STORIA E TRADIZIONI
Questa storia è stata scritta nel tentativo di soddisfare la sempre più pressante curiosità di conoscenza delle proprie radici etniche, storiche e culturali, che le attuali generazioni di Neresinotti e quelle dei discendenti, ormai sparsi in tutto il mondo, manifestano con crescente insistenza.
Questo lavoro non ha quindi intenzione, né di riscrivere una storia, mai scritta prima,1 né di dare interpretazioni da qualsivoglia versante politico, ma di raccontare l’origine e l’evoluzione del paese con gli avvenimenti, come nei secoli sono realmente accaduti, attingendo dai fatti storici, da documenti originali rinvenuti in vari archivi ufficiali, da documentazioni e manoscritti degli antenati, reperiti qua e là tra i discendenti, soprattutto dalla tradizione tramandata oralmente di generazione in generazione.2
A questo proposito mi sembra anche pertinente e opportuno riportare un brano della “Storia Documentata dei Lussini” del Dott. Matteo Nicolich 3 pubblicata nel 1871, che dice: “La storia non è sempre, né solo ricordo di avvenimenti importanti o descrizione di opere insigni, ma soprattutto è ricerca delle radici, scoperta di un passato in cui ognuno possa riconoscersi, affermazione di valori che diano significato al presente e preparino l’avvenire. Nel ricordo degli avi … tenete viva l’opera da essi saggiamente intrapresa e felicemente diretta, affinché i vostri emuli e rivali non abbiano il vanto di rintronarvi”.
Il paese di Neresine è situato nella parte nord-est dell’isola di Lussino a circa tre chilometri dal paese di Ossero, punto di congiunzione con l’isola di Cherso, tramite un ponte girevole sullo stretto canale che separa le due isole, chiamato Cavanella (l’antico Euripo). Per quanto Neresine non abbia origini molto antiche, le isole di Lussino e Cherso, che sono sempre state considerate come un unico insieme storico e geografico, erano conosciute ed abitate fin dalle epoche più lontane, ed in esse sono state trovate anche tracce preistoriche di presenza umana (grotte di Sredi-Struasa).
I primi insediamenti storicamente considerabili, documentati da significativi reperti archeologici, riguardano le civiltà dei castellieri, gli abitati fortificati con cinte di muri a secco, ancora riconoscibili nei rilievi di queste isole. Secondo molti autori, questi primi abitatori erano genti di stirpe illirica, ma risulta anche dalla tradizione, sostenuta da geografi e scrittori del mondo antico e del medioevo, che vi furono pure insediamenti greci; ciò è posto in stretta relazione con il mito greco degli Argonauti e del Vello d’oro, e del loro capo Giasone, che, fuggendo con Medea dagli inseguitori Colchi, con l’aiuto della stessa, avrebbe e ucciso il fratello di lei Absirto, principe dei Colchi. Dalla morte e dalla sepoltura di Absirto in queste isole, sarebbe derivato il loro nome antico di “Absirtides”, e lo stesso nome greco Absoros, poi Ossero. Questo mito certamente adombrò uno scontro di popoli, in un’epoca forse anteriore a quella omerica.
Successivamente, dopo il 1000 a. C., subentrarono i Liburni, ramo degli Illiri, popolazione di guerrieri, marinai e commercianti, che s’insediarono nella zona costiera dell’Istria orientale (tra l’attuale Abbazia e Fianona), nelle isole del Quarnero e sulla costa orientale dell’Adriatico, tra Segna e Sebenico; da loro presero il nome le “Liburne”, agili e veloci navi da guerra, poi adottate dai Romani.
La presenza romana è molto documentata dalle cronache del tempo, da importanti reperti archeologici e dai nomi di varie località: Caput Insule (Caisole), Crepsa (Cherso), Hibernicia (Lubrenizze), Ustrina (Ustrine), la stessa isola di Lussino, molto probabilmente, prende il nome dal latino “luscinia” ossia usignolo, cioè terra degli usignoli. Gli isolani più anziani si ricordano bene il canto degli usignoli, che risuonava melodioso e struggente, dalla cima di un’alta quercia all’altra, nelle sere e notti primaverili: in certe località dell’isola le notti di maggio erano caratterizzate proprio dal canto di questi uccelli. Un’altra ipotesi abbastanza plausibile fa derivare il nome dalla composizione delle parole latine, lux o altre assomiglianti e sinus (seno di mare, baia) intendendo insenatura luminosa, amena, ecc. Va comunque detto che vari tentativi di attribuire l’origine del nome “Lussino” a incerte popolazioni antiche o ad ancor più improbabili terminologie slave non hanno trovato credibilità storica; non a caso le popolazioni locali di lingua slava, fin dalle lontane origini, hanno sempre usato i nomi di Veloselo (grande paese) e Maloselo (piccolo paese) per denominare i villaggi di Lussingrande e Lussinpiccolo. In sostanza l’origine latina del nome di Lussino è certamente quella più accreditata da storici e filologi.
Con l’avvento dei Romani, che sottomisero la regione e l’intera costa orientale dell’Adriatico e che divenne poi una provincia Romana a tutti gli effetti, inizia la storia latina. I principali centri romani dell’area del Quarnero furono Pola (Pietas Julia), Tarsatica (l’antica Trsach poi Fiume), Crepsa (Cherso), Curicta (Veglia-Krk) e Arbe, facenti parte della provincia Dalmata con capitale Sabona, la cui popolazione, dopo la sua distruzione ad opera di Avari e Slavi, fondò Spalato, nel luogo del vecchio palazzo di Diocleziano.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476 d. C., le isole assieme alla Dalmazia passarono sotto l’Impero Romano d’Oriente; Ossero, Cherso e Caisole riuscirono tuttavia a conservare l’autonomia e si verificò quindi che le popolazioni, anche nei secoli successivi, vissero con usi, costumi, organizzazione commerciale, amministrativa e giuridica latina e con una lingua propria, il dalmatico, un neolatino con parole e accenti liburnici che durò fino a tutto il Medioevo e in parte oltre. (Le cronache quarnerine ci dicono che l’ultimo a parlare il dalmatico fu un cittadino di Veglia, vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo).
Con la calata nella regione dopo il VII secolo delle prime tribù slave, ancora pagane e predatrici, alcune famiglie si stanziarono nelle isole del Quarnero, in accordo con le città latine, che avevano bisogno di manodopera per le coltivazioni e gli allevamenti ovini. Questa prima immigrazione slava fu assorbita senza contraccolpi etnici e sociali: gli Slavi, inseriti nelle località vicine ai centri maggiori (Ossero e Cherso) e divenuti cristiani, s’integrarono negli usi e leggi locali, mantenendo i loro nomi e lingua.
L’Impero Romano d’Oriente, pur titolare del potere, non poté dedicare molta attenzione ai possedimenti dell’Adriatico settentrionale, conseguentemente la vita nelle isole nei secoli successivi non fu sempre tranquilla.
Nel 842 i saraceni, al comando del condottiero Saba, distrussero Ossero; in seguito alcune popolazioni slave intrapresero azioni di pirateria contro i veneziani, utilizzando come base d’appoggio le stesse isole. Il Doge XII Tradonico ed il Doge XIV Orso 1° Partecipazio, dopo alterne vicende, riuscirono alla fine a sconfiggere tanto saraceni quanto slavi. La conquista di Carlo Magno non portò alcuna modifica alla vita delle isole.
Dall’anno 1000, dopo la grande spedizione contro i pirati Narentani del Doge Pietro Orseolo II, le isole passarono sotto l’influenza di Venezia, ed Ossero divenne il presidio veneziano di tutta l’area quarnerina. Da questo periodo in poi le vicende storiche delle isole sono dettagliatamente raccontate e documentate in molte pubblicazioni facilmente reperibili, quindi si rimanda a queste per eventuali approfondimenti.4
Durante il Medioevo le isole, come tutta la zona costiera dell’Adriatico orientale si mantennero, con alterne vicende, sotto l’amministrazione della Repubblica di Venezia. Verso alla metà del XIV secolo l’Angioino re d’Ungheria Ludovico il Grande, intraprese una gran lotta con Venezia per la conquista della sponda orientale dell’Adriatico, ed assecondato anche dall’alleata flotta Genovese, riusci ad avere la meglio su Venezia. Nel 1358, a seguito del patto di Zara, le isole, come tutta la Dalmazia, passarono alla fine sotto il dominio del regno d’Ungheria.5
Dopo la morte di re Ludovico nel 1382, che non lasciò eredi maschi, si scatenò nei suoi possedimenti una guerra per la sucessione al trono tra vari pretendenti, provocando il dissanguamento delle casse del regno. Nel 1409 i diritti nominali sulla Dalmazia centrale, con Zara e a nord con le isole, furono infine cedute dal re d’Ungheria Ladislao alla Repubblica di Venezia per 100.000 ducati d’oro, perché dopo cinquant’anni di dominio, che scontentarono le città dalmate e portarono le popolazioni alla crisi economica, il re, disponendo ormai di poco potere, non era più in grado di governare la Dalmazia, né di opporsi alle forze di un altro pretendente alla corona d’Ungheria. Da questa data fino al 1797, i territori rimasero inseriti in modo permanente, come parte integrante, sia politicamente e sia amministrativamente, nel territorio della stessa Repubblica.
Nel corso dei secoli, soprattutto dopo il XV secolo, nelle due isole s’insediarono altre popolazioni slave cristiane, sia sospinte dall’avanzata dell’impero Turco e sia richiamate dall’amministrazione veneziana per rimpiazzare le popolazioni locali, decimate dalle pestilenze di quei tempi, e per incrementare lo sviluppo dei territori.
Fino al XIII secolo nell’isola di Lussino non erano presenti insediamenti abitativi di significativa rilevanza, e le terre coltivabili, i pascoli, i boschi sfruttabili per il legname o comunque i terreni di qualche valore erano di proprietà delle più ricche famiglie di Ossero e Cherso. In particolare la maggior parte dei terreni posti nella parte nord-est dell’isola di Lussino e la parte meridionale dell’isola di Cherso appartenevano alle famiglie di Ossero, tra cui la più importante fu quella dei Drasa, ed alla Chiesa, rappresentata dal Vescovo della stessa Ossero. Sono stati rinvenuti numerosi incartamenti contenenti i resoconti amministrativi della gestione delle principali tenute, (molto interessante quella di Garmosal l’attuale Garmosai), che documentano la ripartizione delle proprietà e le attività agricole di quei tempi.
I primi insediamenti in questo territorio, di cui si hanno documentazioni certe sono avvenuti dopo il 1384. Nelle cronache immediatamente successive a questa data si parla di otto famiglie straniere che ottennero il permesso di installare le loro casupole nella parte meridionale dell’isola di Lussino, per la prima volta chiamata con questo nome, quattro nel sito poi chiamato Lussingrande e quattro in quello poi chiamato Lussinpiccolo. Questo permesso di domicilio fu loro concesso dalla comunità di Ossero, a condizione che ogni famiglia dovesse pagare un tributo annuo di un ducato d’oro. 6
Dopo circa quarant’anni, a seguito anche di immigrazione di nuova popolazione, prevalentemente marinai e pescatori provenienti dal basso Veneto e dalla Dalmazia, la comunità di Lussingrande contava già cinquanta famiglie. Il villaggio di Lussinpiccolo si sviluppò più tardi, grazie all’arrivo di gruppi provenienti dalla parte costiera della Dalmazia aventi familiarità col mare, caratteristica precipua delle popolazioni Liburniche.
Gli altri insediamenti, come appunto Neresine, San Giacomo e Ciunschi sono molto più recenti e si possono far risalire al XVI e XVII secolo.
NOTE
1. Nel 1979 è stato scritto dal cittadino bosniaco Enver Imamovich, capitato per turismo a Neresine negli anni settanta, un libro intitolato “Nerezine na otoku Losinju”.(Neresine nell’isola di Lussino). Il libro, finanziato con fondi del Dipartimento Diffusione Culturale del governo dell’allora Repubblica Federata di Bosnia, aveva lo scopo di raccontare la storia del paese.
L’autore, ligio al regime politico del tempo, non uscì, né avrebbe potuto, uscire dagli schemi politico-nazionalistici, obiettivo del suo lavoro; non a caso dedica un intero capitolo del libro all’arrivo di un’etnia croata nell’isola di Lussino, intitolato “Dolazak Harvata na otok” (l’arrivo dei croati nell’isola), cosa questa mai avvenuta nella forma descritta. Oltre a ciò, non avendo nessuna conoscenza di quello su cui voleva scrivere, è ricorso prevalentemente “all’autorevole” fonte di Domenico Rucconich (Limbertich), conosciuto in paese come uno dei più “accesi” nazionalisti croati.
Date le premesse, il libro è risultato, e non poteva essere altrimenti, una raccolta di inesattezze ed invenzioni storiche, in cui è stravolta e in parte ignorata la storia del passato, ma ampiamente descritta quella che parte dal 1945, omettendo evidentemente di parlare dell’esodo e delle persecuzioni contro gli “italiani”. Il libro, data la fonte, è tuttavia anche una vera testimonianza di come e da chi il paese sia stato attivamente governato, dopo l’instaurazione del regime comunista di Tito. Tra le “inesattezze” più comiche non si può non rilevare l’inserimento nel libro di una vecchia fotografia della piazza, abbastanza affollata di gente, ripresa dal saliso della chiesa, durante uno degli allora consueti discorsi oceanici di Mussolini, trasmessi a pieno volume dalla radio esposta, assieme alla bandiera, dalla finestra della Casa del Fascio (l’attuale casa Beluli) e fatta passare come l’immagine di un consueto incontro di socializzazione della popolazione in piazza.
2. Purtroppo non è stato possibile consultare l’archivio del comune di Neresine, perché tutte le carte in esso contenute, certamente quelle risalenti agli ultimi cento anni di esistenza del paese, ma anche quelle più antiche, sono state bruciate nel 1945 dai membri dell’Odbor (comitato popolare) appena insediato, nell’intento di cancellare la storia passata. I membri dell’Odbor nelle operazioni di distruzione dei documenti si sono avvalsi dell’aiuto del “povero” Mauro, che dotato di buona memoria e di una sua “particolare” intelligenza, è riuscito a salvare dal rogo, forse anche inconsapevolmente, alcune carte di un certo interesse … Fortunatamente altri documenti, trattenuti in copia dai membri dei vari consigli comunali dell’epoca austroungarica ed anche di quelli dell’epoca successiva, sono stati ritovati presso i discendenti, consentedo di ricostruire con certezza storica i pricipali avvenimenti che hanno coinvolto il paese.
3. Il dott. Matteo Nicolich fu il medico dei due Lussini e presumibilmente anche del circondario, dal 1836 al 1883. È ricordato dai suoi contemporanei, come un uomo che ha dedicato con generosità ed abnegazione la vita ai gravosi compiti professionali, spesso sopperendo a proprie spese alle necessità sanitarie dei più bisognosi. A lui viene attribuito il merito di avere sensibilmente ridotto la mortalità infantile e quella delle puerpere. Ridusse l’incidenza delle malattie infettive con una capillare sorveglianza e la promozione di un’educazione igienica di fondo nelle scuole. Combatté con costanza la tubercolosi, portata dagli ammalati austriaci, che accorrevano a Lussino, speranzosi di trovare giovamento dal suo buon clima marittimo. Nacque a Lussinpiccolo attorno al 1810 da famiglia modesta, frequentò il primo ciclo scolastico, presumibilmente presso l’ibrida scuola organizzata, in casa propria, dal prete “rivoluzionario” Don Martino Nicolich. Nel 1826 è ammesso al primo corso di umanità del ginnasio italiano di Fiume; l’anno successivo è al ginnasio italiano di Zara. Nel 1830 è a Padova, dove s’iscrive al primo anno della facoltà di medicina; il curriculum di studio è esemplare, costellato di tanti “bene” e “valde bene”. Il 6 gennaio 1836, “compiuti avendo gli obblighi tutti prescritti dal vigente Piano degli Studi … previo giuramento di fedeltà e sudditanza, il Promotore lo fregiò della Laurea in Medicina”. Condusse tutta la sua operosa vita nella natia isola, da dove raramente si staccò, si spense silenziosamente il 23 febbraio 1883, tra il generale cordoglio della popolazione.
