calzoncini corti seduta sul moletto di casa a Lussinpiccolo.
-Due vedute panoramiche della cittadina di Lussinpiccolo, due di Cigale ed una di Neresine.
-Due belle foto del fidanzato Toni Rocchi.
-Due foto del modellino di veliero costruito a New York dal padre, mentre veleggia nel laghetto di Central Park.
-Due foto delle prigioniere di Auschwitz.
-La riproduzione fotostatica della lettera scritta alla madre dal carcere Coroneo di Trieste.
-Una foto della tunica a strisce grigie e blu che indossava da prigioniera, col triangolo rosso di prigioniera politica e con sopra scritta, da lei stessa, la sigla USA.
-Una foto del libro di preghiere “Massime Eterne” diventato anche il diario della prigioniera.
-Due disegnini del diario, uno rappresentante la Madonna di Pompei con preghierine scritte dall’autrice in inglese, l’altra con un alto pino crescente in una landa desolata, e rappresentante il simbolo della sua condizione, con didascalia in italiano.
-Due copie fotostatiche di due pagine del libretto-diario, una con scritta in italiano una intensa preghiera, l’altra con i nomi dei genitori e fratelli con accorate parole di affetto, anche questa in italiano.
-Due foto di prigioniere del campo di Ravensbruck.
-Una foto del fratello Albert, in divisa di soldato americano.
-Due foto dell’autrice in costume operistico.
-La pagina della rivista “Glamour Magazine” in cui ci sono tre belle foto della Elsie.
-Una foto della Elsie col figlio piccolo Ronnie.
-Due foto della Elsie nello spettacolo “World Showcase” della Disney.
-Due foto: una del cimitero di Neresine e l’altra del monumento nello stesso cimitero di Neresine in onore a tutti i Neresinotti morti dispersi nelle varie parti del mondo.
Nino Bracco

Elsie A. Ragusin - DA LUSSINO AD AUSHWITZ. Vita di Elsie Ragusin

PREMESSA

Come ho iniziato a scrivere questo libro, la paura ha incominciato ad impadronirsi di me ed ha bloccato la mia memoria. Io avevo buttato tutto il mio passato dietro alle mie spalle, tentando di non pensare più alla mia vicenda personale e cercando di ripartire di nuovo per andare comunque avanti nella vita. Tuttavia qualcosa di pressante mi spingeva a scrivere, mi imponeva a far conoscere agli altri la mia tragica esperienza, sperando che ciò potesse contribuire a che una storia simile non potesse mai più accadere!

I

LE ORIGINI

I miei genitori nacquero, verso la fine del XIX secolo, nel piccolo paese di Neresine, situato nella parte nord orientale dell’isola di Lussino, nel Quarnero, a quel tempo appartenente al Mangraviato d’Istria, facente parte dell’Impero Austroungarico.
Mio padre Giovanni Ragusin, ancora molto giovane, s’innamorò di una ragazza del paese, che sarà poi la nostra cara mamma.
Congedato onorevolmente nel 1906 dal servizio militare, quale marinaio della Marina Militare austroungarica, ritornò al paese, e il 15 febbraio 1908 si unì in matrimonio con Domenica Soccolich. Uno zio d’America residente a New Orleans, lo invitò a venire presso di lui offrendogli un buon lavoro.
Il viaggio di nozze dei due sposini fu quindi un viaggio da emigranti verso l’America. Si imbarcarono a Trieste sulla nave Atlanta, della Compagnia di Navigazione Cosulich, e giunsero dopo un mese di navigazione nella città di New Orleans, che era la loro meta finale.

II

NEGLI STATI UNITI

Essi vissero a New Orleans per molti mesi, poi si trasferirono a Chicago, dove nacquero i miei fratelli John, Edward ed Albert. Successivamente si trasferirono a New York, dove io nacqui il 4 novembre del 1921.
Quando avevo solo pochi mesi, i miei genitori fecero un viaggio in Italia per andare a trovare i parenti e gli amici e mostrare i frutti della loro felice unione. Rimanemmo nel paese natale dei miei genitori per parecchi anni, durante i quali io e i miei fratelli frequentammo le scuole locali e facemmo molti amici. Poi ritornammo negli Stati Uniti, dove completammo il nostro percorso educativo nelle scuole americane.
Nel 1917 si trasferì con la famiglia a New York, dove nel 1921 sono nata io. Ricordo che il nostalgico e costante pensiero dei miei genitori fu sempre il caro paese natio, ed il sogno della loro vita era quello di ritornare un giorno a Neresine.
In famiglia i miei genitori parlavano tra loro solo in italiano, quindi per noi fu questa la nostra madre lingua.
Nel 1922 decidono di ritornare finalmente, con l’intera famiglia a Neresine, dove volevano far crescere ed educare i loro figli.
Del viaggio di ritorno al paese io non ricordo molto perché era molto piccola, so che andammo ad abitare nella casa natia di mio padre, dove viveva ancora la nonna; era una casa modesta, tipica del paese, situata “Sottomonte”, una contrada posta alle pendici del grande monte Ossero che sovrasta il paese. Dal cortile di casa si ammirava il paese sottostante, il bellissimo mare e le isole di fronte, era un posto meraviglioso; nelle limpide serate estive, con il cielo costellato di lucentissime stelle, lo spettacolo che ci offriva la natura era veramente incantevole. Io ed i miei fratelli ci ambientammo immediatamente, anche perché parlavamo la loro stessa lingua, ed intrecciammo intense amicizie con tutti i ragazzi del paese. Fu un periodo molto felice perché vivevamo tutti assieme, liberi di svolgere i nostri giochi d’infanzia in ogni angolo del villaggio. Io a tre anni incominciai a frequentare la scuola materna, i miei fratelli frequentarono le scuole elementari del paese. Ricordo con affetto la cara e dolce maestra Maria Zuclich, che ci insegnava a cantare le prime canzoncine ed a recitare. A sei anni anch’io incominciai a frequentare le scuole elementari.
Mio padre, sistemata la famiglia e non trovando in paese un lavoro soddisfacentemente remunerativo, dopo poco tempo, nello stesso anno 1922, decise di ritornare da solo a New York, come fecero altri compaesani (ricordo che ci parlava sempre dei suoi più cari amici e coetanei, i fratelli Antonio e Nicolò Camalich, Eugenio Camalic, Costante Camalich e Giusto Sigovich).
A New York trovò un ben remunerato lavoro e nel 1927 richiamò presso di se il figlio maggiore Giovanni, che aveva ormai 17 anni, infine e nel 1930 richiamò il resto della famiglia.
Io avevo ormai 8 anni, è lasciai Neresine con grande tristezza, perché avevo trascorso quegli anni in paese con una grande felicità. Il distacco dagli amici e dai parenti fu molto doloroso, perché tutti ormai mi volevano bene ed io mi ero molto affezionata a tutti loro.
A New York completai il mio curriculum scolastico nelle scuole americane, fino alla licenza dalla ”High Scool”.
Mio padre era una persona molto capace professionalmente ed un grande lavoratore, ma il suo pensiero e quello di mia mamma era sempre rivolto verso l’isola natia, dove sognavano di ritornare a trascorre gli ultimi anni della loro esistenza. Il tempo libero lo impiegava nella costruzione del modellino del veliero in cui da giovane fece il suo primo tirocinio da marinaio. Egli lo costruì con meticolosa precisione, in tutti i suoi minimi particolari e lo battezzò “Elsie”. Lo portò nel laghetto di Central Park di New York, dove fece il varo e lo fece navigare a vele spiegate, spinto da una leggera brezza. Un fotografo lo notò e fece molte fotografie e dei filmati, che apparvero anche nei notiziari cinematografici del tempo. Noi eravamo molto orgogliosi di lui.
Nel 1939, quando i miei genitori avevano ormai racimolato un bel gruzzolo di denaro, decisero di ritornare definitivamente al paese natio; i miei fratelli, che avevano tutti ormai un buon lavoro, decisero di rimanere negli Stati Uniti, io invece ero felicissima di andare con loro, e rivedere i cari amici e parenti che avevo lasciato e che non avevo mai dimenticato. Il viaggio fu meticolosamente programmato con un congruo anticipo, ma poco prima della partenza avvenne un disastroso incidente che lasciò tutti noi in un stato di shok. Mio fratello maggiore, Giovanni, lavorava in un barcone portuale nel fiume Hudson. In piena notte ci fu una terribile esplosione a bordo. La sua cabina fu invasa dalle fiamme, egli cercò freneticamente di aprire la porta e gettarsi all’esterno, ma ormai era seriamente ustionato. Arrivarono le ambulanze ed i pompieri e tutti furono stupiti dalla resistenza e dalla forza di quest’uomo, che, malgrado le gravi lesione subite, fosse riuscito a uscire fuori da tale orribile rogo. Noi fummo subito informati della disgrazia e ci precipitammo immediatamente sul luogo del disastro, ma poco dopo egli purtroppo morì. Per noi fu un’immensa tragedia! Era giovane, bello e prestante ed aveva ancora tutta la vita davanti a lui, ed ora se n’era andato! Quello fu per noi un immenso dolore.