4. Luigi Tomaz – “Ossero e Cherso nei secoli prima di Venezia”. Edizioni Think Adv.
5. Silvio Mitis – “Storia dell’isola di Cherso-Ossero dal 476 al 1409”. Parenzo 1925.
6. Le informazioni sull’origine dei villaggi di Lussingrande e Lussinpiccolo sono tratte dalla “Storia Documentata dei Lussini” del dott. Matteo Nicolich, anzi lo stesso autore riferisce di due diverse versioni tramandate dagli antenati, una riportante l’arrivo appunto di otto famiglie, e l’altra di dodici, egualmente ripartite tra i due villaggi.
NOTIZIE STORICHE
La data di nascita di Neresine è abbastanza incerta perché non esistono documenti storicamente attendibili su un paese avente questo nome fino al XV secolo, le prime menzioni del nome ritrovate nelle antiche cronache parlano di Neresine d’Ossero; comunque nello stesso territorio in cui sorge Neresine era presente fin dall’XI secolo una comunità di monaci benedettini camaldolesi seguaci di S. Romualdo, come testimoniato dagli Annales Camaldulenses, in cui si fa anche riferimento a quattro eremi sul Santi Nicolai Montis Garbi, in quel tempo il monte Ossero era chiamato con questo nome, infatti sono ancora presenti nei siti indicati i ruderi degli eremi citati, tra cui quelli di una chiesetta. 1 Al monte Garbo d’Ossero si fa riferimento anche nelle antiche cronache anconetane, quando parlano della vita del nostro San Gaudenzio, vescovo di Ossero, eremita appunto per un certo tempo in una grotta sul monte Garbo e vissuto negli ultimi anni nel convento di Portonovo del Conero d’Ancona, dove morì.
Nel dialetto locale il modo di dire tradizionale ”Garbin bardassa quel che’l trova el lassa”, per dire che dopo i rumorosissimi temporali estivi che provengono da “Garbin” ritorna rapidamente il sereno, deriva forse da questa antica denominazione. Ancora oggi, sia nel dialetto italiano che in quello slavo del paese, i venti e le perturbazioni (neviere) che provengono dalla direzione del monte o da nord-ovest vengono detti “de Garbin” o “od Garbina”.
A proposito del nome del monte che sovrasta il paese, alto 589 metri, come abbiamo visto, nei tempi più antichi si chiamava monte Garbo, poi monte Ossero, nome probabilmente ricavato dalle prime cronache venete che facevano riferimento alla città di Ossero, infine, dal 1945 Televrin, nome questo del tutto nuovo, mai riscontrato né nelle cronache del passato, né nella tradizione orale tramandata dagli antenati. 2
Il paese di Neresine, così come si è sviluppato negli ultimi cinque secoli e come ce lo ritroviamo oggi, cominciò a costituirsi tra il XV e il XVI secolo alle pendici appunto del monte Ossero,3 chiamato affettuosamente Ossuorciza nel dialetto slavo del paese, nella zona più pianeggiante e fertile dell’isola, attorno alle proprietà della ricca e nobile famiglia dei Drasa di Ossero, al centro delle quali si ergeva il “Castello”, una massiccia e fortificata costruzione adibita a residenza di campagna, costruita probabilmente da Francesco Drasa, padre del più noto Colane (diminutivo di Nicola in antico veneziano) appunto del fu Francesco. Nell’architrave di pietra della porta inferiore, oltre allo stemma dei Drasa si trova incisa la sigla FD, in altra pietra si legge l’anno 1450.
In quel tempo erano comunque già presenti poche famiglie di contadini, dediti soprattutto alla coltivazione delle olive, dei vigneti ed all’allevamento degli ovini, come testimoniano documenti contabili dei proprietari terrieri di Ossero; tali famiglie erano probabilmente i discendenti delle prime tribù slave installatesi nelle isole dopo il VII secolo. L’origine di questi abitanti potrebbe essere confermata dalla parlata slava del paese tramandata nei secoli, in cui sono presenti molte parole e forti accenti, tipici dell’antica lingua romanza parlata dai discendenti dei Liburni: i forti accenti forzati sui dittonghi con la “u”, presenti solo e soltanto nel dialetto slavo di Neresine, (struasa, comuostre, duolcic’, conual, buancic’, fasuol, fazuol, tuoric’, vruata, cimituori, cualbin, druago, duan, tovuar, Buoh, ecc.) ne sono conferma. Va anche osservato che molte di queste parole sono assai simili, se non le stesse, dell’antica lingua Dalmatica.
Le prime famiglie che si insediarono a Neresine verso il XVI secolo erano contadini slavi provenienti dall’entroterra della regione illirica, richiamati dal programma politico di quel tempo della Repubblica di Venezia, inteso ad incrementare la popolazione delle terre d’oltre Adriatico decimate dalle pestilenze, al fine anche di mantenere un minimo di popolazione nei vari territori semidisabitati, ad eccezione dei centri di Ossero e Cherso, ed aumentare quindi le varie produzioni, soprattutto agricole, anche insufficienti per il fabbisogno delle isole. L’arrivo dei nuovi immigrati fu anche favorito della fuga di molte popolazioni cristiane dalla loro terra d’origine a seguito dell’invasione turca della regione balcanica, e fu accettato dai proprietari delle terre, cioè i cittadini ed il vescovo di Ossero.
I nuovi arrivati non dovevano avere molta famigliarità col mare perché si insediarono in siti il più lontano dal mare possibile, probabilmente anche per timore di incursioni piratesche, che in quei tempi non erano tanto infrequenti; infatti le più antiche case, forse le prime costruite in paese, le troviamo nella collina di Bardo (insediamento probabilmente già presente prima di questo periodo, così come la chiesetta di S. Maria Maddalena), nelle località di Veli Dvuor, Pesc’ine, Stuagne Casteluagnevo (come definito almeno fino alla metà del XIX secolo, poi diventato Stuagne Bubgnovo o anche Dubcinna), Stuagne Rucconic’evo (Blasic’evi), Halmaz, ecc. Nel dialetto slavo del paese stuagne sta per gruppo di case.
In merito all’origine del nome di Neresine, molti autori hanno voluto cimentarsi nell’interpretazione di questo nome. Alcuni l’indicarono come derivante dallo slavo “néres”, cioè il maschio del maiale, quindi forse significante terra per il pascolo dei maiali; altri arrischiarono un meno prosaico ”Nerei sinus”, ossia “seno (insenatora) di Nereo”, intendendo il mare; altri ancora trovano il nome derivato dal latino medievale ”Neresium”, che significa “luogo incolto” (da una lista di termini tratti da antichi documenti); infine alcuni (tra cui il prof. Branko Fucich nel testo “Absirtides”) lo fanno derivare dal significato slavo antico di “Nerezi”, luogo non tagliato, terra abbandonata.
Le due ultime interpretazioni, una latina e l’altra slava, che coincidono nel significato, sembrano le più accreditabili, e confermano quel che si sa sull’origine del paese. Per la curiosità dei lettori, si può ricordare, col prof. Fucich, i nomi dei villaggi di Neresisc’e nell’isola di Brazza in Dalmazia e quello di Nerezi in Macedonia.
Agli inizi del 1500 iniziò anche la costruzione della chiesa di S. Francesco e l’annesso convento dei frati Francescani Minori Osservanti della Vicaria di Dalmazia di S. Girolamo, su terreno, prevalentemente adibito a vigneto, donato dal cittadino locale Domenico Sutcovich. La costruzione, progettata da un frate architetto, fu fatta erigere da Colane Drasa del fu Francesco di Ossero a proprie spese, come ampiamente documentato nel suo testamento, controfirmato da altri tre signori osserini e come detto anche nella pietra tombale dello stesso Colane Drasa, tuttora esistente nella chiesa davanti all’altare Maggiore. 4
La chiesa di S. Francesco, dalla sua fondazione fino alla metà del XX secolo, è stata sempre il principale punto di riferimento religioso ed anche sociale per la vita della popolazione, è stata quindi per quasi cinque secoli il fulcro attorno cui si è sviluppata la storia del paese; essa merita perciò di essere descritta un po’ più approfonditamente. Viene utilizzata per questo scopo la precisa descrizione, fatta molti anni fa da P. Vittorio Meneghin. 5
“La chiesa è di modeste dimensioni, semplice, ma non priva di una certa eleganza artistica, purtroppo in seguito deturpata da qualche infelice restauro, saprattutto dal prolungamento della parte posteriore con la costruzione del presbiterio e coro attuali, così che l’antico presbiterio appare una inestetica strozzatura. Sulla base frontale dell’altare maggiore è incisa la data MDCCX. Non è improbabile che anche il presbiterio sia stato costruito in quest’anno, o circa.
Secondo le buone tradizioni dalmato-istriane, è tutta murata, esclusa l’aggiunta posteriore, in conci regolari a vista accuratamente martellati. In origine la facciata aveva sicuramente un portico, perché sono ancora visibili i piccoli modiglioni di pietra che sorrreggevano una trave sulla quale poggiavano quelle del tetto del porticato. Probabilmente il portico venne demolito quando, a brevissima distanza dalla facciata della chiesa, si costruì il cimitero attuale, su terreno di proprietà del convento.
La facciata è molto semplice, con un’unica porta arcuata. Al centro dell’architrave, in un tondo circondato da una corona d’alloro, è scolpito lo stemma Drasa; nel timpano vi è una finestrella orbicolare. Le finestrine oblunghe della parete sinistra sono gotiche, quella superstite della parete destra è a pieno arco.
Nell’interno numerose sono le lapidi sepolcrali sparse qua e là sul pavimento, una delle quali ha un sigillo egregiamente scolpito con stemma ed iscrizione consunti; parecchie sono contrassegnate con la sigla S. F. (San Francesco). Queste erano tombe di proprietà del convento nelle quali si concedeva sepoltura a chi la richiedeva, perché da quando sorse la chiesa alcuni defunti di Neresine si seppellivano in essa.
La pila dell’acqua santa è decorata da ornati che, pur non essendo molto fini, sono ispirati alla grazia rinascimentale. Di schietto ed elegante stile lombardesco il lavabo della screstia. In questa, sugli stipiti della finestra, è scolpito lo stemma della famiglia veneziana Loredan. La pala dell’altare maggiore nella parte superiore raffigura San Francesco in atto di ricevere le stimmate, nell’inferiore San Bonaventura e San Gaudenzio, ai quali fanno riscontro San Nicolò e Santa Chiara. Questi due ultimi sono certamente stati inclusi per rendere omaggio a Colane (Nicola) e Chiara Bocchina (sua moglie). Sembra che la pala possa ritenersi quella ordinata da Colane nel suo testamento.
Sull’altare di S. Antonio, nella cappella a destra, si vede una tela scadente, ma l’immagine è molto venerata, o per lo meno era, anche dalle popolazione dei vicini villaggi. L’altare in marmo venne costruito circa nel 1660, perché in un punto di un testamento di quest’anno, viene detto nuovo.
Di fronte alla cappella di S. Antonio vi è quella della Madonna della Grazie, la cui immagine è stata malamente sovrapposta ad un quadro di Girolamo di Santa Croce, che ne dipinse parecchi per le chiese dei Minori Osservanti dall’Istria e della Dalmazia.
La bella tavoletta della Madonna (cm 55 x 40 circa) si crede sia portata a Neresine dalla Bosnia dopo la prima invasione dei turchi,6 è lavoro di un madonero del XV secolo, non insensibile all’ambiente dell’epoca in cui lavorava. La Vergine campeggia su uno sfondo dorato, a mezza figura; con la detra stringe al seno il Bambino, nella sinistra, delicatissima, tiene un fiore; un manto scende dal capo coprendo quasi tutta la persona, lasciando visibili il seno e l’avambraccio sinistro, coperti da un abito riccamente decorato. L’immagine devota è veneratissima dalla popolazione, che ne è molto gelosa.
Molto bello il campanile tutto in pietra viva lavorata. Una monofora dal lato che prospetta la strada, e otto bifore con slanciate colonnine ottagonali ne ingentilicono la canna circondata alla sommità del ballatoio e sormontata da cuspide quadrangolare. È opera di un converso francescano che lo iniziò nel 1590 e venne ultimato nel 1604 per cura di Padre Ludovico da Ossero. Evidentemente il converso architetto si ispirò ai vari bellissimi campanili romanici innalzati anteriormente in varie città della Dalmazia, particolarmente a quello del Duomo d’Arbe.
Dalla porta in linea retta della facciata della chiesa, si accede al piccolo chiostro trilatere, sorretto da pilastri. Al centro l’immancabile pozzo. L’ambiente è suggestivo, avendo qualche cosa di orientale. La loggetta sovrastante un lato del chiostrino, le piccole finestre quadrate del convento, la semplicità, la povertà decorosa dell’insieme esprimono la forma tipica dei primitivi conventi dell’Osservanza francescana.”
Il convento contiguo alla chiesa fu ultimato negli anni successivi, probabilmente attorno alla metà del XVI secolo, certamente nel 1578 era perfettamente finito, perché in quella data potè ospitare numerosi frati della Provincia Dalmata di S. Girolamo, convenuti a Neresine per la celebrazione di un capitolo. Successivamente il convento fu beneficato da vari lasciti. Con atto del 25 marzo 1535 Chiara Bocchina, moglie del Colane Drasa, donava i terreni circostanti il convento denominati Tesina, (quelli in cui c’era la vecchia grande vigna e la pineta e dove attualmente è stata installata la parte nord del campeggio) ed il bosco verso Rapoce, dove è stato costruita la parte sud dello stesso campeggio. In seguito altri membri della famiglia Drasa abitanti d’Ossero e di Neresine si dimostrarono generosi: nel 1690 il capitano Francesco Drasa lasciava ai frati “animali da pascolo n° 50 et li animali vivi da frutto posti nella mandria di Garmosal con tutte le sue raggion, habentie et pertinentie, ombrie et bonazze spettanti a detti pascoli”. Nel 1590 Cristoforo Schia di Ossero istituì un legato a favore dei religiosi. Nel 1672 Margherita Marcevich lasciava loro venticinque animali da pascolo. 7
Il campanile della chiesa fu costruito successivamente, dal 1590 al 1604, come già precedentemente detto. Non si hanno notizie delle prime campane installate nel campanile, probabilmente erano abbastanza “sgangherate” perché all’inizio del XX secolo furono ordinate tre nuove campane, quelle attuali, fatte fondere da una fonderia del Veneto, utilizzando anche il bronzo di quelle vecchie.
Non esistono documentazioni che possano stabilire con una certa precisione il periodo in cui si costituirono le prime famiglie che iniziarono il popolamento del paese, la cosa è comprensibile perché si trattava di popolazione povera, completamente analfabeta che ignorava la lingua locale, soprattutto quella scritta, che era anticamente, prima il latino, poi il veneto e negli ultimi tre secoli, fino al 1945 l’italiano. Possiamo dire che per tutto il XVI e XVII secolo la popolazione si dedicava esclusivamente ai duri lavori agricoli, principalmente a rendere fertili i terreni liberando dalle pietre le aree più coltivabili, ne sono testimonianza i numerosissimi megnizi, sparsi un po’ dappertutto (megnik nella parlata slava del paese significa mucchio di pietre, parola stranamente somigliante al termine celtico antico men hir, ossia alto mucchio di pietre), le interminabili masiere (gromace), muri a secco, che servivano anche per recintare e delimitare le varie proprietà. Risale a questo periodo probabilmente anche la costituzione dei tipici gorghi o tieghi (dal dialetto slavo tiègh), ampi campi di terreno arativo per la coltivazione del grano ed altri cereali o vigne, ricavati in mezzo ai boschi, prevalentemente nelle zone di avvallamento del terreno (dolàz), di forma tendenzialmente circolare, circondati da alte e robuste masiere per impedire le incursioni delle pecore. Tali campi sono tuttora molto numerosi, per quanto ormai incolti, nella parte meridionale dell’isola di Cherso chiamata Bora (Bura), nome derivato dal tipico vento che soffia da quella direzione rispetto al paese, la bora appunto. Col termine tesìna (probabilmente maggiorativo di tiegh), erano invece definiti i terreni pianeggianti più fertili, anch’essi adibiti alle coltivazioni. L’accesso ai tieghi e alle varie proprietà, chiamate diélnize (suddivisioni), avveniva attraverso le lese (da pronunciarsi con la esse aspra): alti cancelli di legno di ginepro (smreca), opportunamente incernierati a robusti pali che fungevano da stipiti (stòsari), dotati d’ingegnosi chiavistelli (verùse, saverùsit) dello stesso legno.
Le prime informazioni certe e documentate sul paese di Neresine sono deducibili da alcuni manoscritti in possesso dei discendenti, contenenti prevalentemente testamenti, contratti d’acquisto e permute di terreni, contabilità di gestione di campagne e acquisto di merci, risalenti all’inizio del XVII secolo, e dalle tombe del XVIII secolo di alcuni abitanti e famiglie del paese, presenti nella chiesa di S. Francesco dei frati e relativo chiostro. Per completezza di informazione vale la pena di riportare le iscrizioni delle suddette tombe, come testimonianza delle prime famiglie del paese, esse sono complessivamente sei, la più antica, situata in chiesa davanti l’altare di S. Antonio, porta l’iscrizione: “Sepoltura di Nicolò Ruconich et heredibus 1691”; in chiesa davanti l’altare della Madonna delle Grazie un’altra dice: “Sepulcrum … (nome non leggibile per consunzione della pietra) Ruconich 1700”; ancora in chiesa dal lato sinistro verso la porta principale c’è la tomba, senza data, ma con dettagliata iscrizione in latino, certamente della stessa epoca, di Domenico Sigovich “… cum successoribus suis”, dal veliero inciso sulla lapide si evince che debba essersi trattato di un proprietario oppure di capitano di nave (da altri documenti in possesso dei discendenti pare che l’anno della sua morte sia il 1757). Nel chiostro, davanti alla porta piccola al centro della chiesa, le altre tre riportano le seguenti iscrizioni: “Francesco Soccolich, Zuane e Gaudenzio fratelli anno 1753”, “Zuane Marinzulich per se e sui eredi anno 1788”, Bartolamio Ruccognich per se e sui eredi anno 1783”.
Nel chiostro, presso le succitate tombe, è murata anche una grande lapide di marmo rosso, che un tempo chiudeva un sepolcro situato nel coro, costruito da Francesco Dragosetich di Ossero, soltanto per se ed i religiosi, come dice l’iscrizione in latino.8 Molte altre sono disseminate nel pavimento della chiesa con la sola iscrizione “SF” (S. Francesco), contenenti le spoglie mortali dei primi abitanti del paese.
Il periodo in cui ha avuto inizio il forte sviluppo del paese viene anche confermato da un libro dell’archivio dello stesso Convento, utilizzato per la registrazione delle messe sempiterne per i defunti, ordinate dai fedeli ai frati, partente dalla data del 1513 fino al 1900 inoltrato.
In merito al registro delle messe, quello originale scritto in italiano è andato perduto, probabilmente distrutto … dai frati croati arrivati verso la fine del 1800, esiste tuttavia la traduzione in croato di tale registro, eseguita da un frate di Pago nell’anno 1896, come da lui stesso certificato in calce del medesimo registro, per ordine del frate guardiano Francesco Smolje.
È opportuno segnalare che studiando il registro, emergono perplessità sulla completezza dei dati della traduzione, in quanto rispetto al numero delle persone decedute in paese, per esempio, in tutto il secolo XIX, di cui si hanno dati anagrafici certi, nel registro viene menzionato non più del 10% dei defunti reali. Mancano prevalentemente i nomi di origine italiana, e conoscendo la grande religiosità e il devoto attaccamento dei Neresinotti alla chiesa di S. Francesco ed ai frati del convento, specialmente di quelli abitanti nel rione Frati, questo fatto procura qualche dubbio sulla correttezza della traduzione.
Comunque sia, i primi nomi di cittadini di Neresine registrati nel “libro delle messe” appaiono proprio all’inizio del XVIII secolo. Prima di allora i nomi sono di cittadini di Ossero, a cominciare dallo stesso Colane Drasa (1513) e della moglie Chiara Bocchina (1535), nonché di cittadini di Cherso, Lussingrande e altri non Neresinotti.
La vita del paese era regolata secondo le abitudini, usi e legislazione vigenti nella città di Ossero, che è stata parte della Repubblica di Venezia fino al maggio 1797 e sede vescovile fino al 1828. Pertanto la cura delle anime e l’amministrazione generale del paese era affidata ad un canonico di Ossero, che faceva riferimento al proprio Vescovo prima ed al Parroco poi; il canonico aveva anche funzione di pubblico ufficiale e curava la registrazione anagrafica della popolazione: nascite, matrimoni e morti.
La chiesa parrocchiale era quella di S. Maria Maddalena, qui si celebravano i battesimi, matrimoni e funerali oltre ai normali riti religiosi fino alla costruzione e inaugurazione del nuovo Duomo dedicato alla Madonna della Salute, avvenuto alla fine del XIX secolo. A proposito della chiesa di S. Maria Maddalena, questa è certamente la prima chiesa del paese, in quanto la sua più antica menzione risale al 1534, data del primo censimento di tutte la chiese esistenti nel territorio della diocesi di Ossero, in cui si descrive dettagliatamente la chiesa e da cui si deduce che è stata costruita alcuni anni prima di tale censimento, presumibilmente verso la fine del XV secolo.
Almeno fino alla fine del XVII secolo, i morti del paese erano sepolti prevalentemente ad Ossero, e questo procurava evidentemente grande disagio per la popolazione. Come già accennato, a sopperire a questo incomodo, provvidero i frati del convento, che iniziarono ad ospitare le tombe di alcune famiglie nella chiesa e annesso chiostro, dietro adeguato compenso. Successivamente cedettero anche un terreno adiacente alla chiesa per dare sepoltura ai paesani, quando nel XIX secolo la legge proibì di inumare i defunti in chiesa.
In paese sono stati sempre presenti i frati del convento Francescano, generalmente due o più sacerdoti e uno o due frati laici, che si occupavano dei fedeli prevalentemente sotto l’aspetto religioso e sociale, ma non amministrativo, avevano infatti molto da fare anche per gestire le proprietà del convento, vigne, orti, greggi e pascoli, che coltivavano in parte da soli e da cui ricavavano tutti i mezzi per il loro sostentamento. I Frati, fin dai primi inizi della gestione del convento, accoglievano nella loro comunità anche alcuni ragazzi del paese, a cui garantivano vitto e alloggio in cambio di un aiuto nello svolgimento delle attività quotidiane di chiesa e convento, alleggerendo così le povere e prolifiche famiglie, di una bocca da sfamare. Ai ragazzi veniva anche data una buona educazione, insegnando loro a leggere e scrivere, mettendo le basi dell’acculturamento e del progresso del paese. Per le famiglie di Neresine mandare un loro figlio a stare coi frati era una delle più ambite aspirazioni; infatti, molti dei ragazzi, diventati adulti, o intraprendevano la carriera eclesiastica, diventando a loro volta frati, oppure diventavano “bravari” (fattori o capimandria) ed amministratori delle proprietà del convento e successivamente anche i capi riconosciuti del paese. Già dall’inizio del XVII secolo molti dei frati residenti erano nativi di Neresine, per essere poi nel XVIII secolo in grande prevalenza neresinotti. 9
Verso l’inizio del XIX secolo, a causa della scarsità di sacerdoti nella diocesi di Ossero ed a seguito della decisione di trasferire a Veglia la sede diocesana, le autorità governative decisero di trasferire da Neresine anche i frati, ponendo fine alle attività di chiesa e convento. I cittadini di Neresine insorsero con grande calore, inviando ripetute suppliche ed istanze al Ministero del Culto di Vienna ed allo stesso Imperatore, riuscendo infine ad ottenere che i religiosi rimanessero indisturbati a Neresine. 10
I frati sono stati sempre in grande comunione con gli abitanti del paese, coi quali condividevano la dura vita, le fatiche e gli interessi reciproci. Sono stati i frati a promuovere la costruzione, nel loro porticciolo (mandracchio), del primo frantoio (torchio) per macinare le olive e produrre l’olio; da documenti dell’archivio del convento risulta che nel 1722 apparteneva a Giovanni Petris di Ossero, che pagava dei diritti ai frati; da una targa in pietra incastonata nel muro esterno, riportante l’anno 1757, si può dedurre che in quella data il torchio fu sottoposto ad una ristrutturazione, probabilmente una modernizzazione.
Le funzioni religiose erano celebrate in latino, secondo il rito della Chiesa Romana come prescritto da S. Francesco, soltanto verso la fine del XIX secolo, a seguito della politica di croatizzazione della popolazioni imposta dal Governo Centrale di Vienna ed attivamente assecondata dalla Diocesi di Veglia, che mandò frati croati in paese, nelle domeniche e feste comandate l’epistola e il vangelo erano lette in croato ed alcune preghiere in “schiavetto”, che era un miscuglio tra latino e croato, ma mai in glagolito, a parte un solo tentativo in una domenica di settembre del 1895, conclusosi con la sospensione del rito per l’abbandono della chiesa da parte dei fedeli e la successiva agressione violenta nei confronti del frate officiante.11 Nell’ultimo decennio del XIX secolo, per motivi meramente politici, anche se non apertamente confessati, venne appunto sferrata in tutta la Dalmazia una vera battaglia a favore dell’uso della lingua veteroslava nella liturgia, con l’intento di estenderne l’uso anche a quelle chiese, come quelle dei Frati Minori, nelle quali il latino era stato ininterrottamente usato fin dalle più lontane origini. A Neresine questa politica non ha dato frutti per la forte opposizione della popolazione, sfociata anche in almeno tre casi di aggressione violenta contro i nuovi frati.
Le prediche erano dette inizialmente in italiano, anche perché i frati, appartenenti alla provincia dalmata di San Girolamo, erano di scuola italoveneta e non avevano la piena padronanza dal dialetto slavo del paese, successivamente, con la frequente presenza di frati residenti nativi di Neresine, i sermoni venivano probabilmente detti anche nella parlata slava del paese.
Dall’inizio del XVII secolo lo sviluppo del paese ebbe un grande incremento, in concomitanza col forte declino di Ossero, provocato da gravi e persistenti condizioni di insalubrità (malaria), aggravato anche dall’ultima feroce razzia dei pirati Uscocchi, avvenuta nel 1606; comunque in questo periodo ebbe inizio anche il progressivo abbandono della città di Ossero da parte dei vecchi proprietari terrieri, che con le famiglie si trasferirono altrove, e cominciò contemporaneamente l’acquisizione dei terreni da parte degli abitanti di Neresine.
In quegli anni si verificò anche una nuova ondata di immigrazione in paese, “di seconda generazione”, prevalentemente uomini scapoli (“single” come si dice oggi), provenienti dall’Istria, dalla Dalmazia e dalle regioni costiere italiane, abbastanza alfabetizzati e in possesso di un significativo bagaglio professionale: mastri muratori, falegnami e carpentieri, commercianti, bottai, fabbri, lattonai, ecc.
L’inevitabile mescolamento delle due generazioni con matrimoni degli ultimi arrivati con le donne del paese, produsse la stirpe neresinotta attuale. È iniziato così anche un forte sviluppo, concretizzatosi con la costruzione di molte nuove case e una forte presa di confidenza col mare. A seguito di ciò iniziò a svilupparsi anche l’attività di costruzione delle piccole barche (caìci), indispensabili per i trasporti da e per Bora (la sponda dell’isola di Cherso di fronte al paese), i cui terreni erano ormai in gran parte in possesso dei cittadini di Neresine. Alla fine del XVII secolo la popolazione del paese si stava ormai avvicinando ai 1000 abitanti.
In questo periodo si sviluppò anche il vicino paesino di San Giacomo, distante solo un paio di chilometri, seguendo integralmente lo sviluppo di Neresine, di cui dall’inizio del XIX secolo divenne una frazione a tutti gli effetti.
Dal punto di vista urbanistico, essendo il paese sparso su un ampio territorio e non avendo vie, calli o strade convenzionalmente classificabili, ma solo sentieri che si dipanavano di casa in casa o di stuagne in stuagne, l’amministrazione di quel tempo assegnò un numero civico ad ogni casa partendo da nord verso sud; così troviamo il numero uno in vetta al colle di Halmaz (Varhalzà) ed i numero 180 all’estremo sud nella zona di Suria verso Galboca. Successivamente, a seguito del forte incremento di costruzione di nuove case, la numerazione fu assegnata in modo casuale e progressivo, in funzione della data di fabbricazione. Per facilitare l’individuazione delle varie abitazioni, il paese venne suddiviso anche in Contrade, secondo le consuetudini venete, così abbiamo la Contrada Halmaz, ovviamente comprendente tutte le case di Halmaz; la contrada Frati, comprendente tutte le case a nord della linea che parte da Rapoc’e verso ponente, includente Prantuognef e Gariniza; la contrada Pozzo, praticamente la parte centrale del paese con al centro la piazza con il pozzo (Studènaz); la contrada Castellani posta all’estremo ovest del paese alle pendici del monte (gli attuali stuagni bubgnovi, ambrosic’evi e forse anche Pesc’ine), il cui nome probabilmente derivava dai Soccolich, soprannominati Castelluagnevi, diventati ricchi proprietari terrieri, avendo essi acquisito anche le campagne dei Drasa, incluso il “Castello”; la Contrada Canal, probabilmente parte di S. Maria Maddalena, fino S. Antonio e Stantinich; Contrada Bardo, l’attuale Podgora; infine la Contrada Biscupia includente tutta la parte restante a sud del paese; Veli Dvuor (letteralmente grande cortile) ha mantenuto anche nelle carte ufficiali il nome originale. 12
Analizzando la distribuzione degli insediamenti abitativi e delle proprietà dei terreni in paese, abbiamo una configurazione abbastanza interessante; la parte più lontana dal mare, sparsa alle pendici del monte è stata la prima ad essere colonizzata, come già detto in precedenza, apparteneva alle famiglie di “prima generazione”: Soccolich, Sigovich e Zorovich (Veli Dvuor), Rucconich, Marinzulich, Zuclich (Halmaz). Le restanti parti appartenevano a quelli di “seconda generazione”, in particolare la parte lungo il mare che si estende da Lucizza, Piazza, fino a Sirtusef e più a ovest fino ad oltre lo stuagne Gaetagnevo apparteneva alle famiglie Bracco; la parte da Rapo’ce verso nord-ovest fino ai frati ai Matcovich; la zona di Prantuognev e da qui verso nord, ai Buccaran; la parte da Prantuognev-Barze verso sud ai Camalich; tutta la parte sud del paese includente Biscupia e Suria ai Lecchich, Bonich, Zorovich, Succich, Canalettich, per citare solo i ceppi famigliari più numerosi. Successivamente con il susseguirsi delle generazioni e coll’infittirsi dei matrimoni tra le varie famiglie, le proprietà si sono intensamente intrecciate, tuttavia ancora oggi è possibile ricostruire le tracce della prima suddivisione attraverso le genealogie dei discendenti.