III

LA PARTENZA – NUOVI ORRIZONTI

Partimmo per l’Italia, come programmato con la nave Vulcania, un transatlantico italiano della Linea di Navigazione Cosulich. I miei genitori fecero grandi sforzi per sostenersi a vicenda, dopo quello che era successo prima della partenza, io potevo vedere nei loro occhi e nel loro cuore una grande sofferenza, anche se loro cercavano di nascondere in tutti i modi i loro sentimenti per non coinvolgermi troppo nel loro dolore. Il ricordo dell’orribile e violenta morte di mio fratello Giovanni rimase comunque vivido in noi per tutto il viaggio.
Il viaggio fu per me comunque molto più interessante di quello precedente, perché non ero più una la bambina che lasciava per la prima volta l’America. Ero già grande e ovviamente molte più cose, che vedevo per la prima volta, mi affascinavano, come la bellezza dell’oceano, i gabbiani che volavano attorno alla nave, l’avvistamento delle balene e dei delfini. Anche l’avvistamento delle coste quando ci avvicinavamo ai porti in cui dovevamo entrare destavano in me una intensa curiosità ed un fascino particolare. Il alcuni porti entravamo tardi, durante la notte, e le scintillanti luci delle città erano uno spettacolo bellissimo.
Ci fermammo alle Azorre, delle piccole isole portoghesi in mezzo dell’oceano Atlantico. Quando approdammo, era divertente comperare mercanzie e piccoli souvenir dai mercanti che salivano a bordo, era uno spettacolo divertente ammirare i ragazzini che si tuffavano in mare per raccogliere le monetine che venivano loro gettate.
Ci fermammo in molti porti abbastanza a lungo da poter fare delle escursioni interessanti. Lisbona in Portogallo, la via principale della città è larga, con giardini ed alberi di palma, è chiamata il Viale della Libertà. Un monumento all’inizio del viale commemora la rivolta dei portoghesi, nel 1649, contro la dominazione spagnola. I marciapiedi di molte vie e piazze di Lisbona sono coperti di mosaici.
Io ed i miei genitori visitammo il palazzo reale di Belem, che ospita il museo delle carrozze dorate, un’impressionante collezione, del XVIII secolo, di mezzi di trasporto usati dalla corte reale. Il giardino botanico, veramente molto bello.
Barcellona, per esempio, era una candida città, con musei, verdi parchi e graziose variopinte case. Il 18 luglio 1936 la guerra civile spaccò la Spagna, il fascismo abbatté la democrazia. Vigo: la Spagna pianse la sua morte. La guerra civile era finita da poco, il popolo vestiva di nero, per me è stato molto triste vedere nella gente una così grande mestizia.
Genova era un porto interessante, con i palazzi che partivano dalla riva del mare e salivano, in vari livelli verso i sovrastanti rilievi montuosi. I negozi, le trattorie (piccoli ristoranti a gestione famigliare), la gente che si muoveva indaffarata lungo le strette vie, ci facevano sentire il calore e la gradita accoglienza di questa città.
Una visione da togliere il fiato fu la baia di Napoli con il monte Vesuvio. Scendemmo a terra ed esplorammo il piacevole circondario della città. Fu qui che assaggiai il mio primo gelato “da passeggio”, acquistato per strada da un piccolo carretto ambulante. Continuammo poi per l’isola di Capri e Sorrento.
Partimmo e, attraverso lo Stretto di Messina, rientrammo nel Mediterraneo verso Algeri, visitammo molti strani negozi. Mio padre mi comprò un braccialetto con nella pietra scolpito uno scarabeo. Era tanto originale, unico, che l’ho sempre conservato con particolare cura ed affetto.
A Corfù, in Grecia, coi suoi innumerevoli oggetti d’arte, biancheria fine, vestiti ricamati e cuscini di vari colori, ampiamente esposti dai venditori, era veramente difficile resistere dal fare acquisti. Comprammo una tovaglia, cuscini, alcuni braccialetti di conchiglie ed orecchini.
Ho ammirato la bianca sabbia, le spiaggette di ciottoli e la grande quantità di alberi di ulivo. In distanza si poteva vedere l’Albania con le sue montagne lungo la costa. Noi eravamo ormai nel mare Adriatico ed entrammo nelle Bocche di Cattaro, conquistate dai Romani, governate poi da vari dominatori. I Veneziani le tennero per il periodo più lungo.
L’eccitazione aumentava come più ci avvicinavamo alla nostra destinazione. Diventammo più ansiosi ed eravamo sempre all’esterno per esplorare questi incantevoli posti, quando improvvisamente apparve alla mia vista un’incantevole visione, a cui i miei occhi non potevano credere. Era come un sogno, una fantasia! Ci stavamo avvicinando a Venezia, un bellissimo gioiello sorgente dal mare. Si deve veramente vedere questo spettacolo per capire cosa può essere un momento di riverenza.
A Venezia ci fermammo per un tempo molto breve, quindi non abbiamo avuto abbastanza tempo per vedere tutto – I leoni di San Marco, il Canal Grande, il Palazzo Ducale, il Ponte dei Sospiri, la basilica di San Marco, i campielli, le piazzette. Mi piacque particolarmente fare colazione nei caffè-giardino all’aperto, ascoltando la musica, guardando i passanti, la laguna e le gondole, uniche al mondo. Uno dei miei cugini venne ad incontrarci, e ci portò in una trattoria dove mangiammo un piatto tradizionale costituito da polenta con pesce, vino e frutta. Era tutto molto squisito!
Poi arrivammo a Trieste, col suo Faro, San Giusto, i negozi, i caffè. Qui incontrammo mio cugino Piero, che era un bersagliere (uno speciale corpo dell’esercito italiano), con lui andammo in giro ad ammirare tutti i posti di interesse. Questa fu l’ultima nostra sosta. Da qui prendemmo un altro più piccolo piroscafo per continuare il viaggio fino a l’isola di Lussino.
Partimmo con la nave “Morosini”, la successiva fermata fu Pola, nel Quarnero.
Pola fu un’importante provincia dell’Impero Romano, di cui rimangono i resti di un grande anfiteatro, l’Arena. Questa regione è stata governata, prima dai Romani, poi, per 8 secoli dalla Repubblica di Venezia, poi dall’Austria ed infine dall’Italia. Come ci avvicinavamo all’isola di Lussino, io potevo vedere mia mamma e mio papà che parlavano e riflettevano sulla loro infanzia, vissuta in questa terra.
Le due principali isole del Quarnero, Cherso e Lussino erano un tempo unite tra loro da un sottile lembo di terra: un istmo. Al tempo dei Romani fu asportato il lembo di terra e scavato un canale. La continuità tra le due isole fu mantenuta tramite un ponte. Il canale fu chiamato Euripo.
La più antica leggenda dice che in questo posto si fermò Giasone con i suoi Argonauti durante gli avventurosi viaggi alla ricerca del vello d’oro, portando con se Medea, figlia del re dei Colchi. Il re dei Colchi mandò alcune navi, comandate da suo figlio Absirto per inseguire Giasone, e proprio qui i Colchi sorpresero Giasone; ma nella notte, Absirto fu tradito dalla sorella Medea ed ucciso da Giasone. Dalla morte e dalla sepoltura di Absirto in queste isole, sarebbe derivato il loro nome antico di “Absirtides”. I Superstiti Colchi rimasti senza navi, fondarono qui una prima colonia Greca a cui diedero il nome di “Absoros”, poi diventata Ossero. Questo mito certamente fa intravedere la presenza in queste isole di antiche civiltà, in un’epoca forse anteriore a quella Omerica.
Cherso, per grandezza, è la seconda isola dell’Adriatico. Mia zia e miei cugini vivevano a Cherso e furono molto felici quando andammo a trovarli. Fu un’incredibile viaggio, per una stretta, contorta e lunga strada da Lussino, tra boschi e dirupi verso il mare.
Quando entrammo nel porto di Lussino, nella bellissima Valle d’Augusto, io vidi per la prima volta quanto bella fosse Lussinpiccolo, mi ricordava la baia di Napoli in miniatura. Le case coi tetti ricoperti di coppi rossi, la bella piazza sulle rive del porto, il paese abbarbicato sulla collina circostante, con in alto il duomo e l’alto campanile.
Quando sbarcammo, incontrammo gli amici e parenti che erano venuti ad accoglierci ed a festeggiarci, poi ci incamminammo tutti verso l’albergo per un meritato riposo.
Il giorno seguente ci recammo a Neresine nella casa dei nonni. Lungo la strada la campagna era veramente meravigliosa, coi piccoli villaggi e la gente indaffarata nella cura degli orti e delle vigne. Neresine, un piccolo paese con vecchie case, piene di storia secolare. Al centro del pese c’è una bella e grande piazza lastricata di pietre lisce, al centro della quale un pozzo fornisce l’acqua fresca alla popolazione per tutto l’anno. In un lato della piazza c’è un enorme e vecchio albero di “pocriva” (bagaloro), che è un po’ il simbolo del paese. Di pietra erano anche le case, i negozi, la chiesa. Ci incamminammo a piedi nella strada in salita che porta verso il monte, per raggiungere la casa dei nonni, che sta nella parte alta dal paese, ogni tanto mi giravo indietro a guardare lo spettacolare panorama sottostante. Alla fine arrivammo, e li ci furono lacrime, risate e momenti di gioia per tutti noi.
Di Neresine mi è rimasto particolarmente impresso il ricordo della tradizionale festa di Santa Anna, il 26 luglio, giorno in cui si andava in gita-pelegrinaggio sul monte sovrastante il paese. Partimmo la mattina molto presto verso le 2, per raggiungere la cima del Monte Ossero, la più alta cima dell’isola (589 metri), dove veniva celebrata la Messa nella piccola Chiesetta di S. Nicola e S. Anna, costruita sulla vetta nel XII secolo. Si saliva tutti assieme, in una specie di processione, formata dagli uomini, donne ed i bambini del paese, incluso il prete ed i chierichetti. Raggiungemmo la cima allo scoppiare dell’aurora. Fui sbalordita dallo spettacolare panorama che si presentava ai miei occhi. Da lassù potei vedere tutte le isole attorno. Fu veramente una meravigliosa esperienza.
Alcuni giorni dopo il nostro arrivo fummo invitati ad un matrimonio. Mi raccontarono delle vecchie tradizioni, che qui chiamano il “ratto della sposa”. La sposa stava nascosta fingendo di essere stata rapita, lo sposo la liberava per poi vivere sempre insieme felici.
Nel periodo del carnevale fu chiesto a mio padre di suonare la tradizionale zampogna in piazza, dove si era raccolta molta gente vestita del tradizionale variopinto costume, per danzare tutti assieme gli antichi balli del folclore paesano e cantare le canzoni popolari. Mio padre era quasi un musicista, egli intagliò, per l’occasione, un magnifico piffero di legno per la sua zampogna, che tutti ammirarono.
Visitammo Ossero, il paese distante da Neresine 3,5 chilometri, dove mi raccontarono ancora una volta la leggenda di Giasone, il vello d’oro, di Medea e di Absirto. Ossero mostrava con evidenza le sue origini di ricca e potente città, governata dai Romani, dai Bizantini ed infine dai Veneziani. Il leone alato di Venezia domina, incastonato sulle antiche mura di cinta all’ingresso del paese. Bellissima l’antica cattedrale, sede vescovile fino agli inizi del XIX secolo, con preziosi antichi quadri di grandi artisti italiani del rinascimento e antiche statue. In questo posto ebbero luogo molte battaglie e razzie dei pirati Uscocchi.
Ritornammo a Neresine e quindi a Lussinpiccolo dove avevamo stabilito la nostra residenza. Mio padre aveva comperato una bella casa sul mare nella splendida Valle d’Augusto. La casa, molto signorile, aveva dei mosaici, pavimenti di parquet, candelabri di vetro veneziano e il consueto arredamento di uso locale. Il terreno attorno alla casa era ben strutturato, con giardino, fiori, frutti, orto e alberi. Avevamo anche un moletto dove mio padre teneva ormeggiata la sua barca.
La vista era fantastica, da casa si potevano vedere la navi entrare in porto, ed assistere alle regate delle barche a vela, che si svolgevano molte volte all’anno.
Le ottime condizioni climatiche, la stagione invernale assai mite e l’aria pura, ha fatto di questo posto il paradiso per quelli che soffrivano di affezioni polmonari. Le principali risorse erano i cantieri per la costruzione delle navi, la pesca ed il turismo.
Io feci subito amicizia con i giovani del posto, miei coetanei, che mi accolsero con grande simpatia, ed in poco tempo mi integrai totalmente nella vita di questa bellissima cittadina.
Mi sono anche associata a un piccolo gruppo teatrale, partecipando a molte rappresentazioni. Feci anche alcuni lavori occasionali come interprete presso gli uffici giudiziari, furono molto interessanti e stimolanti, fu anche assai piacevole aiutare degli studenti nelle traduzioni dall’italiano all’inglese.
Le piccole botteghe ed i caffè lungo le rive del porto erano la delizia per i turisti e per gli stessi residenti, e le passeggiate lungo la Riva 4 novembre furono una assoluta novità per me. Il solo passeggiare coi miei amici ed osservare le bellezze circostanti era un piacere del tutto appagante.
Alla sera solevamo sedere ai tavoli esterni dei caffè, aspettando l’arrivo in porto del “Morosini”. C’era musica, orchestrine, era il bellissimo ritrovo dei giovani del paese.
Io ero felice ed orgogliosa di partecipare alle loro feste e alle danze, concorsi di bellezza e feste di carnevale a cui venivo invitata.
La grande regata annuale che si teneva nella baia rendeva tutto così eccitante, con le innumerevoli barche a vela che si contendevano l’ambito premio per il vincitore. C’erano molte feste e le popolazioni dei paesi vicini e dalle delle isole circostanti venivano per contribuire alle celebrazioni con i loro più bei costumi e danze. Era una gioia far parte di questo splendore.
A Lussinpiccolo incontrai un bellissimo giovane, diplomato Capitano di Lungo Corso all’Istituto Nautico “Nazario Sauro” di Lussinpiccolo. Il suo nome era Toni Rocchi. I miei genitori ed i suoi erano dello stesso paese di Neresine ed erano stati bambini insieme e compagni di scuola e di giochi: cominciammo a frequentarci con una certa assiduità, finché tra noi sbocciò l’amore e ci fidanzammo.
Ogni volta che io andavo a Neresine a trovare i miei nonni, Toni veniva ad incontrarmi la domenica dopo la Messa, davanti alla chiesa, poi facevamo una passeggiata a Marina, con il codazzo dei parenti a amici che ci seguivano a debita distanza. Io pensavo che questo fosse un bel comportamento. Noi eravamo sempre seguiti a vista. Questa era l’usanza di allora.
Cigale era una bellissima baia posta nella parte occidentale della città di Lussinpiccolo, un posto magnifico, circondato da rigogliose pinete, costellato di bellissime ville sul mare e splendidi alberghi, spiagge di ciottoli e rocce, il mare limpido ed azzurro. Cigale, fin dall’inizio del XIX secolo è stato l’insediamento turistico più bello e rinomato di tutte le isole del Quarnero, e fin dall’inizio fu sempre frequentato da facoltosi turisti, anche stranieri.
Molte volte sono andata a Cigale a pregare nella piccola chiesetta della Madonna Annunziata, posta sull’estremo promontorio, proteso verso il grande mare aperto. Qui venivano a pregare i marinai prima della partenza, per chiedere alla Madonna un felice ritorno. Qui venivano le donne per dare un ultimo saluto ai loro uomini, imbarcati sulle navi appena uscite dalla Valle d’Augusto e dirette nei porti di tutto il mondo.
Ricordo che ero stata invitata al ballo degli Ufficiali di Marina in una splendida villa di Cigale, fu una emozione molto romantica. Sotto la sorveglianza dei miei genitori, sedevamo sulla terrazza, attorno ad un piccolo tavolo di marmo, illuminato da lanterne cinesi, guardando il grande e splendido mare. La dolce brezza notturna, la splendente luna piena, l’orchestra che suonava romantiche canzoni italiane, dava un particolare affascinante aspetto agli ufficiali, indossanti l’alta uniforme. Come iniziavo a ballare, rimanevo senza fiato per la bellezza che mi circondava. Toni era sempre al mio fianco ed era bellissimo nella sua uniforme di ufficiale di marina. Egli era Capitano di lungo corso della Marina Mercantile ed ufficiale della Marina Militare.
A Lussingrande, un bellissimo paese ad un paio di chilometri da Lussinpiccolo, andai a visitare il “Torrione”, un’antica torre costruita per difendersi dai pirati. Tra gli antichi costruttori della torre c’erano anche i miei antenati Ragusin, che fin dal XV secolo abitavano in questo paese e possedevano molte terre.
Mio padre andò a lavorare in un cantiere navale per la costruzione di navi, per stare più insieme ai suoi amici e per guadagnare qualche soldo per coprire le spese. Il suo amore per le navi non è venuto mai meno.