A mano a mano che il paese cresceva e si sviluppava, aumentavano le esigenze di conoscenza e acculturamento della popolazione, tuttavia non esistevano scuole in paese, la scuola più vicina era a Lussinpiccolo, a venti chilometri di distanza, quindi in nessun caso praticabile. Il compito di insegnare a leggere e scrivere ai ragazzi venne assunto dal canonico d’Ossero che aveva le funzioni di parroco a Neresine, così molti giovani, presumibilmente quelli più intelligenti ed intraprendenti impararono a leggere, scrivere e far di conto, cosa indispensabile per gestire qualsiasi attività anche in quei lontani tempi. La lingua insegnata era l’italiano, anche perché la lingua croata era a quel tempo ancora sconosciuta, ed il dialetto slavo parlato dalla popolazione, allora ed ancor oggi, è molto diverso dal croato. Anche i frati, come già precedentemente detto, si sobbarcarono il compito di istruire alcuni giovani fin dai tempi più antichi, anche perché avevano necessità di delegare a gente del paese la gestione delle loro proprietà: campagne, animali, ecc.; infatti, i documenti ritrovati confermano che i bravari (capi mandria, fattori) dell’epoca sapevano scrivere in italiano e far di conto.
Verso la prima metà del XIX secolo, le famiglie più benestanti iniziarono a mandare i loro figli a studiare alle scuole superiori dei centri vicini più importanti: a Lussinpiccolo quelli che volevano fare i Capitani di Lungo Corso, a Pisino o Rovigno gli agrari, a Zara o Fiume per gli studi umanistici ed a Padova e poi a Graz per gli studi universitari. Le femmine furono mandate a studiare e imparare le buone maniere dalle suore (Muneghe) di Cherso.
Dopo la caduta di Venezia per opera della Francia rivoluzionaria e di Napoleone ed a seguito del trattato di Campoformio del 1797, l’Istria, la Dalmazia e le isole del Quarnero furono assegnate all’Austria; Napoleone infatti barattò questi territori, assieme con la stessa Venezia, cedendoli in cambio dei terrirori del Belgio, confinanti con la Francia. Successivamente, dopo la battaglia di Austerliz del 1805, tutti i possedimenti austriaci sulla sponda orientale dell’Adriatico, passarono sotto il neocostituito Napoleonico Regno D’Italia. In questo periodo fu costruita dai francesi l’attuale strada che da Lussinpiccolo porta a Cherso. Infine nel 1815, a seguito del Congresso di Vienna, le isole del Quarnero, come tutta l’Istria e la Dalmazia, passarono sotto il dominio Austriaco, tuttavia inizialmente poco mutò rispetto alla precedente amministrazione veneziana, rimasero le stesse leggi, abitudini, lingua, scrittura, ecc. La lingua amministrativa e comunque la lingua ufficiale rimase l’italiano, come in tutto il territorio dell’Istria, Trieste e Fiume comprese, e della Dalmazia.
A questo proposito può valer la pena segnalare alcuni dati storico-statistici riguardanti questo periodo, raccolti negli archivi di Stato delle Province Venete, dai quali risulta che, tra il 1796 ed il 1814, nella Milizia Cisalpina-Italiana dell’allora napoleonico Regno d’Italia, e particolarmente nella composizione dei corpi armati delle Provincie Venete posizionati sulla riva destra del Mincio, tra cui figurava anche un Reggimento di Fanteria Dalmata, si trovano registrati, tra ufficiali e sottufficiali i seguenti cognomi (per brevità vengono omessi i nomi propri): Lupi, Lecchi, Sigovich, Tomich, Catturich, Mattiassi, Boni, Bracco, Bussani, Cavedoni, Zanetti, German, Santolin, Niccolich, Milossevich, Zanelli, Zuliani, Zucchi, ed altri abbastanza diffusi nella nostra regione.
Dalla fine del XVIII secolo Neresine divenne il paese più importante e produttivo della parte nord dell’isola di Lussino, tutti i centri minori delle due isole quali S. Giacomo, Puntacroce (che divennero poi frazioni di Neresine), Belei, Ustrine, la stessa Ossero, ecc, incluse le isole di Unie e Sansego, facevano riferimento a Neresine per l’acquisto di prodotti di falegnameria (mobili), ferramenta, stoffe, vestiario, la costruzione di carri, botti, piccole barche, scarpe, secchi, grondaie, attrezzi agricoli, sementi, ecc. L’artigianato divenne fiorente e portò ad un notevole miglioramento del tenore di vita della popolazione.
In questo periodo anche la coltivazione delle olive subisce un forte incremento per la sempre maggiore richiesta di olio, furono costruiti altri due frantoi, uno a Magaseni in riva al porto dai Zorovich (Sule), ed uno in Biscupia. Da un censimento agricolo del 1828, risulta che nel territorio di Neresine esistevano 9.398 alberi di ulivo.
Dall’inizio del XIX secolo lo sviluppo di Neresine segue abbastanza sincronicamente quello di Lussinpiccolo, diventato il più grande e ricco centro dell’isola, grazie alle attività cantieristiche e marinare di quella popolazione; infatti, in questo periodo cominciò anche il grande sviluppo della marineria lussignana, con la costruzione di una notevole flotta di velieri di grande e piccolo cabotaggio e la fondazione dei cantieri navali (squeri), ciò stimolò l’arrivo a Lussinpiccolo di nuove popolazioni: carpentieri e calafati dalla sponda italiana dell’Adriatico, capitani e marinai dalla Dalmazia. Anche alcuni Neresinotti andarono a lavorare a Lussino come marinai e negli squeri, dove impararono il mestiere e misero le basi per il futuro sviluppo marinaro del paese.
Verso la metà del XIX secolo nella sola Lussinpiccolo erano attivi ben sei squeri e la costruzione navale procedeva col ritmo di venti navi all’anno, alcune di portata superiore alle mille tonnellate.
Lussinpiccolo divenne il capoluogo politico ed amministrativo di tutte le isole del Quarnero, ossia Lussino, Cherso, Sansego, Unie, San Piero dei Nembi, Premuda, Ulbo, Selve, ecc. A Lussinpiccolo trovarono sede il tribunale, il catasto dei terreni, la direzione marittima e tutti gli altri istituti amministrativi. All’inizio del XIX secolo fu aperta anche la scuola nautica per la preparazione dei Capitani di lungo Corso, inizialmente come scuola privata, fondata e gestita dai due fratelli preti lussignani, Don Giovanni e StefanoVidulich, successivamente divenne scuola pubblica, una delle prime dell’Impero Austroungarico. Di Lussinpiccolo e Lussingrande esiste comunque un’ampia documentazione storiografica, per cui si rimanda a questa per eventuali approfondimenti.
Tornando al paese di Neresine, dobbiamo dire che il forte sviluppo portò un consistente benessere soltanto ad una parte della popolazione, ossia a quelli che per primi avevano imparato a leggere e scrivere, che divennero così gli amministratori e gestori delle attività del paese; alcuni di questi divennero grandi proprietari terrieri, altri si dedicarono al commercio, all’artigianato e in generale alle attività produttive più remunerative, mentre la restante parte della popolazione continuò la dura vita del bracciantato agricolo scarsamente remunerato. Se poi consideriamo che l’acqua potabile poteva essere fornita solo dalla raccolta di acqua piovana nelle cisterne, di cui tutte le case erano dotate, che nei periodi estivi la siccità durava anche molti mesi e che le famiglie numerose (con più di otto -dieci figli) erano la grande maggioranza, si capisce che le condizioni di vita non dovevano essere per tutti molto agevoli. Dai dati anagrafici di questo periodo risulta che la mortalità infantile era enorme, oltre il 40% dei decessi riguardava bambini al di sotto dei 10 anni, e le donne morte per parto erano numerose. Nell’anno 1840 morirono 67 persone, di cui 41 nel solo mese di agosto, per una non meglio precisata epidemia gastrica contagiosa (probabilmente il colera).
Nella seconda metà del XIX secolo le condizioni sanitarie della maggioranza della popolazione rimanevano comunque abbastanza precarie, sia per la dura vita dei lavoratori agricoli, costretti a ricavare il sostentamento per le famiglie dalle aride pietraie dell’isola, sia per le poco salubri condizioni ambientali di alcune aree di Bora, cioè la zona della parte meridionale dell’isola di Cherso dove molte famiglie di Neresine risiedevano gran parte dell’anno, nelle piccole case di campagna, per dedicarsi con maggiore assiduità ed efficienza all’allevamento delle pecore ed ai lavori agricoli. Queste aree, con epicentro Puntacroce, furono ufficialmente dichiarate dalle autorità sanitarie locali, zone malariche.
Verso la fine del secolo il governo austriaco proibì addirittura l’allevamento delle capre, considerando questi animali nocivi per lo sviluppo della vegetazione dell’isola. Questo insensato provvedimento fece mancare alla popolazione uno dei principali e più energetici alimenti: il buon latte di capra, con cui fino ad allora erano nutriti soprattutto i bambini. Il risultato fu una grande incidenza di rachitismo infantile, diventato quasi endemico. Tra i vari documenti ritrovati nelle soffitte dei discendenti c’è un interessante certificato del medico distrettuale, che, accertate le precarie condizioni di malnutrizione di un’intera famiglia, con bambini affetti da rachitismo, in deroga alle vigenti disposizioni legislative, autorizzava la famiglia al mantenimento di una capra, per prioritari motivi sanitari.
In paese a quel tempo non esistevano infrastrutture pubbliche che potessero contribuire allo sviluppo, si fa riferimento a scuole, strutture sanitarie, banche, uffici comunali, ecc.; a questa mancanza sopperirono in parte alcuni cittadini dotati di una buona istruzione scolastica e di buoni mezzi finanziari, in primo luogo vanno citati Domenico Zorovich, padre e figlio, soprannominati Sule, commercianti di ricca e antica famiglia, che si dedicarono, oltrecché ai loro commerci, a fornire il finanziamento alle attività imprenditoriali del paese, in sostanza fornivano prestiti a coloro che volevano fare investimenti produttivi. Contrariamente a quanto si continua ad insinuare, senza il minimo fondamento documentale, i Sule prestavano i loro soldi a interessi equi, in linea con le condizioni del mercato di allora, come risulta da numerosi manoscritti contabili trovati nelle soffitte delle case dei discendenti (non per niente si continua tutt’oggi a dire che “l’Austria era un paese ordinato”); ciò non toglie che con questa attività fecero i loro lauti guadagni, più con lo spirito del banchiere che con quello del benefattore. 13
Dapprima essi fornirono finanziamenti ai commercianti del paese per l’acquisto delle merci, numerosi documenti contabili analizzati dettagliano elenchi di partite di mercanzia come: 20 brazze de tela canavina, 6 rodoli de fogli de corame, 10 pacchi de fazzoletti, 20 berrette, 10 rodoli de corda de ½ oncia, 5 quarte de semenze, ecc. Alla fine di ogni partita il conto veniva pagato al fornitore in contanti. Il debito con Domenico Zorovich veniva dettagliato e a volte parzialmente scontato, con per esempio: due carri de legni, o 4 giornate de sumìso (da sumisàr = trasporto di merci a dorso d’asino), due giornate de trebìt de dona (testuale! Trebìt = togliere le pietre dai campi e prati per liberare il terreno per la coltivazione), ecc., più il contante da restituire a tempo debito. Successivamente i finanziamenti divennero più consistenti, prevalentemente per l’acquisto di nuove campagne, per la costruzione della casa, ecc. A questo proposito mi piace ricordare i comandamenti della nonna che ossessivamente ripeteva: “sparagno primo guadagno, bisogna far debito col Sule per comprar una nova diélniza (pezzo di terreno), e appena pagado il debito, subito far altro”; la nonna, per quanto analfabeta, fu la prima in paese a mettere il motore diesel sul veliero di famiglia. 14
Il Sule è stato anche quello che ha aperto la strada al paese verso l’armamento navale; a un uomo esperto quale lui era, non poteva passare inosservato l’enorme sviluppo economico che in quel tempo stava attraversando Lussinpiccolo, dovuto alla grande espansione dell’armamento navale e alla diffusione dell’industria cantieristica. Egli infatti, dopo aver studiato l’organizzazione navale di quella popolazione, decise di buttarsi anche lui nell’affare ed entrò come socio al 50% nell’armamento di una nave di lussignani. Visto il buon andamento economico di questa attività, comperò in proprio, verso il 1845, la prima nave di Neresine, il “Neresinotto”, facendola navigare con equipaggio formato da marinai del paese; subito dopo ne comperò un’altra, denominata “Lauro” e poi un’altra ancora denominata “Elice”, (fatti citati anche nella “Storia documentata dei Lussini” del lussignano dott. Matteo Niccolich); ma la sua vocazione era piuttosto quella del banchiere che non quella dell’armatore, quindi convinse il capitano di una delle sue navi, tale Camalich, anche suo miglior amico, a mettersi in proprio cedendogli la nave, naturalmente provvedendo lui stesso a prestargli i soldi per l’acquisto. L’armamento del paese dava buoni frutti, conseguentemente anche altri cominciarono a puntare l’attenzione verso la nuova attività: in pochi anni Neresine si era dotata di una sua significativa flotta di velieri, mentre il Sule continuava a prosperare concedendo crediti ai nuovi potenziali armatori.
L’armamento navale di Neresine era caratterizzato dalla compartecipazione di più famiglie nella proprietà di una stessa nave: ogni nave era divisa in 24 parti chiamate carati, quindi molti cittadini divennero caratisti, ricavando da questa attività la maggior fonte di guadagno per il sostentamento delle famiglie.
Nell’armamento navale si distinsero con maggiore successo, fin dalla seconda metà del XIX secolo, le varie famiglie Camalich (Costantignevi, Eujeniovi, Antuoniovi, Andreovi e Juric’evi), Matcovich (Zizzeric’evi, De Dolaz e Marchic’evi), Rucconich, Ghersan, Lecchich, nonché le famiglie di San Giacomo Sattalich, Zorich e Nesi, per citare soltanto quelle più significative.
L’elenco delle navi di Neresine, nei vari periodi della storia della sua marineria, è dettagliato nell’allegato “B”.
L’attività navale trasformò in pochi anni la maggior parte degli abitanti del paese da contadini in provetti marinai, quindi essi si dedicarono prevalentemente alla vita del mare, pur conservando le poche proprietà terriere e le poche pecore occorrenti per le necessità famigliari, di cui si occuparono le donne e gli uomini tra un imbarco e l’altro. Soltanto le famiglie dei grandi proprietari terrieri continuarono e incrementarono l’attività agricola e l’allevamento del bestiame, e tra queste vanno segnalate: i Soccolich-Casteluagnevi, i Bracco-Gaetagnevi, i Maurovich de Cluarich, i Bracco-Pussic’i, i Zorovich-Menisic’evi, i Soccolich-Rocchic’evi, e poche altre.
L’attività marittima indusse gli uomini a navigare su e giù per l’Adriatico e per l’intero Mediterraneo, visitando posti nuovi e conoscendo nuove popolazioni, apportando un arricchimento di esperienze e conoscenze per tutto il paese. 15
Questa professione tuttavia, ha costretto gli uomini a stare molto tempo lontano da casa, quindi quando le navi passavano in prossimità delle natie isole, veniva colto ogni pretesto per fare “una capatina” in paese. L’anelito del ritorno veniva sentito con maggiore intensità nei giorni delle principali festività tradizionali: Natale, Pasqua, carnevale, Agosto (la fiera annuale), Madonna della Salute, ecc. In quei giorni il porto era pieno di “barche”, ce n’erano anche in Sonte, in Vier, a San Giacomo e perfino in Caldonta. Tutti cercavano di rientrare per stare in famiglia, soprattutto i giovani, per non perdere il contatto con le ragazze e non mancare al ballo che si teneva la sera di questi giorni festivi.