IV

LA TURBOLENZA

Quando nel 1941 scoppiò la guerra, Toni fu richiamato sotto le armi e imbarcato su una nave da guerra italiana. Questa è stata l’ultima volta che l’ho visto. A guerra finita, quando sono ritornata negli Stati Uniti, sono stata informata che la sua nave è stata silurata ed affondata e lui è stato trovato in mare ferito, portato in ospedale, dopo pochi giorni purtroppo morì.
Nel marzo 1941 ci fu un accordo segreto tra Hitler e il principe Paolo di Jugoslavia. L’accordo prevedeva che, di fronte un supporto jugoslavo alle forza dell’Asse, sarebbe stata prevista l’annessione alla Jugoslavia della Macedonia Greca, con Salonicco. Gli Jugoslavi successivamente rigettarono il patto ed esiliarono il principe, cosa questa che fece arrabbiare Hitler. Il risultato fu che i Tedeschi bombardarono senza preavviso Belgrado.
Le truppe tedesche invasero la Jugoslavia. Re Pietro volò in esilio ed il suo esercito fu disperso. Ben presto bande di guerriglieri cominciarono ad organizzarsi per combattere contro gli invasori Tedeschi. I Partigiani comunisti ed i Cetnici, decisero di schierarsi dalla parte delle forze alleate, ma questa presa di posizione fu apparente, perché essi non potevano operare politicamente insieme, in quanto erano tenaci avversari tra di loro.
I Cetnici erano nazionalisti manarchici Serbi, mentre i partigiani erano Croati, Sloveni, Bosgnachi e comunque di altre regioni della Jugoslavia, di ideologia comunista e repubblicana, infatti, si comportarono di fatto non come alleati, ma come nemici tra loro. Poi c’erano gli Ustascia, questi erano miliziani Croati ultranazionalisti e fascisti, comandati da Ante Pavelich, alleati con gli invasori Tedeschi.
I Partigiani erano comandati da Josip Broz Tito, nominato maresciallo della Jugoslavia e presidente del Comitato di Liberazione Nazionale.
Dopo l’armistizio dell’Italia del settembre 1943 ed lo scioglimento dell’Esercito Italiano, iniziò una gran confusione ed il territorio della Venezia Giulia fu abbandonato a se stesso; a Lussinpiccolo si sparsero voci che i Cetnici stavano per occupare le isole. Quando si incominciarono a sentire i primi rumori degli spari, la popolazione si chiuse in casa, costruendo barricate alle finestre. L’isola di Lussino rimase priva di protezione, perché anche da qui i soldati italiani se n’erano andati, mentre i tedeschi si apprestavano ad occupare tutti i territori.
Io ed i miei genitori rimanemmo chiusi in casa per parecchi giorni, avendo paura di mettere il naso fuori. Le varie fazioni slave che si costituirono in bande armate, erano barbare e feroci, combattendo tra di loro si massacravano reciprocamente, fratelli contro fratelli! Molti di questi irrompevano nelle case, terrorizzando le famiglie, rapivano le figlie, strappandole dalle braccia dei loro genitori.
In un giorno di questo turbolento periodo un gruppo di Cetnici arrivò dalla Jugoslavia, ed occupò Lussino, erano circa 75 miliziani, avevano tutti i capelli lunghissimi secondo una loro tradizione serba. Dopo pochi giorni arrivò anche un numero molto più consistente di partigiani comunisti, essi catturarono tutti i miliziani Cetnici, li imbarcarono a Lussingrande su un grande barcone, e a largo li sgozzarono, uno per uno, gettando in mare i loro corpi, opportunamente zavorrati. Per noi, assistere a questi avvenimenti, fu un orrore immenso ed il preannuncio di tempi tragici.
Un giorno ci fu un forte bombardamento navale contro le postazioni militari di Lussino, ed anche una casa fu colpita. La popolazione era pietrificata dal terrore. Aerei sorvolavano a bassa quota mitragliando i cantieri e le officine. Fu allora che decidemmo di rifugiarci a Neresine, nella casa dei nonni.
Poco dopo i tedeschi invasero le isole ed i partigiani comunisti scapparono, abbandonando il territorio. Da casa potevamo udire il rumore degli autocarri militari giù in paese, che portavano le truppe di occupazione.
Non passò molto tempo dall’occupazione tedesca, che un giorno, mentre eravamo a tavola, vedemmo tre militari tedeschi che si avvicinavano alla casa. Entrarono e presero me e mio padre per portarci a Lussino per un interrogarci. Ci dissero di portare anche del vestiario, perché avremmo potuto restare due o tre giorni. Noi chiedemmo spiegazioni per questo loro intervento, ma loro ci dissero che non erano autorizzati a risponderci, ma che dovevano soltanto portarci dal loro comandante. Comunque dissero che era un controllo di routine e che saremmo ritornati a casa entro pochi giorni. Fummo portati con un furgone a Lussinpiccolo, nella fortezza sotto il monte San Giovanni e ci misero in una piccola cella. Fummo tenuti li per tre giorni senza essere interrogati. Poi siamo stati portati indietro verso Neresine, ma senza fermarci in paese, ma proseguendo per Ossero e quindi a Cherso. A Cherso siamo stati tenuti per altri tre giorni, senza che ci avessero detto perché fossimo stati arrestati.
Io e mio padre passammo la prima notte nella cella, distesi sul nudo pavimento, del tutto esausti. Quando tentammo di addormentarci, sentimmo la porta della cella aprirsi. Tre militari tedeschi entrarono con due torce in mano, indirizzando il fascio di luce su di noi, parlando tra di loro. Uno do loro avanzò verso di me puntandomi in faccia il fascio di luce, mentre un altro allungò bramosamente le mani su di me, quello dietro disse: “Nein, das ist kline americanerin madchen” . che tradotto è: “no, questa è una ragazza americana”. Essi ridendo lasciarono la cella. Come ritornai da mio padre, potei percepire l’orrore e la rabbia dentro di lui. Egli cercò di rassicurarmi dicendomi che eravamo tenuti li per un madornale errore.
Il giorno successivo fummo portati fuori dalla cella, io fui chiusa in uno stretto sgabuzzino sottoscala al piano inferiore, mentre lui fu portato in una stanza al piano superiore per essere interrogato. Io gridai e piansi affinché mi facessero uscire. Non ricordo quanto tempo rimasi chiusa. Alla fine, udii la porta aprirsi e fui ricondotta di sopra, nella stanza dove eravamo stati precedentemente. Successivamente mio padre fu riportato nella stanza e la porta fu chiusa a chiave dietro di lui. Mio padre mi si avvicinò e mi abbracciò con la lacrime agli occhi dicendomi: “Elsie, quanto ora vorrei che tu fossi stata un ragazzo, invece della figlia che ho cosi tanto ardentemente desiderato!”
Ho capito che non voleva spaventarmi, ed aggiunse: “spero che domani tutto questo assurdo equivoco venga chiarito e che si possa ritornare a casa. Non ti preoccupare, è un orribile sbaglio. Sono certo che ora se ne renderanno conto”.
L’indomani venimmo portati fuori dalla prigione e portati in riva al porto, dove altri tre militari ci aspettavano in una piccola motobarca. Fummo imbarcati e portati a Fiume.
Fummo condotti in una prigione più grande, dove ci presero le impronte digitali, e qui, per la prima volta fummo separati e condotti in celle diverse. Io ero umiliata, terrorizzata, mi sentivo come una criminale. Nella cella dove mi portarono, c’erano già un’altra diecina di ragazze, qualcuna cercò di dirmi qualcosa, ma a quel tempo non riuscivo comprendere quello che mi dicevano. Fui tenuta li per 13 giorni senza che avessi potuto avere notizie di mio padre.
Da qui fummo condotti nella prigione Coroneo di Trieste. Qui fu un vero incubo. Prima ero terribilmente spaventata, ma era niente rispetto all’orrore che sperimentai in questa prigione. Fui portata al piano superiore e sbattuta in una cella, assieme ad altre due donne. Esse erano più anziane di me e mi dissero che erano partigiane che avevano combattuto, ed erano state imprigionate per le loro idee politiche. Io ero sbalordita, e non capivo perché fossi capitata tra questo tipo di gente. La cella era buia, il pavimento umido e sporco. Io sedetti accanto alle donne e incominciai a piangere. Sentii un rumore e qualcosa mi sfiorò la gamba, vidi un topo ed altri topi nell’angolo lontano. Io gridai e saltai su, cercando si scappare da questa raccapricciante visione. Le donne cercarono rapidamente di calmarmi, raccontandomi le loro vicissitudini. Io ascoltai, e per la prima volta mi resi conto di essere prigioniera, una “prigioniera politica di guerra”, e che sarò tenuta come ostaggio!
Cosa succederà adesso? Quali sensazioni cominciavo a sentire? Ribellione! Odio! Collera! Una forza incredibile cominciò a sorgere in me, una forza che mi dava le risorse per la sopravivenza, per controllare le mie vere emozioni, i miei veri sentimenti.
Immediatamente mi resi conto quale fosse questa forza. Dio era con me. Il suo amore era con me, ed io questo lo compresi bene.
Udimmo il rumore di pesanti passi che salivano le scale, passarono davanti alla mia cella e si fermarono davanti a quella accanto. Le porte si aprirono e si rinchiusero, altri passi, poi silenzio. Dopo un po’ udimmo, ad intervalli, urla penetranti ed strazianti. Ci sedemmo sbalordite, senza parole. Un sudore freddo ed una penetrante paura ci pervase. Ore dopo sentimmo ancora il rumore dei passi pesanti che si fermarono nella cella accanto, le porte si aprirono e si chiusero. Le donne corsero allo spioncino della porta e chiesero “cosa è successo?” Qualcuno rispose che una delle ragazze era stata portata nei sotterranei per l’interrogatorio ed era stata torturata. Era stata appesa con la testa in giù, le gambe le erano state divaricate, ed un palo le era stato conficcato nel corpo, fino a farla morire dissanguata.
Il giorno dopo circolarono voci che i partigiani avevano ucciso dei soldati tedeschi. Per rappresaglia i tedeschi fucilarono dieci partigiani. Dopo questo fatto i tedeschi stabilirono che per ogni soldato tedesco ucciso, sarebbero stati fucilati 10 partigiani scelti a caso tra noi prigionieri. Cominciai ad assorbire questo primo impatto con la guerra, ed incominciai ad organizzarmi in qualche modo per conservare il più a lungo possibile la mia esistenza, la mia salute.
Queste disposizioni divennero per noi un incubo, e pregammo che ci togliessero da questa situazione, magari destinandoci ai lavori di trasporto di materiali, di cui avevamo sentito parlare, soprattutto per poter lavorare e non conoscere quello che stava avvenendo in queste terribili prigioni. Passarono circa cinque giorni e noi fummo portate fuori nel cortile e poi all’esterno per un trasporto.
Un giorno fummo portate ben scortate fino alla stazione ferroviaria, dove due treni erano in attesa per imbarcarci. Nell’avvicinarmi a uno dei treni, vidi un gruppo di uomini che veniva portato all’altro treno. Io cercai con lo sguardo tra i prigionieri e intravidi tra loro una bella faccia: era mio padre! Signore Iddio! In quel momento io non pensai ad altro che a correre verso di lui e ad abbracciarlo. Egli mi vide e tutti due corremmo, uno verso l’altro con le lacrime che ci scorrevano giù dal viso, rischiando anche di creare brutali reazioni a questo inaspettato spettacolo. Fummo brutalmente separati e spinti ciascuno verso il proprio gruppo. Fummo imbarcati su vagoni bestiame di un treno merci. Poco prima che le enormi porte venissero chiuse, alcune ragazze si diedero da fare per passare alcuni biglietti a del personale ferroviario, da far pervenire ai parenti; anch’io scrissi un bigliettino e lo diedi ad una persona, con preghiera di farlo pervenire a mia madre. Non avendo francobolli, ho sperato che la persona si fosse fatta carico per me della spedizione. La persona a cui diedi il biglietto aveva un aspetto gentile, triste e sbalordito dello spettacolo a cui stava assistendo.
Quest’uomo, vedendoci fatte prigioniere, ed imbarcate forzatamente nel treno bestiame verso una destinazione sconosciuta, fu preso da un sentimento di disperazione e sentì l’esigenza di cogliere l’occasione di fare qualcosa per noi. Io pregai per lui e per la salvezza della mia piccola lettera a mia madre. Ho saputo che quest’uomo ha spedito la lettera che è arrivata a mia madre.
A Neresine, alla Messa domenicale, il parroco ha annunciato ai fedeli di trattenersi in chiesa, dopo la Messa, perché aveva qualcosa di importante da comunicare: lesse a tutti la letterina che avevo scritta a mia mamma. Questo fatto ha provocato un grande dolore e lacrime tra i presenti e in tutta la popolazione del paese.

Questa è la lettera scritta in italiano alla mamma.

“Carcere Coroneo. Trieste 27 – VI - 1944

Mia cara mamma!
Mi sembrano già anni che non ti vedo. Quando verrà il giorno che potrò riabbracciarti così forte da farti arrabbiare? Ti prego di non avvilirti, sopporta tutto per me, come pure io faccio qualunque sacrificio, perché un giorno presto potrò avere la compagnia della mia cara mammina, per la quale soffro terribilmente, sapendo che lei avrà costante il pensiero tormentoso per i due che le sono tanto lontani, ma così vicini al cuore. Mamma, soltanto coraggio e pazienza ci vuole.
Mamma, non ho mai capito cosa sia esser senza di te. Ora comprendo il significato di questa amata e dolce parola “mamma”.
Fatti coraggio, perché sapendo che tu sei forte, anch’io sarò meno triste.
Prega per me, cara mamma. Abbi fede che io tornerò presto, così spero mi aiuterà la Madonnina.
Papà pure viene con me, io gli do coraggio e lui lo da a me.
Ora infiniti baci ed un augurio di rivederti presto. Baci a tutti, zii, zie, cugini, amici, tua Elsie.
Abbiamo ricevuto notizie che partiamo per Germania”.

V

LA PECORELLA SMARRITA
(Il titolo è in italiano)

Le porte furono chiuse e sbarrate con chiavistelli. Era buio pesto, eccetto per una piccola finestrella sbarrata. Io feci in modo di sistemarmi vicino a questa apertura e di non lasciare questa posizione per tutto il viaggio. Non osavo sedermi o coricarmi nel timore di essere calpestata. Il vagone era affollato, il calore era asfissiante, era difficile perfino respirare, la fame e la sofferenza cominciò ad annebbiarmi la vista. Avevo la bocca secca. I buglioli per orinare erano stracolmi e fuoriusciva tutto attorno il liquido. La puzza era diventata insopportabile. Il treno attraversò la Jugoslavia, l’Austria, la Cecoslovacchia, la Germania e infine arrivammo in Polonia. Io rimasi sveglia pressoché per tutto il viaggio, avevo paura di addormentarmi per non venir calpestata, d’altra parte senza mangiare era difficile fare qualunque cosa. Feci in modo di guardare le città verso cui ci stavamo avvicinando, ma non ci fermammo mai. Continuammo così per 5 giorni. Ci fermammo a Salisburgo ed a Vienna a causa di bombardamenti. Le bombe ci cadevano attorno con fragori di tuono e lampi di luce. Finito il raid aereo, proseguivamo il viaggio.
Era quasi il tramonto quando arrivammo alla nostra destinazione. Le porte furono aperte e la gente cominciò ad accalcarsi per uscire, ma fummo rapidamente trattenuti indietro. Sul marciapiede vedemmo per la prima volta, malamente accatastati in terra, quelli che non erano riusciti a sopravivere al viaggio. La puzza e la sensazione della morte aveva pervaso ogni cosa, perché durante il viaggio non ci era stato permesso di lasciare il vagone, e quelli che morivano erano lasciati lì dov’erano. Eravamo stati ingabbiati peggio degli animali.

VI

IN TERRA STRANIERA: L’ORRIBILE RISVEGLIO

Come sono scesa dal vagone, vidi che la stazione era tenuta bene, con fioraie qua e là. Io presi la mia valigetta, ma ci fu detto di lasciare il bagaglio, perché ci sarebbe stato riconsegnato più tardi. Io seguii gli altri in colonna, verso la stazione, almeno questo era quello che a me sembrava. Entrammo in una grande sala, con specchi alle pareti e panche lungo il muro. In fondo al salone c’era una grande porta, che, come ho saputo dopo, portava ad una delle camere a gas.
Attendemmo per un po’, poi fummo di nuovo portati fuori sulla piattaforma, dove ci lasciarono ad aspettare ancora, per un numero infinito di ore. Finalmente ci portarono, poco lontano, in un altro grande locale con pavimento in cemento e grandi finestre. Ci fu detto di spogliarci e di mettere i vestiti in una catasta. Ci fu detto anche di mettere i gioielli e il denaro su un grande tavolo, sotto lo sguardo attento dei Komando.
Io non mi ero mai spogliata di fronte a nessuno, e qui mi fu ordinato di farlo, e di fronte a cosi tanti estranei! Ho avuto la sensazione di aver perso la mia mente e la mia dignità, ogni altra caratteristica umana. La collanina d’oro con la croce mi fu strappata, a mi fu tolto l’orologio d’oro e l’anello che mi avevano donato i miei genitori. Quando chiesi loro se potevo conservarli, mi risposero duramente che non ne avrei avuto bisogno, e di fare quello che mi era stato comandato. Essi mi spinsero in una fila che conduceva nel prossimo locale. Qui, con mio grande sbigottimento, fummo sottoposti ad un energico lavaggio e spruzzati con insetticida. Imbarazzo! Umiliazione! Infamità!
A questo punto eravamo pronti per la selezione, o quasi! No, prima un bagno caldo, caldo a vapore, poi una doccia gelata, che non ha fatto altro che aumentare la miserabile condizione in cui eravamo.
Fu formata di nuovo la fila di fronte a una stanza dove un ufficiale, parzialmente seduto con noncuranza su un tavolo, affiancato da due o tre accoliti, ci aspettava. Con un semplice schiocco di dita: “a destra” o “a sinistra”, egli segnò i nostri destini. Fummo quindi condotti nel reparto tatuaggi, dove ciascuno ebbe il suo numero scritto indelebilmente su braccio, cessammo di essere delle persone e diventammo animali marchiati!
Noi eravamo ancora nudi, aspettando gli indumenti che ci sarebbero stati dati. Io stavo gelando dal freddo in quella stanza umida. Alcune ragazze tentarono di mantenersi calde stringendosi le une alle altre, ma subito compresero che ciò non era permesso, in quanto furono percosse dal di dietro con potenti colpi alla testa e nel corpo. Il sangue cominciò a fluire dalla testa di una ragazza che era caduta a terra, ma nessuno osò muoversi per soccorrerla. Verso l’alba gli indumenti erano pronti, e ci fu detto di indossarli velocemente. Ricevemmo delle uniformi a strisce grigie e blu, che puzzavano di sostanze chimiche, ed erano ancora umide. Da qui fummo mandate nelle baracche a cui eravamo destinate. L’edificio era semibuio, aveva giacigli di pietra, pavimento fangoso, ed era sovraffollato di prigionieri. Il mio cuore sprofondò, volevo urlare, e correre… correre… correre…, quanto più veloce potevo!
Nei giacigli dormivamo in 6 o 7, le teste di une contro i piedi di altre, non c’era nemmeno lo spazio per muoverci. C’erano prigionieri di tutte le nazioni europee che erano state occupate dei Tedeschi, in stragrande maggioranza Ebrei, si sentivano parlare tutte le lingue, purtroppo a me sconosciute, cercai di aggregarmi agli Ebrei Italiani perché parlavano la mia stessa lingua; non c’erano tra noi prigionieri né Inglesi, né Americani. Il risveglio avvenne alle 3 del mattino col grido:” zahlappel, raus sufstehen, mach snell …”.
All’esterno fummo allineate in file per essere contate, e ricontate, finché i conti non tornarono. Era molto difficile stare fermi sull’attenti per così lungo tempo. Molte svennero, perché troppo deboli, affamate o esauste. Molte morirono in questo modo.
Fummo condotte alle latrine, una fila di buchi scavati in terra, ciascuna di noi doveva fare in fretta, perché ci davano solo pochissimo tempo. Il lordume, il fetore, la sporcizia, ci costringevano a fare i nostri bisogni e scappare il più in fretta possibile, non c’era altra possibilità. La dissenteria era ovunque. Acqua inquinata, tifo, polmonite, pidocchi, tutto contribuiva alla soluzione finale.

VII

SIGNORE, DAMMI LA FORZA!

Auschwitz, era proprio il luogo perfetto per un campo di concentramento. Il terreno era ubicato in un avallamento piatto, privo di pendenze per il drenaggio dell’acqua. C’erano enormi pozzanghere d’acqua. Un grande avallamento fangoso, l’acqua era stagnante, l’aria malsana: il posto ideale per un campo di concentramento!
Fummo condotte al lavoro. Il nostro lavoro consisteva nell’impastare il cemento, posare mattoni, e costruire delle strade. Spingevamo carriole piene di sabbia e grosse pietre lungo un tracciato, molto accidentato per la sporgenza di grossi massi, sperando di non uscire dal tortuoso sentiero, col rischio anche di rimanere sotto la carriole ed essere schiacciate dallo stesso carico; facevamo sforzi disperati per rimanere nella carreggiata. Le mie mani sanguinavano spesso, diventai molto debole. Questo lavoro lo facevo tutti i giorni.
Con gli urli dei carcerieri di “mach snell”, ed i continui spintoni e botte, eravamo costretti a lavorare con più lena, io ho dovuto fare un enorme sforzo per cercare di lavorare più in fretta. Un giorno, durante questo infernale lavoro, ad un certo punto un guardiano mi colpì nella schiena e nella testa, traballai, cercai di non cadere, mi raddrizzarmi subito, immediatamente sentii che l’orecchio si otturava, mi sembrò di essere diventata sorda, girai velocemente la testa e sentii il sangue sgorgare dall’orecchio e dal naso. Mi girai e cercai di asciugarmi in qualche modo il sangue per non far vedere che ero ferita.
Quella notte fu tanto lunga e dolorosa, divenne insopportabile. Raccolsi tutte le mie forze e pregai Iddio di aiutarmi a sopravivere, di farmi passare la notte, e di aiutarmi affinché la mia speranza di ottenere la libertà non fosse troppo lontana.
La ferita al mio orecchio fu molto dolorosa e le fitte acute non mi fecero dormire tutta la notte, a cui si aggiunse anche il mal di denti. Il mio mal di denti mi preoccupò per alcune settimane. Non potevo né dormire, né lavorare, pensai quindi di chiedere di essere portata in infermeria. Mi portarono, mi fecero sedere in una sedia, due soldati mi tennero stretta, bloccata alla sedia, mi strapparono il dente malato senza alcuna anestetico. Mi sentii come se mi avessero strappato tutte le interiora. Quando mi lasciarono andare, uscii che barcollavo, mi appoggiai al muro con la paura ed un dolore straziante che cominciavano a sopraffarmi. Il desiderio di andare via da quel luogo mi portò nella baracca in condizioni di sbalordimento totale.
Più tardi seppi che i nazisti avevano affidato a dei criminali professionisti il compito di curare l’organizzazione e la disciplina del campo. Ladri, prostitute, rapitori, assassini, questa gente eseguiva bene i loro ordini, imponendo severe punizioni a coloro che osavano opporsi.
Nel campo c’erano Belgi, Italiani, Ucraini, Russi, Polacchi, Jugoslavi, Cecoslovacchi, Zingari, ed altri confinati. Io credo, comunque di essere stata l’unica ragazza americana li dentro. Milioni di loro furono uccisi nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori. La maggioranza di loro non sarebbe più tornata e non avrebbe più parlato.
Lo stare fermi all’appello della mattina era molto duro da sopportare. Molti sono morti mentre stavano per ore fermi ad aspettare che la chiamata terminasse. Molte volte ci tenevano per ore sotto la pioggia: i vestiti inzuppati, i piedi sprofondavano nel fango.
Molte volte alcuni prigionieri non si ricordavano più a quale gruppo appartenevano, allora ci facevano stare fermi per ore, finché non si trovavano i gruppi di appartenenza giusti. Io chiedevo a Dio di aiutarci, e che facesse in modo che questa terribile condizione finisse presto e che ci ridesse la libertà.
Un giorno fummo selezionate per fare dei lavori di trasporto materiali, e mentre eravamo nella baracca in attesa di questo nuovo lavoro, sentimmo che tre donne del campo si erano impiccate. Benché non sapessi dove fossimo destinate per questo lavoro, io non vedevo l’ora di lasciare questa casa dell’orrore e della morte. Finalmente il nuovo lavoro di trasporto arrivò, ed io fui messa alla costruzione di un muro di mattoni: bisognava costruire nuove baracche!