Vale la pena di raccontare l’aneddoto della goletta Milan del “paron de barca” Zuclich: era un ben attrezzato veliero, noto per la sua buona “tenuta di mare” e la sua velocità; alla vigilia delle feste di Natale si trovava nel porto di Fiume, e l’equipaggio, dopo aver ultimato le operazioni di scarico delle merci si preparava a partire per far ritorno al paese, purtroppo quel giorno si scatenò un fortunale di bora, quindi sarebbe stato troppo pericoloso mettersi in mezzo al Quarnero con quel tempo, d’altra parte passare le feste a Fiume sarebbe stato altrettanto triste. Il “paron de barca” chiamò quindi l’equipaggio, composto da tre giovani marinai e disse loro: “Chissà quanto dura sta bora, magari de sta stagion la se bona de durar anche 4 – 5 giorni, mi passar Nadal fora de casa proprio non posso, scolté, mi ciogo el vapor e vado a casa, voi poi quando bonazza venì sò con la barca, ma me racomando…”. I ragazzi accompagnarono il capitano al piroscafo di linea portandogli la valisa, poi al ritorno a bordo cominciano a pensare alle feste, alla ragazza, al paese, e a questo punto decidono: “che bora o no bora che lori i và, che no se pol star soli a Fiume con ste feste”. In conclusione il “paron de barca”, mentre il piroscafo navigava sotto costa, all’altezza di Lubenizze, vede il Milan a vele spiegate che raggiunge e sorpassa il “vapor”, e se ne va in un mare di schiuma verso Ossero. I ragazzi, ormeggiata la barca in Vier vanno a prelevare il “paron de barca” allo sbarco dal “vapor” e insieme se ne tornano a casa felici e contenti, il “paron” un po’ meno felice dei sui marinai, perché ancora sotto l’impatto emotivo provocato dal recente pericolo scampato dalla sua barca.
In pochi anni la perizia professionale dei marinai di Neresine divenne proverbiale. In tanti anni di navigazione, prima a vela e poi a motore, non si è mai verificato un naufragio o un’avaria di grande rilevanza, anche se la competizione individuale, precipua dei Neresinotti, induceva spesso i capitani (quasi sempre anche paroni de barca), ad ardite sfide col mare per “arrivare prima” dei concorrenti.
A questo proposito vale la pena di ricordare l’impresa del “Mariza”, veliero del paron de barca Valentino Bracco (lo stesso che vedremo più avanti portare in salvo una cannoniera austriaca durante la prima guerra mondiale). Partendo un po’ azzardatamente da Zrqveniza sotto previsione di fortunal de bora, fu sorpreso dal fortunale in pieno Canal di Morlacca; non potendo rifugiarsi a Segna per il forte vento, che nasce proprio da quel posto e avendo le “mure a destra” (le vele rande dal lato della fiancata di destra), sotto Segna fa una virata all’orza di 360 gradi per passare le mura a sinistra, con una manovra di poggia la banda (strambata) avrebbe probabilmente rotto l’alberatura, e decide, non avendo altra scelta, di buttarsi nelle strettissime e temutissime bocche, chiamate le porte di Segna, tra l’isola di Veglia e l’isolotto di Prvic, riuscendo a manovrare egregiamente il veliero, pur essendo mutilato di un braccio, e passare indenne nel Quarnerolo; manovra questa considerata impossibile a chiunque con fortunal de bora; il posto, infatti, era chiamato il cimitero delle navi per i numerosissimi naufragi accaduti in passato in circostanze simili.
Per quanto non si siano registrati naufragi veri e propri, accaddero purtroppo alcune disgrazie del mare, tra queste viene segnalata, perché ben documentata dalle “carte” in possesso dei discendenti, quella accaduta a bordo del pielego “Adriatico”. Il 12 gennaio 1883 il veliero, in navigazione verso Traù, fu sorpreso da un fortunale; al comando si trovava il proprietario, Giovanni Vescovich di Neresine che, per un colpo di vento fu gettato in mare colpito dal boma della vela, a nulla valsero gli sforzi degli altri marinai per cercare di recuperarlo nella tempesta. I poveri marinai neresinotti, raggiunto a fatica il porto di Traù, fecero denuncia al Capitano di Porto, che stilò la documentazione del sinistro e l’inventario del veliero in italiano, ora in possesso dei discendenti. La vedova, con tre figli piccoli a carico, inviò una supplica a Vienna per ottenere una pensione, che le fu concessa, consentendole con questa e col provento della vendita del veliero, di sopravvivere ed allevare i figli.
La nuova attività marinara del paese diede un forte impulso a tutta l’economia locale, si iniziò così il taglio dei boschi per produrre legname, che grazie ai nuovi mezzi di trasporto, trovò ampio mercato nella sponda italiana dell’Adriatico (Venezia, Chioggia, poi anche i porti romagnoli) e verso la Dalmazia.
Il taglio di boschi consentì anche il reperimento di nuovi pascoli (nòvine) per l’allevamento ovino, con un conseguente notevole incremento della produzione di formaggio, lana e carne. Alcune famiglie, da sole, arrivarono a possedere oltre 2000 pecore e a produrre fino a 150 kg di formaggio la settimana, che veniva tutto esportato, assieme alla lana, nei vicini centri, come Basca nell’isola di Veglia, Lussinpiccolo, Zara, e la stessa Venezia, come documentato dai libri contabili ritrovati.
I commerci erano diventati così fiorenti, che una volta la settimana il piccolo piroscafo di linea “Francopan”, faceva scalo a Neresine per imbarcare le molte merci in uscita e sbarcare quelle in arrivo.
Già verso l’inizio XIX secolo, in concomitanza con la crescente domanda di formaggio e legname, sorse la necessità di sfruttare maggiormente i terreni di Bora ampliando i pascoli e pulendo i boschi (garije), perciò, data la grande distanza di queste campagne dal paese, nacque l’esigenza di costruire delle case di campagna in cui risiedere durante la stagione di maggiore attività lavorativa, senza quindi dover andare su e giù dal paese tutti i giorni. Sono nati così in mezzo ai boschi vari nuovi stuagni (singolare stuan o stuagne) o stanze (anche stanzie), anche molto distanti gli uni dagli altri, raggiungibili solo attraverso stretti sentieri.16 Tra i più importanti possiamo citare: Verin, Lose, Matalda, Garmosai, Dracovaz, Gracisc’e, Parhavaz, Murtovnik. Alcuni di questi erano costituiti da quattro o cinque case. La stessa Puntacroce si è formata partendo da vari stuagni costruiti per questo scopo, e di fatto questo paese è stato sempre considerato come parte integrante di Neresine, sia per lingua, cultura e tradizioni.
Lo sviluppo della marineria fu assecondato dal governo austriaco, stimolato anche dall’attivismo politico lussignano. Furono infatti costruite in quel periodo varie ed importanti strutture portuali, quali il porto di Neresine, il porto di Rovensca a Lussingrande, i “Garofulini” (massicce strutture cubiche in pietra, portanti al centro una robusta bitta, per consentire l’ormeggio delle navi nei porti naturali delle isole in caso di condizioni atmosferiche avverse) in Vier, Caldonta, San Giacomo, Ustrine, San Martin di Cherso (attuale Martinsciza), ed in altri rifugi strategici naturali delle isole. Nel porto di Neresine fu fondato anche uno squero per la costruzione dei grandi velieri, da cui fu varata un’unica grande nave, la “Maria Salute” dell’armatore Eugenio Camalich (Euieniovi); poi lo squero fu chiuso, probabilmente per motivi di non convenienza economica, data la grande efficienza e vicinanza di quelli di Lussinpiccolo.
A seguito dello sviluppo dell’attività marinara, gran parte degli uomini del paese, ormai diventati marinai provetti, si imbarcarono sulle nuove navi, molti perché cointeressati come caratisti ed altri perché le paghe di bordo erano più remunerative; quindi per le attività di campagna cominciò a scarseggiare la manodopera, così i proprietari terrieri ricorsero a manodopera dei paesi vicini come Belei, Plat, Srem, Orlez, dalle isole di Veglia, Arbe, Pago, ecc.; arrivarono anche lavoratori da Castua (Castuavzi), da Gorizia (Gorinzi) e dal Friuli e Carnia (i gromaciari); questo fatto portò al rafforzamento di varie comunità come Puntacroce ed altre.
Verso la fine del XIX secolo cominciarono ad affermarsi le nuove navi in ferro, dotate di macchine di propulsione a vapore, e molti marinai di Neresine trovarono imbarco sui grandi piroscafi di linea delle compagnie di navigazione Lloyd Austriaco ed Austro-Americana di Trieste, così ebbero modo di conoscere ulteriormente il mondo e scoprire che in America c’era una grande richiesta di manodopera, molto ben retribuita; molti marinai quindi decisero di disertare dalle navi e fermarsi a lavorare a New York. Molti rimanevano in America due o tre anni, accumulavano un bel gruzzolo e poi tornavano al paese, per costruirsi la nuova casa, aprire un negozio, comperare la “barca”, comperare campagna, ecc. Gran parte dei capi famiglia fecero quest’esperienza, anzi era diventata consuetudine andare in America per pagare in due o tre anni i debiti fatti col Sule. Alcuni giovani non ancora sposati, rimasero lì definitivamente, altri richiamarono la famiglia ed altri continuarono ad andare e ritornare, finché le leggi americane sull’immigrazione non si fecero più restrittive. A New York si formò così una piccola comunità di Neresinotti, basata sulla solidarietà reciproca e sul nostalgico ricordo del paese; fu anche fondata nel 1898 una società di mutuo soccorso, chiamata nel gergo american-neresinotto “Susaida” (storpiatura del vocabolo inglese Society), che forniva aiuto economico in caso di malattia o mancanza di lavoro ai compaesani in difficoltà. Tale società esiste tuttora con le sole funzioni di club associativo di Neresinotti e di celebrazione della festa della patrona del paese, la Madonna della Salute, con messa solenne e “party” serale con ballo.
Verso la metà del XIX secolo il paese aveva ormai raggiunto i 1000 abitanti,17 manifestando nuove esigenze sociali, fu quindi istituito il comune unico di Ossero-Neresine, includente San Giacomo e Puntacroce, con notevole autonomia di Neresine, considerando che la grande maggioranza della popolazione risiedeva nel suo territorio. Il primo sindaco (podestà) che prese fortemente a cuore gli interessi del paese, fu tale Giovanni Bracco a cui va il merito di aver promosso la costruzione della sede del municipio (la Comun), la scuola elementare, la costruzione del Duomo, l’ufficio postale (affidato al figlio Marco), in paese fu anche aperto un ufficio doganale (la finanza) e arrivò anche il “gendarme” (poliziotto) (in dialetto neresinotto antico: andarme o anduarm).
Poiché l’istituzione della scuola pubblica fu un fatto molto importante per Neresine, ed anche l’elemento più determinante per il forte sviluppo del paese, vale la pena di raccontare più estesamente questa parte della nostra storia.
La scuola elementare pubblica fu istituita nel 1842, col nome di “I. R. Scuola Elementare Minore Italiana”, insediata nel nuovo edificio fatto costruire dal Comune per lo scopo, con obbligo di frequenza per tutti i ragazzi del paese dai 6 ai 14 anni. Nel 1850 la scuola assunse il nome di ”I. R. Scuola Triviale”. Nel 1858 cambiò (grazie a Dio) ancora nome in “I. R. Scuola Elementare di Modello” ed infine nel 1868 assunse il nome definitivo di “Scuola Popolare”. L’obbligo alla frequenza era rigidamente fatto osservare dalle autorità governative, che emanavano dure sanzioni ai genitori dei ragazzi inadempienti, con multe pecuniarie per i benestanti e obbligo di lavoro gratuito per alcune giornate a favore del Comune, per i meno abbienti.
Dopo l’emanazione, nel 1848, della Costituzione da parte del Governo Centrale di Vienna, e la conseguente “democratizzazione”, vennero abolite alcune leggi con contenuto eccessivamente autoritario. Purtroppo nella diocesi di Veglia, qualcuno che aveva particolari interessi, forse anche di natura politica, sparse “ad arte” la voce che le donne non avevano più l’obbligo tassativo di frequentare la scuola pubblica, quindi a Neresine la scuola fu disertata da tante ragazze, che furono tenute a casa dalle famiglie meno acculturate, perché più utili per i lavori domestici e per quelli di campagna.
La scuola italiana ha sempre avuto, fin dalle origini, insegnanti laici, e dopo una prima dipendenza dalla Luogotenenza di Trieste, passò, fino al 1869, sotto le dipendenze di (in ordine gerarchico): a) “Reverendissimo Concistoro Vescovile di Veglia”. b) “I. R. Capitanato Circolare di Pisino”. c) “I. R. Ispezione Distrettuale di Cherso”.
Tutti i documenti relativi alle attività scolastiche erano inviati alle autorità competenti, redatte in lingua italiana, questo fatto non giungeva gradito al Concistoro Vescovile di Veglia, che in concomitanza del rafforzamento della politica di slavizzazione intrapresa dal governo centrale di Vienna ed in accordo col I. R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione, il 25 luglio 1846 emanava il Decreto n° 1044/411, con cui intimava al maestro di Neresine di sostituire nell’insegnamento la lingua italiana con quella croata, aggiungendo che, qualora i cittadini desiderassero che la lingua italiana continuasse ad essere insegnata ai loro figli, avrebbero dovuto mandare “adeguata implorazione” al “Reverendissimo Concistoro Vescovile”. I Neresinotti, dopo agitate riunioni in Comune, inviarono un ben motivato memoriale, dimostrando la necessità della conoscenza della lingua italiana per gli abitanti del paese, in quanto fortemente impegnati nel crescente sviluppo dell’armamento navale, che utilizzava esclusivamente questa lingua. Il Concistoro, in data 3 ottobre 1846, a seguito anche delle relazioni inviate dalle autorità politiche locali, che paventavano gravi problemi di ordine pubblico in paese, emanarono il Decreto n° 1444/605, che diceva: “ Visto il rapporto del primo corrente, n° 399, il cui allegato si ritorna, si dispone che nella scuola filiale di Neresine sia impartita l’istruzione in lingua croata ed italiana, quale lingua secondaria”.18
Nonostante il Decreto a Neresine si continuò l’insegnamento della sola lingua italiana, anche perché il maestro, oltre ad essere fortemente sostenuto dalla popolazione, non conosceva il croato. Il Concistoro, con Decreto del 23 gennaio 1847, lamentava che nella scuola si continuasse l’insegnamento della sola lingua italiana, ribadendo l’ingiunzione di introdurre la lingua croata, ma nulla avvenne, tant’è che con successivi Decreti del 19 novembre 1849 e 30 aprile 1851 ribadì le precedenti ingiunzioni. Naturalmente le ingiunzioni del Concistoro restarono lettera morta. Infine, visto lo scarso successo fin qui ottenuto con gli imperiosi comandi, nel 1858 si venne a più miti consigli, ordinando alla scuola di Neresine, che accanto alla lingua croata, si insegnasse di pari passo anche quella italiana, come seconda lingua del paese. A seguito di ciò vennero istituite due sezioni distinte, quella italiana e quella croata. L’insegnamento della religione, per quattro ore la settimana, veniva impartito dal sacerdote canonico nella sola lingua croata in entrambe le sezioni, anche se l’insegnante conosceva bene l’italiano. È abbastanza comica una relazione dell’ispettore di Cherso del 1864, (sollecitato dall’insegnante di religione), in cui redarguisce aspramente il maestro di Neresine, per gli infiniti errori linguistici e grammaticali da lui commessi nel tentare di insegnare il croato (che lui evidentemente conosceva assai poco) ai ragazzi.
A seguito della nuova legge scolastica del 1868, il Concistoro Vescovile di Veglia cessò di avere diretta ingerenza nelle scuole dell’isola. Il 9 dicembre 1869 si costituì a Lussino il Consiglio Scolastico Distrettuale delle isole del Quarnero, a norma di una legge Provinciale del febbraio dello stesso anno.
Nel 1888 fu mandato a Neresine un secondo insegnante, la maestra Maria Dibarbora, a cui venne affidata la sezione italiana. Il Consiglio locale, con atto n° 69 dell’8 ottobre, riferiva al Consiglio Scolastico Distrettuale di Lussino, che quell’anno gli iscritti, dai 6 ai 12 anni, erano 161, di cui 3 nella sezione croata e 158 in quella italiana. Nel 1890 la sezione italiana aveva 164 alunni e quella croata 19. Infine, nel 1895, dopo tante lotte e battaglie politiche, si venne alla divisione della Scuola Popolare di Neresine, formando due scuole separate, una italiana con due insegnanti ed una croata con un nuovo insegnante, Franco Cattarinich di Basca (Veglia). La scuola croata fu insediata in una casa lungo il porto, adattata per lo scopo, mentre quella italiana rimase nella sua sede originale. 19
L’insegnamento della religione continuò per alcuni anni ad essere comunque impartito in lingua croata anche nella scuola italiana, perché il frate insegnante, malgrado specifiche direttive dell’I. R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione, si rifiutava di usare l’italiano nelle sue lezioni, finché, proprio per questo motivo, la Direzione Didattica lo espulse dalla scuola.
Il primo aprile 1904 la “Lega Nazionale” apri la scuola elementare anche a S. Giacomo.
In pochi anni di fatto il paese divenne bilingue e specialmente le giovani generazioni incominciarono a parlare indifferentemente, sia il dialetto italiano che quello slavo.
Fu anche istituito dalla “Lega Nazionale” l’asilo comunale, nei locali a pianterreno dello stesso edificio della Comun, per i bambini da tre a sei anni. Come non ricordare a questo punto la cara vecchia maestra Maria (Zuclich), educatrice dei bambini del paese dalla fondazione dell’asilo fino alla sua chiusura nel 1945.
Tornando al XIX secolo, a mano a mano che l’alfabetizzazione della popolazione cresceva, aumentava anche il benessere, almeno per quelle famiglie che per prime si erano dotate di strumenti culturali adeguati, sorse quindi l’esigenza di costruire nuove case, più adatte alle nuove necessità. Questo fatto provocò la corsa verso l’accaparramento delle aree più vicine al mare, soprattutto quelle attorno a quella che divenne la piazza principale del paese, al cento della quale fu trovata un ricca falda d’acqua dolce, che con la costruzione di un pozzo, garantì la disponibilità di fresca acqua potabile per la popolazione per tutto il corso dell’anno. La piazza, con al centro il pozzo, circondato da un robusto muro circolare di protezione, ed abbelita da un grandi alberi di pocriva (bagaloro), di cui uno grandissimo che divenne anche il simbolo del paese, divenne il centro della vita sociale del paese ed assunse il nome di studènaz, ossia posto fresco o frescura. Un’altra falda acquifera fu trovata in Biscupia (vrucìch = sorgente) e costruito un altro pozzo.
In breve tempo le famiglie più benestanti abbandonarono le case d’origine, generalmente site alle pendici del monte, per costruire quelle nuove e più grandi nel nuovo centro del paese.
I primi a muovessi, verso la prima metà del XVIII secolo, furono gli Zorovich (Sùievi), che abbandonarono la casa d’origine in Veli Dvuor, per costruire quella nuova e più “moderna” nel lato nord-est della Piazza, seguiti subito dopo dai Sigovich, anch’essi provenienti da Veli Dvuor, che si insediarono in tutta la zona ovest (lato a monte) della piazza stessa, poi i Soccolich (Casteluagnevi) nel lato sud, e così via gli altri.
In questo slancio verso il progresso economico-sociale si inserisce, nel 1878, la costruzione, nel punto più prestigioso della piazza del paese, del nuovo Duomo, dedicato, per affinità e consuetudine di approdo dei velieri di Neresine a Venezia, alla Madonna della Salute. Le cronache del tempo ci raccontano che la grande pala dell’altare maggiore fu donata dall’allora Patriarca di Venezia Trevisanato, trasportata a Neresine in pompa magna dal veliero “Neresinotto” di Domenico Zorovich, entrato trionfalmente in porto, scortato dagli altri due velieri “Lauro” ed “Elice”, dello stesso armatore, impavesati a festa, tra il tripudio della popolazione festante. 20
Verso l’inizio del XX secolo fu costruito anche il nuovo cimitero, sul terreno del vecchio cimitero dei frati, non senza grandi contrasti di ordine politico-nazionalistico coi frati stessi, sulla lingua da usare nelle cerimonie funebri. Testimonianza di tali contrasti è la tomba di famiglia di Domenico Zorovich (Sule), posta all’esterno del cimitero stesso, che dalla prima introduzione della lingua croata in alcune preghiere da parte dei frati, non mise più piede in chiesa. 21
L’inizio del XX secolo trova il paese in grande sviluppo; la corsa verso il progresso economico e sociale si concretizza con la costruzione di molte nuove case, l’allargamento e ammodernamento di quelle vecchie, ma soprattutto con la grande espansione dell’armamento navale. Allo scoppio della prima guerra mondiale il naviglio di Neresine aveva ormai superato le 30 unità.
La parentesi della prima guerra mondiale purtroppo portò ad una crisi generale e molta miseria, molti giovani del paese furono mandati a combattere, prevalentemente sul fronte russo, alcuni purtroppo non tornarono più.22
Finita la guerra, col passaggio delle isole del Quarnero assieme all’Istria e Fiume all’Italia, lo spirito imprenditoriale dei Neresinotti si risvegliò più vigoroso di prima, si ebbe quindi un forte incremento dell’armamento navale e dei commerci con l’Italia, le navi vennero dotate di propulsione a motore e iniziò così una nuova fase espansiva. Alcuni armatori aprirono sedi a Venezia, Fiume e Spalato. Il cittadino di Neresine Elio Bracco, nipote del sindaco Giovanni di cui sopra, trasferì a Milano la sua attività di rivenditore di prodotti farmaceutici, ingrandendosi al punto da fondare un’industria farmaceutica propria, che poi i suoi due figli, entrambi nati e cresciuti a Neresine, ulteriormente svilupparono, fino a farla diventare la più grande industria chimica privata italiana (dati del 1970).
Dal 1918 al 1922 l’amministrazione pubblica del paese continuò ad essere esercitata secondo i canoni della precedente gestione austroungarica, in attesa del completamento del nuovo schema oganizzativo dell’amministrazione italiana. Nel 1922 fu eletto plebiscitariamente a nuovo sindaco Giuseppe Rucconich (Osip Cotigar–Tonce).
In questo periodo nascono forti tensioni con Ossero, perché le autorità provinciali, contrariamente a quanto previsto in un primo tempo e concordato con il sindaco di Neresine, decisero, sotto la forte spinta di osserini molto influenti, principalmente il dott. Domenico Stanich, ex deputato dietale e sindaco di Pola e il senatore del Regno Francesco Salata, di creare due comuni separati, quello di Ossero, includente Ustrine e Puntacroce e quello di Neresine, includente solo San Giacomo. A questa decisione la ribellione degli abitanti di Neresine fu fortissima ed unanime, perché la gran parte dei territori del nuovo comune di Ossero erano ormai di proprietà dei neresinotti e dei sangiacomini (oltre l’80%), quindi essi non volevano con le loro tasse mantenere i pochissimi e ormai poveri osserini. Dai verbali degli agitatissimi dibattiti comunali sull’argomento, aperti anche a tutta la popolazione, vengono chiaramente fuori i dati del problema. Il nuovo schema organizzativo, prevedeva l’assegnazione al comune di Ossero di 8.172 ettari di terreno, mentre a quello di Neresine rimanevano 2.053 ettari. La popolazione del nuovo comune di Ossero era di 606 abitanti, di cui 301 di Ossero, 95 di Tarsich, 9 di Lose e 201 di Puntacroce. La popolazione del nuovo comune di Neresine era invece di 1.983 abitanti, di cui 1.704 di Neresine e 279 di San Giacomo; inoltre, per le entrate comunali dovute alle imposte dirette, Neresine e San Giacomo potevano contare all’epoca, oltre che sui redditi agricoli, anche su 41 navigli a “velo” (vela) ed Ossero su due soli. La ribellione in sostanza consisteva nel rifiuto dei neresinoti di mantenere con le loro tasse i “nullatenenti” osserini, senza aver voce in capitolo, né sulle entrate, né sulle spese, (conflitto questo, antico e sempre presente tra gli abitanti dell’isola di Lussino, lussignani in testa, e gli osserini). In sostanza il conflitto tra Neresine e Ossero andò avanti alcuni anni, tant’è che a Neresine nacque anche il partito di quelli che volevano piuttosto abolire del tutto il comune di Neresine e lasciare unicamente quello di Ossero, in quanto in questo ipotetico comune i neresinotti avrebbero comunque avuto la stragrande maggioranza dei voti e quindi del potere decisionale. La questione col tempo si risolse con soluzioni di compromesso includendo nel territorio di Neresine anche Puntacroce, anche perché i pochi osserini non avevano né argomenti, né un rapporto di forza sufficiente per contrastare gli interessi dei Neresinotti.
In questo periodo, a seguito del forte incremento della popolazione e della notevole disponibilità economica delle casse comunali, furono costruite dal Comune alcune importanti opere pubbliche, quali: –
- La ristrutturazione della piazza e la sua completa lastricatura con grandi blocchi di pietra liscia, includendo nella lastricatura anche la strada che dalla piazza porta a marina (porto). Nell’ambito di questi lavori fu messo in disuso il vecchio pozzo e demolito il robusto muro di protezione che lo circondava, al suo posto fu costruito un nuovo pozzo suo lato sud-ovest della piazza stessa, dotato di una originale pompa manuale con nastro a tazze, da cui fu assai più facile prelevare l’acqua fresca, mettendo semplicemente in rotazione la grande ruota a maniglia di cui la pompa era dotata; il nuovo complesso di pompaggio venne a sua volta circondato da robusto muro circolare di protezione, tuttora esistente.
- La costruzione della strada di circonvallazione del centro del paese (strada nova), da S. Maria Maddalena attraverso il conalinna (canale naturale convogliante lo scolo delle acque piovane) e S. Antonio, e la costruzione della cappella di S. Antonio nella stessa strada nova.
- La costruzione della strada nuova che da Neresine va a S. Gicomo passando da Potocine, inclusa la cappella di Santa Rita sulla stessa strada.
- Gli altri lavori furono: la costruzione dell’edificio della Banca (Cassa Rural), il dragaggio e ristrutturazione del porto, i quattro salisi (selciati) che portano in Piazza, il saliso che dalla strada principale porta al cimitero e alla chiesa e convento dei frati, la strada che da Magaseni (porto) passando per Rapoc’e si congiunge alla strada principale, l’allargamento di altre strade secondarie del paese, ecc.
Fu anche istituita la banda musicale comunale, che ebbe una certa notorietà per alcuni anni, anche fuori paese; tuttavia la prevalente professione marinara della popolazione, ha provocato frequenti assenze per causa di lavoro di alcuni suonatori, facendo quindi mancare quell’assiduità di esercitazione musicale, necessaria per l’attività della banda, che alla fine si sciolse poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Col benessere era cresciuta notevolmente anche la spinta verso l’acculturamento della popolazione, le famiglie più benestanti mandarono i figli, almeno quelli più “portati”, a proseguire gli studi “fuori paese”, naturalmente la maggior parte andò a studiare alla “Nautica” di Lussinpiccolo e diventarono Capitani di Lungo Corso, altri frequentarono i ginnasi-licei di Zara e Fiume, per poi proseguire negli studi universitari a Trieste o Padova. Il fervore culturale portò al potenziamento della biblioteca comunale, che cominciò ad essere frequentata da molti giovani, specialmente dalle ragazze.23
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il paese era all’apice del suo sviluppo, Neresine aveva raggiunto i 2000 abitanti, San Giacomo ne aveva circa 350 e Puntacroce aveva superato i 200.
Esistevano nella sola Neresine: la scuola materna (asilo), la scuola elementare, la scuola secondaria di avviamento professionale, la Farmacia (Cicin), il medico condotto e dentista (dott. Marconi), la levatrice (Morin), la banca (Cassa Rurale), un nuovo ufficio postale e telegrafico, il teatro con palcoscenico e bar (buffet), adibito appunto a rappresentazioni teatrali, cinematografo e sala da ballo, a seconda delle esigenze, il campo sportivo per il gioco del calcio e ben attrezzati campi per il gioco delle bocce.
Esistevano anche i seguenti pubblici esercizi:
- N° 5 Negozi di vendita alimentari (Canaletti, Rucconi, Sigovini, Gerconi, Zorini-Zorovich).
- N° 2 forni e vendita pane (Menesini e Ollovini-Olovich) più pasticceria (Ollovini-Olovich).
- N° 2 Negozi di frutta e verdura (Sigovini e Vescovi).
- N° 2 Rivendite sale e tabacchi più cartoleria (Sigovini e Rucconi).
- N° 1 Rivendita giornali e cartoleria (Vescovi).
- N° 2 Negozi di stoffe e abbigliamento (Smundin e Buccaran).
- N° 1 Sartoria per uomo (Cavedoni)
- N° 2 Negozi di generi casalinghi (Vescovi e Cavedoni).
- N° 3 Macellerie (Castellani Romano, Castellani Carlo e Bracco Gaetano).
- N° 2 Calzolerie e vendita scarpe (Pinesich e Sigovini-Sigovich) più altre 4 o 5 calzolerie minori.
- N° 1 Orologiaio e orefice (Cremenich).
- N° 3 Locali pubblici: Trattoria Stella D’oro (Boni), Albergo Amicorum (Vodinelli), Trattoria-Caffé (Garbassi).
- N° 3 Falegnamerie e costruzione di mobilio (Lecchi-Lecchich, Cavedoni Giuseppe e Cavedoni Celestino) più altri artigiani falegnami.
- N° 2 Negozi di ferramenta (Cavedoni e Lecchi-Lecchich)
- N° 3 Fabbrerie (Morin, Linardich e Marinzoli-Marinzulich).
- N° 2 Attività di autotrasporto (Buccaran e Lupis), camion e servizio taxi.
- N° 1 “Pompa” distributore di benzina.
- N° 3 Attività costruzione barche (Soccolich-Ciuciuric, Soccolich-Scarbich e Buccaran) più altri artigiani minori.
- N° 1 Bottaio e costruttore di ruote per carri e carri (Cremenich).
In quel periodo l’attività armatoriale, quella che portava la maggiore ricchezza al paese, era al suo massimo sviluppo e molte famiglie erano cointeressate, come caratisti, nell’armamento navale. Nel 1940 i bastimenti di piccolo e medio cabotaggio iscritti al compartimento marittimo di Neresine superavano le 30 unità, per oltre 6.000 tonnellate complessive di portata. Altri bastimenti di Neresinotti, ma iscritte a compartimenti marittimi di altre città erano: le navi Romilda, Mater Dolorosa ed il piroscafo in ferro di 2000 tonnellate di portata Esperia. L’armatore Eugenio Matcovich (Zizzeric’evi) costituì una notevole flotta di grandi navi in ferro, trasferendo la propria sede, prima a Spalato e successivamente, dopo la costituzione del regno di Jugoslavia, a Londra.