VIII

LA SVENTURATA NON PIANGE

Un bel giorno, verso la fine di gennaio 1945, fummo caricate su un autocarro per trasporto bestiame e spedite verso una destinazione sconosciuta, viaggiammo senza fermate per tre giorni. Nel passare attraverso paesi e città, notammo che la distruzione era evidente ovunque. Dove una volta c’erano le case, ora rimanevano soltanto gusci vuoti. Lungo le strade ingombrate di macerie, vedevamo tra le rovine, corpi di civili e militari straziati dai bombardamenti. Ogni volta che le sirene annunciavano nuove incursioni aeree, e le bombe piovevano dal cielo tutt’intorno, ci fermavamo. Io pregavo il Signore che ci aiutasse ed uscir vive da questo disastro.
Arrivammo all’ultima fermata, udimmo che alle porte del camion venivano tolti i chiavistelli. Eravamo arrivate a Ravensbruck, che era il più grande campo di concentramento femminile nazista. Come entrammo, vedemmo che l’aspetto era piacevole, con alberi di pino ed un lago poco distante. Il panorama cambiò immediatamente quando ci apparve alla vista il grande muro di cemento del campo e i reticolati di filo spinato che lo circondavano.
Neri figuri piombarono sbraitando su di noi come sinistri avvoltoi, accompagnati da cani poliziotti abbaianti. Anche Ravensbruck era un posto paludoso, vicino a Furstenberg, circa 50 chilometri da Berlino, qui venivano tenuti gli schiavi per lavorare negli stabilimenti industriali elettrici, chimici, e siderurgici della Siemens, ubicati nelle vicinanze.
È stato stimato che circa 120.000 donne sono passate attraverso quest’inferno e solo poche sono sopravissute.
Negli ultimi giorni di guerra, a mano a mano che l’Armata Rossa avanzava verso i luoghi dove si trovavano campi di prigionia nazisti, i Tedeschi organizzarono enormi trasporti di donne verso Ravensbruck.
Qui eravamo di nuovo tra sporcizia, pulci, pidocchi ed epidemie di tifo. I corpi dei prigionieri morti venivano lasciati dove erano caduti, in mezzo agli altri, e soltanto durante la notte venivano portati nei forni crematori.
Ci portarono allo “spidocchiamento” e alle docce. Ci furono date altre uniformi a strisce grigie e blu, senza alcun abbigliamento intimo, e ci mandarono nel reparto di quarantena lasciandoci a piedi nudi.
Tutti i prigionieri portavano sull’uniforme un contrassegno di stoffa triangolare di diversi colori, che indicavano la ragione dell’imprigionamento. Il colore rosso era per i nemici politici; il colore nero contraddistingueva le prostitute e quelle che rifiutavano il lavoro; porpora era il colore degli studenti della Bibbia ed i testimoni di Jehova; il verde dei criminali comuni; giallo era il colore degli gli Ebrei; giallo e nero era il colore di quelle che avevano offeso la razza (quelle che avevano sposato Ebrei, cosa questa proibita dalla legge in Germania).
A me fu assegnato il triangolo politico di colore rosso, che cucii con filo rosso, fattomi prestare da una ragazza mia compagna, sul quale io aggiunsi le lettere USA. Ero orgogliosa di mostrare le mie origini, il mio paese, con bruciante amore e con la speranza di poter ancora posare i piedi nell’amato natio suolo.
Fummo portate nel reparto di quarantena N° 24, che poteva contenere 1.000 donne. Le baracche erano già affollate di altre prigioniere. I giacigli a castello erano pieni, ed io fui la decima di una di quelle all’ultimo piano. Non ci fu dato da mangiare, solo l’acqua dai lavatoi, quando era permesso di andarci. C’erano donne di tutte le nazionalità, e potevano essere udite tutte le lingue. Il rumore era così forte, che era impossibile riposare e meno che mai dormire, con grande difficoltà ricevemmo qualcosa da mangiare.
Rimanemmo li per un mese, e non ci fu permesso di uscire, tranne la mattina per l’appello quotidiano. Sono sicura che se avessi dovuto stare per un tempo più lungo in queste condizioni, non sarei sopravissuta. Alla fine diventai molto debole. Piaghe si formarono nei miei piedi nudi e nei polsi, e diventarono infette. Non erano disponibili medicamenti, ma feci amicizia con una ragazza polacca, che era infermiera nel suo paese, e lei mi diede alcune creme medicamentose, che mi giovarono.
Il periodo agonizzante della quarantena durò 27 giorni, prima che ci assegnassero al reparto successivo. Il risveglio mattutino era lo stesso come dalle altre parti, con la solita trafila: zahlappell e quindi al lavoro.
Io fui scelta per lavori nel bosco. Ciascuna di noi doveva prendere un badile, un piccone o una sega, poi venivamo portate fuori e imbarcate su un camion. Il viaggio ci sembrava piacevole, per lo meno potevamo respirare dell’aria fresca e vedere un po’ di verde. Si arrivava a destinazione a giorno inoltrato, si prendevano i nostri attrezzi e si incominciava ad eseguire il lavoro assegnato, con una breve sosta, in cui ci davano una specie di zuppa, che io proprio non potevo mangiare. Il mangiare era talmente scarso e sgradevole che per nutrirci in qualche modo, strappavamo le erbacce lungo i recinti e mangiavamo le radici.
Prima ci ordinarono di abbattere alberi e rami, che poi tagliavamo in piccoli pezzi con la scure. Ritornavamo al campo che era già buio, ci mandavano nelle nostre baracche, non prima di essere state sottoposte al solito snervante appello; poi ci davano un pezzo di pane duro e nero, un pezzo di margarina, e qualche volta un po’ di salsa.
Durante la notte sentimmo urli di terrore. Venimmo a sapere che un’altra donna si era impiccata. Fu ben duro tornare a dormire dopo questo fatto!
Il mio pensiero fu: “quanto avrà sofferto quella poverina, e per quanto tempo ancora potremo noi sopportare tutto questo?”
La mattina seguente la chiamata dell’appello fu lunga, non tornava il conto dei prigionieri, e durò fino alla sera. Qualcuno aveva tentato di scappare. Noi fummo puniti per questo fatto più volte, con la sospensione della somministrazione della razione di cibo e col essere costretti a stare fuori in piedi alla chiamata per delle ore.
Il giorno successivo fummo ancora una volta portati bel bosco, io non ho più voluto guardare il panorama, per non dover ancora maggiormente soffrire al ritorno nel campo. Fummo comandati di scavare dei grandi buchi poco lontano. Io mi meravigliai: “ma quali enormi alberi avranno da piantare in buchi così grandi?”
Ritornammo al calar della notte e udimmo altri che continuavano a scavare altri buchi non lontano da noi. Ci fu detto che, quando la circonferenza dei buchi sarà grande abbastanza da contenere tutti loro, li avrebbero allineati lungo il bordo, e avrebbero sparato su di loro gettandoli dentro e poi ricoperti con la terra nella fossa comune.
Mi sentivo malata, debole, sull’orlo di un attacco isterico. Il giorno dopo fui prelevata per un altro lavoro. Io fui grata per questo, ma ancora una volta non sapevo che genere di lavoro sarebbe stato, qui non si poteva essere sicuri di niente.
Si viveva giorno per giorno, preoccupandoci se saremmo riusciti ad arrivare alla fine della giornata, e col terrore di quello che ci avrebbe riservato il giorno successivo.
Fui assegnata alla costruzione di un muro di mattoni all’estremità del campo, il che consisteva nel impastare cemento e portare carriole piene di sabbia. A un certo punto suonarono le sirene, e noi fummo immediatamente fatte rientrare nell’edificio vicino, e non ci fu permesso di uscire. Essi sprangarono le porte e chiusero le finestre. Poiché non era in atto un bombardamento, ci rendemmo conto che era in atto un nuovo trasferimento di prigionieri. Queste baracche erano più vicine alla stazione ferroviaria di quelle dove noi normalmente vivevamo, e gli urli ed i gridi si sentivano molto più chiaramente. Sbirciammo dalle finestre sbarrate e vedemmo quello che accadeva: alcuni bambini urlanti venivano trascinati via, mentre altri venivano percossi. Non ci volle molto a capire quale fosse la loro destinazione… Pensai che se mai avessi avuto un bambino, nessuno sarebbe riuscito a strapparmelo dalle braccia!
Dopo alcune ore riprendemmo il lavoro. La zona improvvisamente si oscurò per un intenso fumo, e la nauseante puzza di carne bruciante fu più forte di quanto chiunque avrebbe potuto sopportare.
Quella notte, nel salire nel giaciglio all’ultimo piano, mi ferii nell’ascella, cosa questa che mi provocò un grande gonfiore. Poi la ferita si infettò e incominciò a formarsi del pus, io cercai di pulirla il meglio che potevo, terrorizzata che i pidocchi potessero installarsi in essa. Rimasi sveglia perché sentii i pidocchi che camminavano sul mio corpo. Mi resi conto di aver la febbre: un minuto ero calda, un minuto ero gelata.
Il giorno successivo il peso della fatica diventò insopportabile. Il trasportare cemento, lo spingere le pesanti carriole negli stretti tracciati, il trasportare pesanti e taglienti pietre, provocarono vesciche e tagli nelle mie mani provocando sanguinamenti. Mi sentivo come se dovessi morire in quell’istante ed in quel momento. Coraggiosamente trovai la forza di reagire e di ritornare nella baracca. Mi imposi di pensare … forse domani … forse presto … saremo libere.
Fui scelta per un lavoro al di fuori del campo, questo mi portò un senso di sollievo. Ci misero in colonna e ci fecero marciare in gruppi fuori dal cancelli, passando davanti alle case col rigido comando di “left, left, left, (un, due, un due, un due) scandito dai soldati Tedeschi e Kapo, accompagnati anche da feroci cani che ci scortavano. Fummo condotti in fabbriche private. Io venni messa a lavorare come aiutante nella costruzione di chiusure per kiskets (contenitori per bombe, che venivano spediti nei vari fronti di guerra). Aiutavo quelli che lavoravano con l’incudine e il ferro caldo. Ammucchiavo anche il carbone per il treno che veniva qui per caricare le merci prodotte. Lavorai ad impilare pesanti tavole di legno nel magazzino dei legnami e mi fecero fare molti altri lavori.
Spesso queste fabbriche venivano bombardate, udivamo il rumore degli aerei, ma molte volte era troppo tardi per ripararsi in un posto più sicuro, molti prigionieri non tornarono più da queste fabbriche.
Al ritorno, marciando come al solito, rientravamo giusto in tempo per il fatidico appello chiamata di controllo, poi una razione di zuppa e un’altra notte insonne.
Un giorno fummo mandate nel reparto infermeria-ospedale per una iniezione ed esami medici. L’iniezione ci fu fatta nella parte superiore del petto, poi attendemmo in fila per entrare nella stanza degli esami. Quando fui entrata, mi fu detto di sedere su una strana sedia e di mettere i piedi su dei larghi braccioli. Io non avevo mai visto una sedia simile e fui terrorizzata da quello che avrebbe potuto succedermi. Fui rigidamente tenuta ferma e sentii in acuminato strumento entrare dentro di me. Sentii come un taglio. Sentii la testa girare. In pochi secondi fui rilasciata, ma una volta fuori dalla porta, il cuore cominciò a battere precipitosamente. Mi sentii nauseata, sofferente e terrorizzata. Volevo sparire, nascondermi, correre da qualche parte, ma dove? Ritornai alla mia baracca per aspettare il mio prossimo fatale destino. Ero disperata, parlando con le mie compagne di sventura mi resi conto che ero stata sottoposta ad un trattamento di sterilizzazione. Non avrei più potuto avere figli!
Ho saputo poi, dopo la liberazione, che l’intervento a cui fui sottoposta era effettivamente la sterilizzazione, come studiata ed organizzata dal famigerato medico Josef Mengele. Per me questa condizione è stata per anni il mio incubo, non riuscivo a sentirmi una donna normale, mi sentivo come se mi avessero strappato un pezzo dell’anima. Ho pregato tanto il Signore, e questa volta mi ha davvero ascoltato: grazie Lui, ne sono convinta, l’intervento di sterilizzazione su di me non ha avuto effetto, ed io potuto avere il mio caro figlio Ronnie.
Fui assegnata a lavorare in cucina, nella preparazione del pasto della sera per i detenuti. Ritornavo esausta nella mia baracca dopo mezzanotte per un breve riposo e per essere svegliata per la solita adunata-appello ed essere poi selezionata per il prossimo lavoro. Quando ero fortunata, ritornavo nella baracca ad aspettare il lavoro serale in cucina. Se non ero fortunata, venivo mandata ad altro lavoro, salvo ritornare in tempo per il lavoro notturno in cucina, quindi, in questo caso, non potevo ne dormire ne riposare.
In uno di quei giorni, quando ero nella baracca in attesa del lavoro serale, ci fu una selezione, io mi nascosi per non essere chiamata e poi scappai attraverso una finestra nella baracca adiacente, dove, trovai dei prigionieri che parlavano in italiano, mi avvicinai a loro per comunicare finalmente con qualcuno in una lingua che conoscevo; con mia grande sorpresa, trovai in mezzo a loro una compaesana di New York, una italoamericana come me: era la sorella di Fiorello La Guardia, sindaco di New York, Gemma La Guardia Gluck. Fummo felici di incontraci, lei mi raccontò della sua vita, della terribile esperienza che stava attraversando; mi raccontò di suo marito, di suo genero delle figlie Irene e Iolanda e di suo nipote Richard. Mi raccontò di suo padre Achille, che era originario di Foggia, in Italia, e di sua madre che era nativa di Trieste. Anch’io le raccontai della mia triste esperienza. Da quel giorno, quando mi era possibile, sgusciavo di nascosto nella loro baracca per parlare un po’ e farci compagnia. Lei mi chiamò “la mia piccola figlia del campo” ed io la chiamai “zia Gemma”.
Dopo il mio ritorno a New York ci scrivemmo. Lei era ancora in Europa in attesa del passaporto per venire negli Stati Uniti. Quando infine arrivò, la andai a trovare, viveva fuori di New York. Fu un incontro molto commovente.
Quando lavoravo in cucina, fui assegnata, come aiutante, a mescolare le zuppe in degli enormi pentoloni. Per fare questo lavoro, stavamo in piedi su una piattaforma per poter ruotare meglio il grande mestolo, facendo attenzione che la zuppa non si attaccasse, o non si versasse, correndo anche il rischio di rimanere severamente ustionata.
Prima della cottura delle minestre, stavamo nel sotterraneo dove pelavamo le patate ed altri vegetali. Quel posto era brutto, buio ed umido, illuminato appena da piccole lampadine. Le patate e gli altri ortaggi erano gelati, portati in quel posto da degli autocarri, e spesso avevano odore e sapore di marcio.
Avevo le dita intirizzite dall’acqua gelata. I piedi, avvolti soltanto con vecchi stracci, erano gelati per lo stare posati per lunghe ed interminabili ore sull’umido pavimento. La disperazione e lo stato di ansietà mi spinsero a cercare una via d’uscita. Espressi il desiderio di parlare con l’ufficiale responsabile per chiedergli di sapere “perché una simile ingiustizia è stata commessa”. La Kapo cercò di dissuadermi per paura che trascendessi nel parlare, ma io fui determinata, alla fine la donna trasmise il mio messaggio all’ufficiale ed ottenne il per me permesso. Dopo un paio di giorni fui convocata. Quando andai dall’ufficiale, la donna mi abbracciò e mi baciò, pensando che non mi avrebbe più rivista. Accompagnata da una aufzurhring fui condotta ai piani superiori negli uffici del comando.
Entrai, e stando sull’attenti, mi presentai con il mio numero di matricola (questo era quello che dovevamo fare, perché eravamo diventati solo dei numeri) e chiesi la ragione per cui ero stata incarcerata. Io ero orgogliosa di essere Americana, la mio soggiorno in Italia, anche per assistere i miei nonni, in cattive condizioni di salute, non dava loro ragioni per infliggermi un cosi inumano trattamento ed attribuirmi il marchio di spia politica, tenendomi qui, in questo orrido posto come ostaggio.
Indirizzai questa mia domanda alla donna che era la responsabile di tutte le cucine e della sala da pranzo degli ufficiali. Lei era affiancata da due soldati e dalla poliziotta che mi aveva portato di sopra. Anche lei era tedesca, ma parlava fluente inglese, mi ascoltò in silenzio. Alla fine trovai il coraggio di sfidarla chiedendole cosa avrebbe provato se avesse avuto un figlio e questi fosse stato così ingiustamente arrestato e così duramente maltrattato. Io vidi che i suoi occhi si facevano tristi ed ebbi l’impressione che in lei era forse rimasto ancora qualche barlume di umanità. Alla fine mi diede una breve e incoerente risposta … Quando fui congedata, rimasi stupefatta del coraggio dimostrato nel parlare a questi carnefici. Ho potuto constatare dai loro sguardi e dalle loro espressioni, che li avevo in qualche modo impressionati. Una volta fuori dall’ufficio fui ricondotta dabbasso, le ginocchia mi tremarono, incominciai a sudare freddo. Ero contenta di ritornare incolume e mi abbandonai seduta. Durante l’intera conversazione, mi resi conto di essere stata ascoltata con molta attenzione. Le compagne mi diedero il bentornato con le lacrime agli occhi, perché erano convinte che non mi avrebbero più rivisto.
Passarono parecchi giorni e fui richiamata al lavoro, ma questa volta fu per lavorare in cucina per preparare da mangiare per il personale. Avevo per lo meno raggiunto l’obiettivo di non andare più nel brutto, umido, freddo e puzzolente sotterraneo a maneggiare gli ortaggi gelati. In questa cucina le pentole erano più piccole, ed il controllo del cibo e della pulizia era migliore. Poi sono stata assegnata a servire i pasti alla mensa dei soldati e degli ufficiali Tedeschi. Abbigliate con vestito nero, grembiule e berretto bianco, portavamo i piatti ai loro tavoli.
Erano in tanti, sembravano intelligenti e gentili, di buone maniere, alti e ben prestanti nelle loro uniformi militari. Il mio cuore era in agitazione. Ero terribilmente impaurita, sentivamo voci che dicevano che l’esercito Russo aveva incominciato ad invadere la Germania e si stava avvicinando, feci in modo che il mio pensiero fosse sempre più concentrato nella preghiera “forse … domani… saremo libere …”
Quando ritornai dalle mie compagne, e raccontai delle nuove mansioni a cui mi avevano assegnato, esse mi guardarono terrificate, ed io mi spaventai. Sentii una delle ragazze che diceva: “se ti scelgono per andare al loro servizio, puoi star sicura che non tornerai più, faranno di te quello che vogliono …” . Cercai di approfondire meglio con alcune mie compagne il significato delle parole che avevo sentito, ed esse mi rivelarono una terrificante verità: mi dissero che sceglievano le ragazze più giovani e carine, le sterilizzavano per non avere fastidi con gravidanze e le mandavano, nel bordello annesso al campo, per essere utilizzate come carne di piacere per i “guerrieri” nazisti. Questa rivelazione mi raggelo il sangue, ed ora anche il comportamento nei miei confronti della Kapo e delle altre compagne, quando sono ritornata dal colloquio con la direttrice dei servizi, mi chiarirono ulteriormente la mia condizione. Ero evidentemente stata selezionata per questo tipo di “servizio”! Non dormii tutta la notte pensando a quello che mi sarebbe potuto accadere e a questo punto capii cosa aveva spinto alcune delle mie compagne ad impiccarsi!
Il secondo giorno, dopo il ritorno dal sevizio nella mensa, domandai di essere esonerata da tale servizio e chiesi di essere lasciata in cucina durante l’ora pranzo, e di essere assegnata ad un’altra incombenza. Mi fu solo permesso di rimanere in cucina, comunque sentii che circolavano voci che erano sorti dei problemi nei miei confronti e che io, grazie al cielo, non sarei più andata a servire alla mensa. Il mio desiderio di uscire fuori da questo inferno crebbe più forte ogni giorno che passava, e crebbe altrettanto forte il desiderio di scoprire la ragione del mio imprigionamento. Per me risultava del tutto pazzesco il comportamento dei Tedeschi, che mi avevano arrestata come spia politica, e che ora mi tenevano imprigionata come ostaggio. Volevo il mio rilascio da questa crudele punizione, e visto che mi fu concesso impunemente di parlare coi capi responsabili del campo, e che in qualche modo mi avevano ascoltato, fui determinata ad insistere per provare a trovare una risposta, parlando con qualcuno nelle alte sfere, soprattutto per cercare di scongiurare il mio eventuale trasferimento nel bordello del campo.
La sera, una ragazza che promise di trovarmi un libro di preghiere, in cambio della mia razione di cibo, si presentò, facemmo lo scambio: mi aveva portato un libretto di preghiere in italiano, intitolato “Massime Eterne”; non so come abbia fatto a trovarlo in quell’inferno, comunque quella sera io pregai intensamente, finché non tolsero le luci. Quel libretto di preghiere divenne il mio diario, in cui scrivevo i mie pensieri, i ricordi dei miei cari genitori e fratelli. Scrissi anche la data del giorno in cui entrai in possesso del caro libretto: era il 20 febbraio 1945. Quello fu l’unico oggetto personale che sono riuscita a portare con me nella liberazione, e che conservo ancora come una dei miei più cari ricordi.
La mattina seguente richiesi il permesso di essere portata dalle più alte autorità del campo, situate in una collinetta, al di fuori dei cancelli. Il permesso mi fu concesso e fui portata al quartiere generale, scortata da due soldati con cani dobermann. La stanza era vuota, eccetto un lungo tavolo con panche al centro, molte porte e nude pareti.
La tensione in me era altissima, cominciai a dubitare di aver fatto una cosa giusta a venire a confrontarmi con questa gente, che mi aveva trascinato qui. Una porta si aprì ed un ufficiale si avvicinò e sedette di fronte a me. Egli mi fece molte domande, ed io risposi nel modo migliore che potei. La sua risposta fu: “non c’è niente che può essere fatto”. E aggiunse: “come potrei io ritornare indietro da così tanta distanza, con le bombe che piovono ovunque ed uccidono tutti noi?”
Comunque gli domandai, cercando di impressionarlo, raccontandogli quello che esattamente sentivo, di fare in modo di liberare me e mio padre, considerando il grave errore commesso nell’imprigionarci. Egli mi promise di occuparsi della nostra faccenda.
Alla fine mi sentii sollevata per aver potuto finalmente avere l’opportunità di esternare i miei sentimenti. Mi sentii rinfrancata da questo incontro, ciò mi ha dato il tremendo coraggio di voler mantenermi in vita e di continuare a sperare la libertà.