Nel 1939 la famiglia Camali (Costantignevi) aveva anche fondato il cantiere navale per la costruzione di navi (l’attuale squero).
N.B. I nomi riportati nella sola versione italianizzata, sono come risultavano nell’epoca in esame e che a tuttora sono rimasti immutati nei discendenti.
Lo seconda guerra mondiale interruppe la grande espansione socioeconomica che stava attraversando il paese. Tutte le navi, inclusi gli equipaggi, furono “militarizzate” e destinate al trasporto di merci e materiale bellico verso i territori occupati dalle forze armate italiane, prevalentemente verso l’Albania e la Grecia, alcune anche per i normali trasporti logistici nell’intera area mediterranea. Purtroppo durante la guerra la maggior parte del naviglio di Neresine fu affondato, anche con gravi perdite umane. 24
Dopo l’armistizio dell’Italia dell’8 settembre 1943, cominciò a Neresine, come in tutti gli altri territori coinvolti nella guerra, una generale incertezza, gran parte degli uomini scampati alla guerra, ritornarono, più o meno avventurosamente, a casa, tutti i territori furono occupati dai tedeschi, le popolazioni furono abbandonate a se stesse, al paese mancò ogni tipo di approvvigionamento esterno. Per assicurare i fondamentali generi alimentari alle famiglie, ossia quelli che per primi sono venuti a mancare, come la farina di grano per fare il pane e quella per la polenta, gli uomini si diedero da fare, incominciando a dissodare i terreni incolti per incrementare le coltivazioni; gli altri prodotti, per quanto carenti non crearono grossi problemi: lo zucchero, totalmente mancante fu rimpiazzato dal miele e dai fichi secchi, la carne ed il pesce non mancarono, così come i legumi e le verdure.
Il vero problema restava il pane, infatti, quelli che non possedevano terreni da dissodare, o comunque che si resero conto che dagli aridi terreni dell’isola non c’era più molto da ricavare, escogitarono altri sistemi di approvvigionamento, ossia pensarono di andare clandestinamente nel Veneto ed in Istria a comperare il grano direttamente dai contadini produttori, utilizzando come merce di scambio i prodotti tipici del paese, ossia lana, olio d’oliva, formaggio, fichi secchi, pelli di pecora, grappa, e qualunque altro prodotto commerciabile nelle fertili terre venete ed istriane. Il grano acquistato veniva poi portato nei mulini vicini alle zone di produzione, per essere macinato e ricavare quindi la preziosa farina da portare a casa.
I primi che organizzarono l’approvvigionamento della farina di grano con lo scambio merci, furono tre capifamiglia del paese che utilizzarono la “Piata”, un barcone a fondo piatto (da cui il soprannome, perché il vero nome della barca era “Stella”), normalmente usato per la raccolta della sabbia per uso edilizio, dal fondale delle baie dell’isola. La “Piata” non aveva buone caratteristiche di navigabilità in mare aperto, ma fu scelta perché era l’unica barca di una certa dimensione disponibile ed ache perché era dotata di un piccolo motore diesel “Satima a testa calda” di 6 cavalli “leggeri”. I tre attraversarono il Quarnero di notte tenendosi molto a largo dalla punta di Promontore e dalle coste istriane per paura dei tedeschi, puntando direttamente verso la laguna veneta, inoltrandosi poi nei vari canali della campagna veneziana. Ritornarono dopo una diecina di giorni, con la barca carica di farina di qualità “doppio zero”, mai più vista dall’inizio della guerra. Il successo di questa prima spedizione aprì la strada a molti altri analoghi viaggi; gli uomini del paese si organizzarono e quasi tutti i capifamiglia fecero questa pericolosa esperienza, con i piccoli caici del paese (ben pochi superavano i cinque metri di lunghezza). Per questi lunghi viaggi furono scelte le barche più robuste e dotate di “scafo”, a cui furono aggiunti dei “boccaporti”, in modo da formare una coperta completa fino a poppa. Con queste piccole imbarcazioni, e col solo aiuto di una piccola vela e di robusti remi, perché ben poche avevano il motore, affrontarono corsaggiosamente l’attraversamento, sempre notturno, del pericoloso Quarnero, alcuni dirigendosi verso il canale Quieto in Istria, che poi risalivano inoltrandosi nelle campagne del Bujese; altri spingendosi fino alla più lontane lagune di Grado e Marano, alla ricerca del prezioso cereale. Nel viaggio di ritorno generalmente si fermavano a Cittanova, dove c’era un mulino, in cui finalmente potevano macinare il grano acquistato ed ottenere l’agognata farina. Ogni caicio portava a casa, dai sei ai dieci quintali di farina. Il viaggio di ritorno era particolarnente rischioso perché le barchette erano talmente cariche da sporgere dal mare non più di trenta o quaranta centimetri, ed attraversare il Quarnero in quelle condizioni era veramente un’impresa temeraria. Per gli uomini di Neresine, tutti esperti marinai, non fu certo il mare il principale pericolo, nonostante le piccole barche, ma la feroce guerra che veniva condotta senza il rispetto di nessuna regola civile dai tedeschi occupanti. Purtroppo due capifamiglia di Neresine, Antonio Berri e Gaudenzio Bracco (Guavde Mercof), durante il loro viaggio verso la ricerca di cibo per la famiglia sono stati barbaramente mitragliati ed uccisi lungo la costa dell’Istria dai tedeschi, probabilmente per derubarli delle loro mercanzie, come testimoniato da alcuni pescatori che hanno assistito al tragico fatto; infatti non sono più stati ritrovati, né i corpi, nè la barca. Questa tragedia ha sconvolto la popolazione di Neresine, anche perché i due compaesani hanno lasciato le giovani mogli ed i numerosi figli piccoli, senza mezzi di sostentamento, e la moglie di Gaudenzio era anche in attesa del terzo figlio.
Altri tragici avvenimenti sconvolsero il paese negli ultimi anni di guerra, tra cui si ricorda l’affondamento del motoveliero Redentore e del panfilo Haiduk ormeggiati in Sonte, da parte di un aereo inglese, ma soprattutto una retata compiuta in una domenica dell’etate del 1944, da parte di una squadra di miliziani Ustascia, per conto dei tedeschi, che bloccate le osterie del paese, affollate di gente nella giornata festiva, riuscirono a sequestrare tredici persone, che furono deportate in Germania, per essere forzatamente imbarcate su navi tedesche del Baltico, perché prive di gran parte dell’equipaggio, decimato dalla guerra. Gli altri uomini del paese riuscirono a fuggire nascondendosi nelle campagne circostanti. Dei tredici deportati dodici riuscirono a scappare negli ultimi mesi di guerra e ritornare avventurosamente a casa, uno, il diciottenne Mario Zorovich (Rossich), prossimo al diploma di Capitano di Lungo Corso, purtroppo perì nell’affondamento della nave su cui era imbarcato.
La guerra purtroppo ha sconvolto ed annientato in poco tempo tutto quello che faticosamente era stato messo in piedi in tanti anni di duro lavoro. Le poche navi sopravvissute sono state confiscate e nazionalizzate, senza risarcimento, dal governo comunista Jugoslavo subentrato nel 1945. 25
Dal punto di vista storico, dobbiamo dire che con il passaggio delle due isole sotto il governo Jugoslavo cominciò il rapido ed irreversibile declino del paese di Neresine. Il nuovo regime del comunismo di Tito proibì ogni attività che comportasse la libera iniziativa e questo per lo spirito imprenditoriale dei Neresinotti fu il dramma più grande. Venne inoltre messa in atto una feroce discriminazione nei confronti di tutti quelli che si ritenevano di “sentimenti italiani” (la grande maggioranza), alimentata anche dal fanatismo nazionalistico croato dei nuovi arrivati e da quello dei paesani di “sentimento croato”, mettendo diligentemente in pratica il famigerato “Piano Cubrilovich”, dal nome di un ministro di Tito e teorico del lavaggio etnico, i primi con consapevolezza ideologica, i secondi, forse, per inconsapevole stupidità (o incoscienza).
Se a questo aggiungiamo la confisca e nazionalizzazione dei beni della chiesa 26 e di ogni altro bene o proprietà privata di qualche valore, l’avversione, se non vera e propria persecuzione, verso la religione degli antenati, l’imposizione del lavoro “volontario” obbligatorio (radna snaga), che mandava ai lavori forzati in Istria e Croazia soprattutto i cittadini considerati non ligi al regime e “italiani”, la pratica dell’imprigionamento e tortura da parte della polizia politica di “persone sospette”, abbiamo un chiaro quadro della tragedia che si era abbattuta sul paese.27
Uno dei primi provvedimenti messi in atto dal muovo regime fu l’assegnazione del titolo di “nemico del popolo” alle persone più abbienti del paese, armatori e caratisti, due dei quali, dietro delazione furono mandati nelle foibe istriane; quelli scampati alle foibe per fortunata casualità, si videro costretti a fuggire per primi in Italia. Le proprietà dei “nemici del popolo”, ricche case ben arredate, campagne, lo squero con una barca in costruzione, ecc., vennero confiscate e nazionalizzate. Che la feroce persecuzione verso i “nemici del popolo” non avesse scopo meramente politico, ma anche l’appropriazione dei loro beni ad uso personale di alcuni, lo si capì dopo; infatti, il segretario del partito fascista del paese, in carica fino al giorno prima dell’occupazione, ma nullatenente, non fu perseguito.
La fase successiva a questi interventi è stata “l’assegnazione” delle case dei “nemici del popolo” ad alcuni capi del “partito” croato del paese, inclusi mobili ed arredamento; la casa di Domenico Camali armatore, mandato nelle foibe, è stata adibita a residenza del poliziotto del paese (komandir). I nuovi proprietari hanno comunque regolarizzato il possesso delle case con formali atti di acquisto dallo Stato, anche se le somme versate erano sostanzialmente simboliche; infatti, anche la stima peritale del valore economico delle proprietà è stata fatta da loro stessi.
Naturalmente ogni attività commerciale privata è stata abolita, tutti i negozi del paese sono stati chiusi e nazionalizzati, così come gli altri locali pubblici. Per dare una parvenza di legalità alla nazionalizzazione, il valore degli esercizi, con tutto ciò in essi contenuto, è stato valutato ai prezzi di inventario del 1939, e su questa valutazione soltanto il 20% è stato rimborsato e non a tutti, ma solo ad alcuni; è rimasto per un po’ di tempo in attività, col solo servizio di bar, il locale di Garbassi in piazza. Per la vendita di generi alimentari è stata aperta la cooperativa di proprietà statale “za druga” (per il compagno), prima nei locali della grande bottega del Vescovi e successivamente in quelli del negozio di stoffe Smundin. La scuola materna (asilo) è stata chiusa, i locali della scuola sono stati adibiti a trattoria-bar di proprietà pubblica, data in gestione a persona “di fiducia”. I calzolai del paese per lavorare hanno dovuto entrare nella cooperativa gestita dal partito e così via per tutte le altre attività del paese, perfino quelle agricole. Tutti gli uomini (e molte donne), rimasti bloccati per il primo periodo, hanno dovuto andare a lavorare nell’unico squero sopravvissuto di Lussinpiccolo.
Oltre a questo la storia ci impone di dire che il trattato internazionale di pace, sottoscritto anche dal governo jugoslavo, che prevedeva il passaggio dell’Istria e delle isole del Quarnero alla Jugoslavia, prevedeva anche per la popolazione residente, la facoltà di optare per la cittadinanza italiana o jugoslava, ossia andarsene liberamente portando con se soltanto i propri beni trasportabili in Italia, oppure rimanere. La stragrande maggioranza della popolazione del paese optò per l’Italia, ma le autorità locali respinsero sistematicamente questa richiesta di opzione, temendo che coll’esodo in massa anche le poche attività rimaste, necessarie per la sopravvivenza di quelli che avevano scelto di restare, si sarebbero paralizzate. A questo punto è riemerso il senso di indipendenza e l’amore per la libera iniziativa che ha sempre caratterizzato i Neresinotti, quelli che non si sentivano di accettare le imposizioni del regime, hanno scelto la fuga clandestina con ogni mezzo: l’attraversamento dell’Adriatico con le piccole barche locali, attraverso le campagne dell’Istria, ecc. Nel giro di due o tre anni la maggior parte dei giovani e comunque uomini con capacità lavorativa, abbandonarono per sempre il paese, portando con se i soli vestiti che avevano addosso, lasciando a casa le mogli, i figli ed i vecchi genitori, senza mezzi di sostentamento, con l’intenzione di ricongiungersi appena possibile. Soltanto dopo il 1950 le autorità locali incominciarono a lasciar partire le mogli ed i figli dei fuorusciti, in molti casi tenuti in ostaggio per oltre 4 anni. Addirittura alcuni genitori mandarono in Italia i figli adolescenti (9 – 12 anni), a cui era permesso di andare fino a Trieste in gita scolastica, a condizione che non fossero accompagnati da parenti stretti, per sottrarli a un futuro senza libertà. I ragazzi, una volta arrivati in Italia, venivano accolti dall’organizzazione per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati, nata nel frattempo e animata dal neresinotto padre Flaminio Rocchi, che provvedeva a mandarli nei collegi opportunamente predisposti, per farli proseguire negli studi.
In conclusione della sommaria ricostruzione storica possiamo dire che il paese di Neresine, dai 2000 abitanti del 1945, è passato nel 1956 a circa 300 abitanti, senza contare i nuovi immigrati che sono arrivati in paese dopo il 1945, per sostituire quelli scappati o espulsi dalla politica del lavaggio etnico.
In un conteggio accuratamente realizzato nel 2003, dei 2000 abitanti del 1945, ossia neresinotti aventi entrambi i genitori nati a Neresine, non si è riusciti a contarne più di 90 rimasti.
I fuorusciti esuli dall’ex Venezia Giulia e Dalmazia entro il 1951, qualificati profughi giuliano-dalmati, hanno avuto la possibilità di rioptare per la cittadinanza italiana in Italia, presentando documenti adeguati, ridiventando così cittadini italiani a tutti gli effetti.
I Neresinotti si stabilirono, una parte a Trieste, un’altra parte nell’area veneziana ed una parte ancora a Genova, località queste più congeniali per quei molti che erano marittimi di professione. Un’altra parte, dopo un primo soggiorno in Italia, emigrarono in America, prevalentemente a New York, richiamati da parenti, amici e compaesani già residenti, altri ancora andarono in Canada, Australia e Sud Africa.
In qualunque parte del mondo comunque essi siano andati, hanno portato con sé “l’imprinting” culturale del paese, basato sulla voglia di lavorare, sull’onestà e la costante tendenza al miglioramento economico e sociale. Infatti tutti, pur partendo dal patrimonio personale dei soli vestiti che avevano indosso, hanno raggiunto una posizione sociale ed economica di elevato livello, ed alcuni anche di notevole rilievo.
In merito alla spinosa questione del riconoscimento da parte del Governo Italiano della nazionalità italiana agli esuli, soprattutto a quelli nati dopo il 1918 e quindi in Italia, il rigore storico ci impone di fornire un’importante precisazione.