IX

DOPO LA FINE, C’È ANCORA UN INIZIO?

Molti giorni dopo, quando già si cominciava a percepire la vicinanza dell’esercito Russo che avanzava, vennero alcuni uomini in uniforme a prelevarci; si avvicinarono a noi e ci spiegarono che erano Svedesi, che erano venuti per liberarci e portarci con loro in Svezia. All’inizio non li credemmo, ricordandoci che con altri trucchi simili erano venuti a prelevare delle ragazze, che poi non erano più ritornate; molte di noi furono prese dal panico diventando isteriche.
Tuttavia la inusuale gentilezza di questi militari, la dolcezza dei loro modi, lentamente incominciò ad aprire una breccia nei nostri cuori, ormai impietriti da tanta sofferenza e a poco a poco riuscirono a convincerci, guadagnandosi la nostra fiducia. Il loro comportamento era completamente diverso da quello a cui eravamo abituate. Ci furono dati dei biscotti, pezzetti di cioccolato, ed infine riuscirono a convincerci a salire sui loro autobus. Come salimmo, a ciascuna di noi fu consegnato un piccolo pacco con altri generi di conforto.
Guardammo in silenzio gli autobus muoversi, uscire dai grandi cancelli del campo, che si rinchiusero alle nostre spalle. Fu una cosa incredibile. Le nostre sensazioni non potrebbero essere descritte con un milione di parole. Non potevamo né piangere, né ridere, né gridare, né star zitte. Per un po’ rimanemmo letteralmente inebetite. Poi, gradualmente diventammo consapevoli della realtà. La speranza e la gioia entrò di nuovo nei nostri cuori, e la Croce Rossa Svedese diventò l’incarnazione della libertà, dell’umanità, dell’amore. Grazie al loro aiuto, ci fu permesso di ritornare di nuovo alla vita.
Ci furono lacrime, ci furono risa. Questo fu il momento meraviglioso che avevamo sempre sognato. Come mi sentivo in quel momento? Mi sentivo fluttuare in una bianca e soffice nuvola, per raggiungere lontano, lontano, il paradiso!
La strada che stavamo percorrendo era disseminata di soldati: morti, feriti, qualcuno camminava barcollando inebetito. I palazzi erano crollati in rovina. Si intravedevano corpi semi sepolti dalle macerie. Era uno spettacolo veramente pietoso.
La guerra, in quanto tale, è un orrore, e questi che incontravamo erano esseri umani, forse costretti a vivere un orribile incubo, come lo fu il nostro.
Improvvisamente suonarono le sirene e gli aerei furono sopra di noi, fummo invitate a scendere velocemente, ad allontanarci e a gettarci a terra coricate, senza muoverci. Assistemmo ad un bombardamento, e quando fu passato, proseguimmo il viaggio.
La città di Berlino che attraversammo, era in completa rovina: palazzi distrutti e macerie dappertutto.
Faticosamente percorremmo strade dissestate, attraversammo paesi distrutti, rovine e macerie, e finalmente raggiungemmo la Danimarca. Come passammo il confine, l’atmosfera cambiò completamente. La gente correva per venire incontro agli autobus, il sorriso illuminava i loro volti, avemmo la sensazione che aspettassero proprio noi. Non dimenticherò mai il bellissimo benvenuto con cui ci hanno accolto.
Ci fermammo davanti a una casa dove erano già apparecchiate delle tavole per noi. Sedute per il primo pasto decente, fatto in casa, le lacrime fecero parte del menu: non le potevamo trattenere più a lungo.
La gente era tanto dolce e gentile. Fu un drastico cambiamento. Venimmo a contatto con la gentilezza, e non sapevamo proprio come far fronte a queste meravigliose sensazioni, eravamo completamente disorientate. Ricordo che ci dissero di stare caute nel mangiare, perché il nostro stomaco, rattrappito da tanta fame, potrebbe non esser in grado ricevere del cibo abbondante.
Dopo che ci fummo rifocillate ed in qualche modo rilassate, salutammo i nostri ospitali amici e riprendemmo il viaggio diretti in Svezia. Il ricordo di questa gente e la sua generosità, rimarrà per sempre impressa nel mio cuore.

X

FINALMENTE LA LIBERTÀ

Quando arrivammo in Svezia, per prima cosa ci fecero fare una sauna, un buon bagno a vapore con doccia ristoratrice. Fuori ci aspettavano le autorità Svedesi, fotografi, operatori cinematografici e giornalisti. Tutti loro ci accolsero con gioia e ci diedero il loro sincero benvenuto. Fummo portate all’ospedale per le visite di controllo ed esami radiografici. Alcune ragazze furono trattenute in ospedale perché affette da dissenteria, tifo, tubercolosi e febbre. Le restanti furono portate in un grande negozio di indumenti (di cui non ricordo il nome), ci fu permesso di scegliere quello che volevamo, vestiti soprabiti, maglieria intima, calze scarpe, tutto quello che volevamo, e tutto donato dal proprietario del grande magazzino.
Sembrava un sogno. Non potevamo credere che tutto questo succedeva proprio a noi. Da qui fummo condotte a Malmo, al museo di Malmo, che avrebbe dovuto essere la nostra casa. Ci fu raccontato del Conte Folke Bernadotte, e dei suoi infiniti sforzi per tentare di fare un patto con Himler, in modo da poter contattare i prigionieri ed aiutarli, e la nostra liberazione era certamente il frutto della sua iniziativa. Questi ricordi svedesi sono una parte importante della mia vita. Io sarò per sempre grata alla gente che ho potuto conoscere lì e con cui ho vissuto, e gli amerò sempre, fino alla fine di miei giorni.
Il gruppo di ragazze liberate in questa circostanza, era composto da Francesi, Danesi, Inglesi, Norvegesi, Olandesi e Belghe, io era la sola Americana.
Al nostro arrivo al Museo, ci accolsero braccia aperte. Fummo tutte abbracciate e condotte in un luminoso ostello, con grandi stanze per ospitarci. Il pavimento era pulito, piccoli materassi, fresche e pulite lenzuola e quadri nelle pareti.
Il mattino successivo facemmo colazione nella caffetteria, poi esplorammo il museo ed i dintorni, era veramente un bel posto.
Alcune ragazze furono introdotte in gruppi di amici, aventi caratteristiche culturali affini. Anch’io fui introdotta nel gruppo di questi amici.
Fu avvertito il console americano, ed il giorno successivo venne trovarmi. Mi sembrava di essere in paradiso. Ero così felice di averlo incontrato! Dopo colazione ritornai nella stanza dove dormivo, e nel cuscino trovai una bandiera americana. Mi inginocchiai e la baciai! Mi resi conto che era tutto realtà. Tornerò a casa finalmente! Alcune famiglie si offrirono di ospitare delle ragazze, qualcuna accettò la gentile e calda ospitalità famigliare, altre scelsero di rimanere ancora unite ed aspettare insieme notizie dai propri genitori.
Il Consigliere Americano, sig. Reath Rigs, parlò di me ad una famiglia svedese, e mi chiese se volevo incontrarli e conoscerli. Io acconsentii.
Venne a trovarmi una giovane signora, si chiamava Gail, ed era un’americana di New York che aveva sposato uno svedese ed era venuta a vivere qui con la sua famiglia. Ero contenta di conoscerla ed immediatamente mi è piaciuta. Stavamo insieme molto bene. Mi venne a trovare molte altre volte e alla fine mi chiese di venire a vivere con loro.
Fui molto contenta, non perché non mi sentissi a mio agio con le mie compagne al museo, ma, prima o poi, avremmo comunque dovuto separarci, e poi, dopotutto, il calore di una casa, di una famiglia, dopo tanta sofferenza, mi attraeva. Furono fatti tutti i preparativi e Erik Ackerman, il marito di Gail, venne a prendermi. Dopo tante lacrime di saluto e abbracci con le mie compagne, lasciai il museo. Io, una volta ancora provai un certo timore, non sapendo dove e con chi avrei dovuto vivere.
Fu un bel viaggio, con belle campagne, spazi aperti, tanti alberi, fiori e ampie strade. Il viaggio durò circa un’ora e mezza, infine arrivammo nei loro possedimenti di campagna in Ugglarp Alstad, Lickan.

XI

AMORE E UMANITÀ

Entrammo nella loro proprietà attraverso un grande cancello di ferro, contornato da cespugli fioriti e siepi curate. Al di là del cancello ci apparve una bellissima casa, circondata da alberi rigogliosi. Allineati di fronte alla casa stavano: il patriarca della famiglia e proprietario sig Ackerman (suocero di Gail), i suoi quattro figli, e loro famigliari, servitù e giardinieri. Mi sentii come la principessa delle favole che arriva al castello. Quando scesi dall’automobile, il sig Ackerman mi venne incontro e con le braccia spalancate e con un largo sorriso mi disse: “benvenuta a casa figliola”. Come mi abbraccio e mi baciò sulle guance, io scoppiai in lacrime. Tutti loro mi abbracciarono e mi baciarono e poi mi accompagnarono dentro casa. Per mettermi maggiormente a mio agio, mi presentarono tutti i componenti della famiglia e poi mi portarono a visitare la casa ed i terreni circostanti. Le stanze eleganti erano finemente decorate con folti tappeti e quadri sulle pareti. I terreni circostanti la casa erano così ben strutturati e così curati che rimasi senza fiato.
La casa degli ospiti, il gazebo ed il laghetto apparivano molto invitanti. Mi fecero assaggiare le fragole e gli ortaggi coltivati nei loro orti, e mi fecero fare un giro per vedere gli alveari, da cui ricavavano il loro miele. Trovai questo molto interessante, come i loro bellissimi cani da caccia. La mia stanza, nella casa degli ospiti, era magnificamente decorata ed generosamente arredata, così come le altre stanze. Fui trattata come un membro della famiglia.
Il sig. Ackerman mi disse che ha sempre desiderato avere una figlia, dopo quattro maschi, e che per lui sarebbe stato un onore se avessi accettato di diventare per lui, la figlia che non ha mai avuto.
Io fui molto orgogliosa e felice di questo bellissimo pensiero, ed effettivamente gli volli bene come a un padre, ma il mio pensiero andava sempre alla mia famiglia, di cui non avevo più saputo nulla dall’inizio della mia tremenda vicenda.
Dopo il mio arrivo in Svezia, la Croce Rossa Svedese notificò alle autorità competenti la mia presenza ed il Governo Svedese si diede da fare per individuare i miei genitori e parenti. Vennero contattate le Croci Rosse delle nazioni a cui appartenevano le prigioniere, nel mio caso fu contattata la Croce Rossa Americana e quella Italiana.
Poco dopo il mio arrivo fu organizzato un ricevimento in mio onore per presentarmi alla loro cerchia di amici e per darmi il benvenuto ufficiale. Erano presenti le persone più in vista del paese, banchieri, uomini d’affari, dottori, avvocati e loro mogli. Ho pienamente goduto ogni minuto di questo ricevimento.
In un’altra occasione incontrai il Chirurgo Comandante R. N. Mats Haigan, che mi onorò dell’insegna che portava sul bavero della sua giacca. Io e Gail, andammo a trovare molti dei suoi amici. Andammo a fare compere, pranzare e prendere il tè pomeridiano con loro.
Furono fatti preparativi per la grande festa di gala della stagione, un gran ballo.
Gail mi prestò uno dei suoi vestiti ed alcuni suoi gioielli da indossare per l’occasione. Come mi fui vestita, non potevo credere di essere io quella che vedevo riflessa nello specchio, soprattutto ricordando la cenciosa tunica che indossavo nel campo. Il salone da ballo era ornato con bellissimi festoni, eleganti decorazioni, candelabri e quadri. Per il ballo iniziale l’orchestra suonò un valzer, ed io fui scelta per il primo ballo.
Era un sogno? Mi sentii come se mi fossi svegliata lontano, su una nuvola, mi venne da pensare a Cenerentola ed al suo Principe Azzurro. Ben presto tutti gli altri si unirono nelle danze. Per me iniziò una serata di puro incanto!
Seguirono altri piacevoli avvenimenti ed esperienze che non potrò mai più dimenticare. Tutti furono così meravigliosi con me, che una parte di me resterà sempre con loro.
Ci vollero quasi nove mesi affinché la Croce Rossa Italiana e quella Americana rintracciassero tutti i miei parenti. Ben presto dall’Italia arrivarono notizie che di mia madre era stata ritrovata, era viva anche se in cattive condizioni economiche e di salute. Poi arrivarono notizie dai miei fratelli, entrambi stavano bene.
Iniziai le pratiche per fare le carte necessarie per ottenere il passaporto per ritornare a casa, in America. A casa finalmente dopo tutte queste tragedie e questi traumi!
La partenza fu fissata il 10 dicembre 1945, dal porto di Halsingborg, con la nave svedese “Stig Goethon”. Era il viaggio inaugurale della nave. La nostra destinazione era Baltimora nel Maryland, il nostro arrivo era previsto attorno a Natale.
Era un giorno triste quando lasciai la sola, vera famiglia che ho conosciuto in quel periodo, la famiglia che mi ha accolto tanto teneramente a con tanto amore. I figli di Gail ed Erik, Agneta e Steffan, erano per me come sorella e fratello. Li ho aiutati a mangiare, vestirsi, li ho portati a passeggiare nel parco. Ricorderò per sempre il bel periodo passato insieme a loro.

XII

L’OCEANO ATLANTICO

Nella nave, sola nella mia cabina, il pensiero di attraversare il tempestoso Oceano Atlantico Settentrionale, in pieno inverno, a così dopo poco tempo dalla fine della guerra, mi procurò una certa preoccupazione. I miei pensieri vagarono indietro, verso i viaggi che avevo fatto con i miei amati genitori, Quanto siamo stati felici insieme e quanto, poi, insensatamente, ci hanno separati. Dove sono adesso? Potrò ancora rivederli? Il pensiero di quanta distanza ci fosse ancora tra noi diventava insopportabile. Abbiamo vissuto rubando il tempo alla vita per così lungo tempo. Perché, oh, perché, dobbiamo soffrire così tanto!
Mantenendo ferma la mia fede, ho invocato Dio di darmi la forza e di guidarmi nella giusta direzione attraverso il solitario viaggio che abbiamo davanti e di portarci sani e salvi al nostro unico amore.
Incontrammo tempeste e mare molto agitato. A cena quella sera, dovevamo tenere stretti, piatti bicchieri e posate. Quando eravamo seduti, le rollate della nave ci spingevano con grande forza da una parte all’altra, all’inizio la scena aveva qualcosa di comico, poi, col persistere della tempesta, accompagnata da una pioggia torrenziale, cominciai ad avere paura: non avevo mai provato una cosa simile.
Mi dissero che per dormire dovevo scegliere in cabina la cuccetta inferiore. La mattina seguente venni a sapere che l’ufficiale che occupava la cabina nel ponte superiore a quello dove stavo io, è stato malamente sbattuto a terra dalla sua cuccetta da un’enorme rollata. A questo punto mi considerai anche fortunata.
Il Comandante era preoccupato per il cattivo tempo e mandò un radiogramma richiedendo la posizione dei campi minati ancora esistenti: il pericolo era, che con le grosse ondate, il loro ancoraggio potesse rompersi, quindi avrebbero potuto mettersi pericolosamente a vagare per il mare circostante. Fortunatamente non venimmo a conoscenza fino al giorno dopo di un errore che era stato fatto: al Comandante era stata assegnata una rotta che passava proprio attraverso i campi minati, anziché quella sicura. Avevano scambiato la rotta consigliata per ridurre gli effetti della tempesta, con quella dei campi minati. Passammo indenni attraverso questo pezzo di mare con una fortuna sfacciata da sfiorare il miracolo.
Pochi giorni prima di entrare nel porto di Edimburgo, Scozia, una densa nebbia ci circondò, causando poca visibilità. Potemmo sentire a distanza il rumore del motore di una nave che si avvicinava, e sentimmo anche i periodici suoni di sirena della nostra e dell’altra nave, ma non riuscimmo a vederla. Furono dati ordini di dare fondo alle ancore ed aspettare fino al successivo mattino, perché con quella nebbia era pericoloso manovrare.
La mattina seguente andai sul ponte, e con grande sorpresa, vidi un enorme montagna accanto a noi. Era una grande nave portaerei inglese ancorata li vicino. Ancora qualche miglio e non avremo potuto evitare una disastrosa collisione. Grazie a Dio siamo scampati al disastro. Abbiamo apprezzato la grande attenzione del Comandante e la sua decisione di fermarsi.
Ci stavamo avvicinando a Natale, ed i miei pensieri erano con la famiglia, sperando di riunirci quanto prima. Poco prima di Natale, dopo il pranzo, fui sorpresa di trovare un vero albero di Natale, era un regalo del Comandante, che lo aveva fatto imbarcare di nascosto, affinché non lo vedessi. Mi dissero di addobbarlo. Misi in moto la mia immaginazione facendo con le forbici ogni tipo di ornamento, tagliando nastri, carta colorata e quant’altro avessi potuto trovare. Quando ebbi finito, dissi che mancava solo la stella da posare in cima all’albero, chiesi che mi procurassero in qualche modo qualcosa che somigliasse ad una stella, ed essi mi portarono una piccola bandiera svedese, che mettemmo al posto della stella. Ho portato con me per ricordo quella bandierina.
Cantammo le canzoni di Natale, in inglese ed in svedese, e nel mio album fotografico, gli ufficiali scrissero simpatiche dediche in ricordo di quel viaggio e di quel Natale.
Ci siamo ancora imbattuti in tempeste e forti piogge, ma il vento si attenuò per un certo tempo. Trovammo tempo brutto da quando partimmo dalla Svezia, ed in qualche momento pensai che non ce l’avremmo fatta a finire il viaggio. La nave ballava tanto che mi ero veramente sentita male. Venne il giorno che il Comandante annunciò che saremmo arrivati il giorno dopo. Mi sono sentita molto eccitata nel sentire quelle parole.
Quella mattina arrivammo a Baltimora. Alcuni giorni prima avevo telegrafato ai miei fratelli il giorno del mio arrivo, che ara il giorno dell’ultimo dell’anno. Non potemmo subito attraccare al molo, perché dovevamo stare per un po’ in quarantena. Questo fu un leggero disappunto per noi. I dottori e le autorità sanitarie e doganali vennero a bordo per esaminarci e per controllare i bagagli. Il giorno di capodanno rimanemmo a bordo desiderosi di sbarcare, ma comunque grati di aver raggiunto, dopo 21 giorni di tempeste e fortunali, la nostra destinazione.
Il giorno di capodanno ci augurammo l’un l’altro la benedizione di un anno prospero e pacifico, e che altri molti anni tranquilli possano seguire.

XIII

LA VITA ALLA FINE DELL’ARCOBALENO

Come la nave si accostò al molo, vedemmo gente che affollava la banchina. Io intravidi mio fratello Albert tra la folla. Egli salì a bordo e ci abbracciammo! Non riuscivo a parlare perché ero soffocata dalle lacrime che scendevano copiose sulle mie guance. Fui felice di rivederlo e lui cercò, in qualche modo di consolarmi.
Seduti sul treno nel viaggio verso New York, verso casa, parlammo intensamente. C’era così tanto da dirci per ricucire quel buco nero della guerra che ci aveva diviso.
Lui mi raccontò delle sue esperienze di guerra.
Entrò in sevizio attivo dell’esercito Americano a New York il 24 febbraio 1941, e fu congedato nell’ottobre del 1945. Prestò servizio all’estero, nel settore continentale E. T. O. (European Theatre of Operation) dell’esercito dal 18 gennaio 1944 al 4 ottobre 1945, nella 4ª Divisione Fanteria, al comando del Maggior Generale O. Barton. Prese parte alle battaglie svoltesi nella parte settentrionale della Francia, in Normandia.
Fu ferito il 2 agosto 1944 e fu decorato con la “Purple Hart Medal”. Altre medaglie che si è guadagnato sono: “American Defens Medal”, European-African Middle Estern Service Medal”, “American Compaign Medal”, “Good Conduct Medal” e “World War II, Victory Medal”. Ricevette le notizie sulla mia situazione quando si trovava in Inghilterra, in ospedale in via di guarigione dalle ferite riportate, e fu molto sollevato nell’apprendere che io stavo bene. Mio fratello Eddie, che era impiegato come civile nella Marina Militare Americana a Maspeth, Long Island, scrisse ad Albert per riferirgli delle informazioni che aveva ricevuto dalla Croce Rossa Internazionale sul mio conto. Ho scoperto così che avevo una cognata, un nipotino e una nipotina che non avevo mai visto.
Arrivammo a New York. Camminando per la strada, mi ritornarono nella memoria gli anni passati in questa città. Mi ricordai del tempo, quando coi miei genitori venivamo in centro per gli acquisti, per assistere agli spettacoli di Broodway, per lunghe passeggiate. Fui sottoposta a infinite domande in merito al mio viaggio, ai nonni, ai parenti e amici, ma non riuscivo a parlare dell’isola da cui eravamo stati così barbaramente strappati. Lentamente essi si resero conto quanto doloroso fosse per me rievocare quel tragico periodo, e quanto importante fosse per me cancellare il ricordo di quell’esperienza, in modo che potessi finalmente dormire con più serenità, e non svegliarmi improvvisamente la notte con incubi di terrore, urlando e svegliando tutti, come mi succedeva negli ultimi mesi in Svezia.
Volevo fortemente ripartire verso una nuova vita, un nuovo inizio, benché fossi consapevole che niente potrà cambiare il mio vero intimo, che niente sarà più come prima.
Volevo solo sedere quietamente avere il piacere di guardarli ed ascoltare il racconto di tutti gli eventi che mi sono perduta. Ovviamente per loro dovrà essere apparso strano che io non avessi avuto la minima idea degli avvenimenti che mi raccontavano. Ma come avrebbero potuto capire quello che era realmente accaduto? Loro sapevano soltanto che eravamo separati.
Quando ero nel campo, mi ripromisi di non raccontare a nessuno quello che li dentro avveniva, perché nessuno avrebbe potuto credermi. Decisi quindi, di spingere nell’angolo più lontano della mia mente i ricordi di quel terribile passato, ma andare avanti verso il futuro e verso un più brillante inizio della mia nuova vita. La sola soluzione era trovarmi un lavoro per tenere occupata la mia mente. Non potevo stare seduta inerme per lungo tempo.
Al secondo mese dal mio rientro a casa incominciai a lavorare, come cassiera, alla “First Federal Saving and Loan Association”. Lexington Ave, 45 Street. Presidente era il sig. Bliss, vicepresidente il sig. Perry e direttore il sig. Blum. Sarò sempre grata a loro per avermi aiutata a ricostruirmi una nuova vita. Loro e gli altri impiegati erano molto gentili e cordiali. Ero piena di gratitudine nei loro confronti per avermi così bene accolto nel loro gruppo.
Ben presto entrai nella loro squadra di bowling, frequentai corsi serali di contabilità e di gestione dei libri mastri, e poi entrai nel laboratorio operistico intitolato a Mascagni della città di New York. Mantenendomi così occupata, gradualmente cominciai a sentirmi maggiormente a mio agio e a trovarmi contenta in mezzo alla gente.
Il gruppo operistico a cui mi associai fu la migliore terapia per me, o comunque ebbi la sensazione che lo sarebbe stata. Ebbi sempre, fin da bambina, l’inclinazione verso le rappresentazioni teatrali. A scuola partecipavo alle recite e in chiesa cantavo nel coro. La gente che incontrai in questo ambiente era meravigliosa. Facevamo le prove tre o quattro sere alla settimana, e poi le rappresentazioni nel fine settimana. Eseguimmo rappresentazioni operistiche molte volte nel Connecticut, Brooklyn e New Jersey, sotto la direzione della sig.ra Josephine La Puma, che all’età di 16 anni si esibì al teatro della Scala di Milano. Sua figlia, Alberta Masiello, era una direttrice d’orchestra al Metropolitan Opera House di New York.
L’opera mi coinvolse enormemente in molti modi, imparai a cantare, l’arte dei costumi, del portamento, della truccatura; anche le prove di recitazione sul palcoscenico, con tutti i miei cari amici, furono molto istruttive.
Ebbi l’opportunità di conoscere tanti personaggi interessanti del mondo del teatro, del balletto e dell’opera, e molti di loro hanno partecipato ai nostri spettacoli.
Feci il mio debutto cantando la romanza “o mio babbino caro” dell’opera Gianni Schicchi, con l’incoraggiamento della sig.ra. La Puma, la più gentile e comprensiva persona che ho conosciuto. Le sono debitrice di tutto.
Nel mese di dicembre il giornale “Glamour Magazine” organizzò un concorso e nel numero del dicembre 1949, io fui scelta per apparire nel servizio “Christmas is their business”. Io ero semplicemente estasiata, anche perché il giornale della banca dove lavoravo fece un articolo su di me ed espose alcune mie foto negli atri e nelle vetrine della banca stessa. Poiché io lavoravo nell’area della “Grand Central Station”, il sevizio fotografico mi fu fatto in uno studio della zona, e le mie fotografie furono esposte nelle bacheche e negli atri del teatro dove mi esibivo; con mia grande e piacevole sorpresa, vidi che lo studio fotografico espose una mia enorme foto nel suo principale ingresso esterno. A seguito di questo, un’agenzia che aveva scoperto le mie foto, mi fece l’offerta di diventare una sua modella fotografica.
Tutto questo mi fece scoprire che vivevo in un grande paese. E ciò era vero, questa era la terra delle opportunità per tutti. E sempre lo sarà!
Il mio cuore si riempì d’amore, di speranza e mi diede il tremendo coraggio di conseguire tutti gli obiettivi che mi ero prefissa per la vita futura, grata che mi sia stata concessa una seconda opportunità.

XIV

MOMENTI PREZIOSI

Nel giro di un paio d’anni incontrai qualcuno che divenne molto caro al mio cuore. Feci la scoperta di conoscere e sentire nuovamente l’amore.
Ero arrivata al punto di credere che in questo mondo non ci fosse più spazio per l’amore, e mi ero fatta la convinzione che non avrei più potuto più credere in esso.
Facemmo i piani per il matrimonio, la banca dove lavoravo mi fece una bella festa, ricevetti tanti regali. La loro gentilezza toccò il mio cuore, io fui profondamente grata a tutti loro.
Ben presto ebbi un bel bambino. Egli fu la mia gioia ed il mio orgoglio ed egli riempì la mia vita di momenti preziosi. Spesso lo portavo con me alle prove per la rappresentazione dell’opera. Alla fine, mio figlio Ronnie fu introdotto nello spettacolo dell’opera. Egli interpretò nell’opera “Madame Butterfly” il ruolo di “Trouble” all’età di tre anni, e lo fece splendidamente, con ovazioni a scena aperta, assieme a Cho Cho San e Pinkerton. A poco a poco incominciò ad amare anche lui questo mondo.
In quella rappresentazione io fui Kate Pinkerton. Questo fu l’inizio di molte altre opere che interpretammo assieme, e gli anni passarono molto rapidamente.
Una delle mie più care amiche era Adele Daddario Lozitto, che divenne la mia “sorellina”, la sorella che nessuna delle due ebbe, e fummo inseparabili da allora per tutta la vita.
Nel 1980 lavorai a Epcot, come istruttrice Disney al “World Showcase”. Lo stare lì mi faceva sentire come se fossi ritornata indietro, in Europa, tra gli amici che avevo lasciato molti anni fa. Ho conosciuto molti studenti europei che venivano a lavorare a Disney.
Ho anche preso parte in un breve episodio del “General Hospital” per la Disney, questa cosa fu molto eccitante.

XV

SOPRAVVIVENZA

Il Matrimonio mi permise di esplorare e conoscere molte parti del nostro paese, cosa questa che mi piacque immensamente. Ho avuto l’opportunità di possedere ed amare molti animali, soprattutto cavalli, cani e gatti persiani, campioni da esposizione. Ho partecipato a molte esibizioni, ed ero molto felice quando i miei animali vincevano un premio. Io ho trascorso la mia vita con amore e mio marito, e le avventure erano sempre gratificanti.
Negli ultimi anni, alcune nuvole buie sovrastarono la mia vita, ancora una volta il mondo crollò attorno a me. Io lottai e cercai di contrastare le mie emozioni, ancora una volta sentii il vuoto dentro di me.
In qualunque modo si possa chiamare, io sentivo un enorme peso, inquietudine, solitudine: in mezzo al pianto, devo sopravivere! Devo essere forte e sorridere! Perfino quando il mio cuore si sta rompendo, so di essere benedetta, godendo dell’amore di Dio e quello di mio figlio Ron, sua moglie Donna, ed i miei nipoti Ronnie jr., Michael e Gina, i miei fratelli e loro famiglie ed i miei altri parenti e amici.
La fede ed il coraggio che mi hanno sostenuto attraverso l’esperienza del campo di concentramento, mi manterranno ancora forte.

EPILOGO

Mia madre ritornò negli Stati Uniti dopo la guerra, ma era malata di cuore e morì purtroppo nel 1948. La nostra Villa, tutte le proprietà ed ogni altro avere furono confiscate dai Tedeschi durante la guerra, poi furono nazionalizzate dal Governo Jugoslavo, ed infine anche da quello Croato.
Siamo stati incarcerati e deportati dai Tedeschi e quindi non abbiamo potuto proteggere i nostri averi. Queste nostre proprietà sono ancora iscritte al nome di mio padre. Mi è stato detto che le nostre proprietà sono state trasformate in un yacht club per turisti e abitanti locali.
Io so di essere ancora la vera e legittima proprietaria di diritto di questi beni.

FINE


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