Molti di quelli che a suo tempo ebbero respinta la richiesta di opzione dalle autorità jugoslave (tutti quelli di Neresine) e che non poterono scappare in Italia entro i primi cinque o sei anni dalla fine della guerra, perché troppo vecchi, perché legittimamente non se la sentivano di lasciare i genitori anziani o i figli piccoli, oppure perché troppo giovani e minorenni, raggiunta la maggiore età o sistemate meglio le cose con quelli che rimanevano, se ne andarono negli anni successivi; continuarono addirittura a scappare fino agli anni sessanta. Per questi la politica del governo italiano fu crudelmente ingiusta, suggerita forse da improvvide valutazioni di “esperti” che non conoscevano a fondo la situazione. In sostanza a questi non fu concessa la cittadinanza italiana, tranne qualche caso “particolare”. Gli sventurati fuorusciti di questo periodo, qualificati come apolidi, dopo qualche anno di internamento nei campi profughi italiani, furono costretti ad emigrare tramite l’IRO (International Refugees Organization), dove possibile: Australia, Canada, Sudafrica o dietro specifico richiamo (con garanzia economica) da parte di cittadini americani, negli Stati Uniti. Per la maggior parte dei Neresinotti quest’ultima soluzione è stata quella più praticata, perché quasi tutti avevano parenti o amici negli USA.
Le fughe in Italia, proprio perché fanno parte della storia del paese, meritano un approfondimento.
Secondo le direttive politiche del nuovo regime, i cittadini di Neresine ritenuti “italiani” dovevano essere sottoposti al trattamento del lavaggio etnico previsto dal manuale Cubrilovich, quindi a una forma di terrorismo di stato, fino ad indurli a fuggire, mentre quelli ritenuti “croati” dovevano essere costretti a restare, anzi per questi, il solo sospetto di tramare la fuga in Italia era diventato reato penale. Ciò nonostante la stragrande maggioranza dei Neresinotti preferì comunque optare per la cittadinanza italiana, ma il comitato popolare del paese (odbor), incaricato della questione, stabilì che tutti erano di madrelingua croata e quindi la loro richiesta di opzione non poteva essere accolta. La sola alternativa a questo punto rimase la fuga, ed infatti, come già detto sopra, molti fuggirono.
Per arginare lo stillicidio delle fughe fu organizzata una ferrea sorveglianza, con motovedette della polizia e della marina in costante perlustrazione delle coste occidentali delle isole e del mare circostante; nonostante ciò centinaia di persone riuscirono ad attraversare l’Adriatico con le piccole barche locali. Dall’isola di Sansego in pochi anni scapparono più di 1000 persone (su circa 2000 abitanti complessivi), intere famiglie, e tutti con le piccole, ma robuste barche a remi o a motore, tipiche di quell’isola. Nel 1948 la polizia, per scoraggiare ulteriori tentativi di fuga, mitragliò e uccise due disarmati presunti fuggiaschi di Sansego, esponendo come monito in riva a Lussinpiccolo (di fronte alla farmacia), la barca catturata con i cadaveri, così come erano caduti. I parenti invano giurarono che si trattava di normali pescatori intenti a fare il loro lavoro. La versione dei parenti è apparsa a tutti la più credibile, perché conoscendo l’astuzia e l’abilità marinaresca dei Sansegotti, mai si sarebbero fatti sorprendere in fuga in pieno giorno, e soprattutto in ogni barca si imbarcavano non meno di otto-dieci persone, per alternarsi ai lunghi remi (vesli) e garantire una costante ed elevata velocità, almeno per le prime venti miglia del tragitto. Nello stesso periodo una barca con quattro fuggitivi, tra cui due conosciuti lussignani, sparì in mare durante un altro tentativo di fuga. Nel 1998 un turista, pescatore subacqueo tedesco, scopri una barca affondata vicino alla costa con dei resti umani a bordo; segnalato alle autorità il ritrovamento, si scoprì che si trattava dei fuggiaschi, anch’essi uccisi dalla milizia, con evidenti fori di proiettile nei crani. Il fatto è stato doverosamente ricordato dalle attuali autorità comunali di Lussinpiccolo, con una lapide commemorativa in cimitero.
A seguito dei drammatici fatti riportati, le fughe per un certo tempo si diradarono, intanto i Neresinotti che lavoravano nel cantiere (squero) di Lussinpiccolo, cominciarono a sorvegliare le motovedette della polizia, annotando gli orari di partenza e di rientro in porto delle stesse, scoprendo che non uscivano mai con tempo brutto e perturbato, questa constatazione diede via libera alle fughe. Infatti, per le successive fughe vennero scelti prevalentemente i sabati del periodo invernale, quando soffiava più forte la bora o minacciava maltempo. Il sabato era il giorno più favorevole perché fino al lunedì successivo, giorno di rientro al lavoro, nessuno si sarebbe accorto della loro mancanza. Cinque Neresinotti, in un caicio di cinque metri partirono da Biscupia alle nove di una certa sera con forte bora, attraversarono nell’oscurità con la piccola vela il canale fino a Caldonta, costeggiarono fino a Punta Croce (Suha Punta), poi si mollarono in poppa passando a sud dell’isola di San Piero de’ Nembi, puntando direttamente su Pesaro, dove giunsero alle quattro del pomeriggio del giorno successivo: impresa straordinaria per perizia marinaresca e per consapevole coraggio. Fecero il percorso ad una velocità media di circa cinque nodi!
Altra rocambolesca fuga fu quella di tredici persone, tra cui due donne ed un bambino di tre anni e mezzo, avvenuta nel dicembre del 1951, con una grossa barca di circa 10 metri, sequestrata per lo scopo dai fuggiaschi insieme al suo equipaggio. La barca era adibita al trasporto di merci e “passeggeri” tra il paese e Fiume, sotto il “patrocinio” delle autorità politiche locali. Il capobarca era uno ligio al regime, mentre il motorista era segretamente complice dei fuggiaschi. La fuga fu a lungo studiata e ben organizzata: una mattina alcuni dei fuggitivi si imbarcarono sulla “Menka” (questo era il nome della barca) in partenza per Fiume come normali passeggeri. Appena lasciata alle spalle, nel buio della mattina invernale, Ossero, il motorista complice fermò il motore simulando un guasto. Il capobarca saltò giù nello spazio del motore per vedere cosa era successo e aiutare il motorista a riparare il guasto; a questo punto gli altri si impadronirono della barca e dissero che avevano intenzione di scappare in Italia. Il capobarca comincio ad imprecare e ad urlare cercando di impedire il sequestro, tuttavia i fuggiaschi gli dissero che se non si calmava lo avrebbero legato e chiuso nella stiva, e avrebbero proseguito comunque malgrado le sue proteste. Il capobarca, vista la mala parata si calmò e gli altri invertirono la rotta dirigendosi verso Tomosina, una baia deserta e riparata nella sponda occidentale dell’isola, sul versante del monte Ossero opposto quello del paese, dove gli altri fuggiaschi si erano nel frattempo recati nella notte per essere anch’essi imbarcati. La fuga si concluse felicemente a Pesaro nella stessa giornata. Il povero capobarca durante il viaggio ebbe modo e tempo di riflettere sulla situazione, per cui alla fine decise anche lui di rimanere in Italia.
Altra fuga nella storia di Neresine che vale la pena di raccontare è quella di una barca di 50 tonnellate denominata Seca, precedentemente si chiamava Zora, ma il nome era stato cambiato a seguito di un decreto delle autorità locali, che intendevano, col cambio dei nomi di tutte le barche esistenti, eliminare ogni eventuale riferimento a religione o italianismi. La barca era di proprietà dei fratelli Zorovich (Ferdinandovi), di famiglia “di sentimenti croati” del paese.28 Quando due dei fratelli si sono resi conto cosa comportasse l’ineludibile adesione al partito comunista di Tito, (un terzo fratello se n’era già accorto scappando in Italia nel 1951), decisero anche loro di scappare con le famiglie, ma sbarcare in Italia in quel tempo avrebbe comportato per loro qualche rischio, perché erano compromessi col regime; quindi decisero di proseguire il viaggio con la stessa barca, fino in America, dove avevano il fratello maggiore, residente da molti anni e assai benestante, che li avrebbe aiutati e finanziati. La prima tappa della fuga fu Ancona, dove chiesero di sostare soltanto per il periodo necessario ad organizzare il viaggio e acquistare gli approvvigionamenti necessari. Il Fratello minore scappato con la famiglia alcuni anni prima (con il dirottamento della Menka precedentemente descritto), che si trovava ancora in un campo raccolta profughi italiano, trovava difficoltà ad emigrare tramite l’organizzazione IRO, a causa dei precedenti politici della sua famiglia, (altri due fratelli rimasti a Neresine rimasero fedeli al partito ed al regime), decise quindi di unirsi “clandestinamente” a loro per riuscire così ad emigrare finalmente in America. Si unì a loro anche un capitano di lungo corso dalmata, con la moglie, compagno di campo profughi del fratello minore: sarebbe stato utile per la navigazione oceanica, di cui i fratelli non avevano esperienza. Partirono infatti da Ancona, fecero tappa in alcuni porti del Nord Africa e alle isole Canarie e poi salparono definitivamente per la Florida. Purtroppo dopo pochi giorni il motore della barca, vecchio e malandato, si ruppe definitivamente costringendoli a proseguire il viaggio con la sola piccola e vecchia vela (era la vela della vecchia barca del suocero del fratello minore, affondata durante la guerra). I viaggio durò alcuni mesi, ma alla fine, anche se molto avventurosamente, raggiunsero l’agognata meta. 29
Vale la pena di raccontare anche l’emblematica vicenda di un altro compaesano di nome Bracco, nipote di uno dei perseguitati dal governo austriaco durante la prima guerra mondiale, perché italiano e figlio di quel Valentino di cui si parla in altra parte di questa storia. Il padre aveva, come tutti gli altri optato per la cittadinanza italiana, ma essendo mutilato di un braccio e anziano non poteva scappare, confidando sul fatto che, continuando a richiedere l’espatrio in Italia, prima o poi le autorità locali avrebbero ceduto, cosa che è effettivamente accaduta nel 1962, ma lui a quel tempo era già morto. Tra l’altro il fratello ventunenne era stato nel frattempo condannato a tre anni di durissima galera, perché accusato, di progettare, assieme ad altri coetanei, anch’essi condannati, la fuga in Italia. 30
Il nostro, a quel tempo solo diciannovenne, era il 1955, aveva una bella passera di 4 metri (piccolo caicio aperto), battezzata “illegalmente” Zingara, decise con questa di scappare comunque in Italia. Preparò bene la fuga. Il giorno prescelto, era un pomeriggio d’estate, equipaggiato di cibo, acqua da bere e di una pistola, probabilmente più per darsi coraggio che per difendersi, partì dal porticciolo dei frati facendo vedere che andava come al solito a pescare. Diversamente dal solito però, la sorella lo accompagnò e lo salutò abbracciandolo e piangendo; la cosa fu notata da uno zio materno del fuggiasco, esponente di primo piano del partito croato del paese, presente in quel momento nel porticciolo.
Comunque il ragazzo uscì dal porticciolo, tirò su la vela e si diresse verso Ossero e poi verso Ustrine, dove in una piccola baia aspetto che si facesse buio, quindi iniziò il viaggio verso l’Italia.
In piena notte, appena lasciate le coste dell’isola di Unie, vide il fascio di luce dei fari di una motovedetta che perlustrava la zona, subito dopo arrivarono altre due motovedette, il ragazzo, terrorizzato dall’eventualità di essere scoperto, tirò giù la vela, tolse l’albero, riempì la barca d’acqua e si gettò in mare, sperando di non essere visto. Le motovedette girarono a lungo nella zona senza accorgersi di lui, poi si appostarono nello specchio di mare tra le isole di Sracane (Canidole) ed Unie. Quando scomparvero alla sua vista, recuperò la barca, la svuotò dell’acqua, recuperò l’albero e la vela, e vogò velocemente verso la vicina isola di Unie, dove si nascose. Quando si fece giorno le motovedette rientrarono alla base, una verso Lussino e le altre due verso Pola. Lui controllò lo stato della barca e delle attrezzature, e si rese conto che nella manovra di affondamento aveva perso in mare le provviste di cibo e l’inutile pistola, si salvò solo una bottiglia d’acqua ed un cestino di uova, che aveva chiuso nello scomparto sotto al banco di poppa. Forse per l’incoscienza dovuta alla giovane età o forse per la più forte spinta della disperazione, decise di proseguire comunque il viaggio. Trangugiò tutte le uova del cestino, si mise ai remi e iniziò a vogare verso l’Italia, vogò disperatamente ed ininterrottamente per tutta la giornata, fintanto che non fu certo di essere fuori della portata delle motovedette, poi alzò la vela e prosegui il viaggio con maggiore rilassatezza, finché un peschereccio italiano lo vide e lo tirò su a bordo, barchetta compresa. Rimase a bordo con loro per due giorni finché i pescatori finirono la campagna di pesca prevista, poi lo portarono nel porto di Fano e gli diedero anche qualche soldo per le prime spese.
In Italia vivevano due sue sorelle, una a Genova ed una a Livorno, regolari cittadine italiane, che garantirono per lui e lo presero con sé. A Genova, dove si stabilì, trovò lavoro presso una grande industria metalmeccanica in qualità di fresatore. Col denaro guadagnato prese in affitto un piccolo appartamento e aiutò la madre e le altre due sorelle, rimaste a Neresine, inviando regolarmente pacchi di vestiario e aiuti economici, tuttavia non era libero né di circolare per l’Italia né di usufruire dei diritti di cui godevano tutti i cittadini italiani, perché lo stato italiano gli negò la cittadinanza, in quanto minorenne, quindi non in grado di optare o per altri misteriosi motivi, si beccò perciò anche lui la qualifica di apolide!
Quando alla fine la madre, il fratello reduce dalle galere titine e le sorelle riuscirono a venire regolarmente in Italia, dopo un periodo di soggiorno in campo profughi, furono costretti ad emigrare in Australia, perché la patria non li voleva.
Il giovane di cui si parla aveva le carte in regola per diventare cittadino italiano a tutti gli effetti, sia dal punto di vista “politico” che da quello umano; tra l’altro in Australia, a somiglianza del padre di cui si parla più avanti, dimostrò una grande perizia marinara e doti di grande coraggio, salvando da annegamento, col rischio della propria vita, i naufraghi di una barca a vela, rovesciatasi durante una tempesta. Per questo fatto gli fu conferita dal governatore australiano, nell’annuale celebrazione degli eroi civili di quel paese, una medaglia d’onore appunto al merito civile.
Il destino umano riserva spesso risvolti incredibili, ed anche nel nostro caso si è verificato un ulteriore fatto che vale la pena di raccontare: – Un giorno, davanti alla casa australiana dove abitava il compaesano, avviene un incidente automobilistico, con scontro tra due macchine; il nostro si affretta a soccorrere uno dei conducenti, una giovane leggermente contusa e avendo assistito al fatto, rende testimonianza scritta a favore della ragazza, che a suo avviso aveva ragione. La sera dello stesso giorno si presenta a casa sua il padre della ragazza, per ringraziarlo dell’aiuto dato alla figlia, e avendo letto il nome del nostro compaesano nelle carte dell’incidente, gli chiede notizie sulla sua provenienza, perché si ricordava bene quel nome. Salta così fuori che il padre della ragazza era un istriano delle parti di Pola, ed era il comandante di una delle motovedette della polizia (anche lui successivamente fuggito verso la libertà), mandate alla ricerca del fuggitivo, nella fatidica notte della fuga precedentemente raccontata, dietro specifica segnalazione dello zio; non solo ma gli racconta anche che per le successive tredici notti avevano continuato a cercarlo invano.
Le fughe raccontate sono quelle che hanno fatto più clamore ed anche quelle più note, ma infinite altre meno note o del tutto sconosciute, ma non per questo meno avventurose e temerarie, sono avvenute nei primi quindici durissimi anni del dopoguerra, tutte comunque testimonianti il forte carattere dei Neresinotti, il loro attaccamento alla libertà e soprattutto il drastico rifiuto di ripercorrere a ritroso, il faticoso cammino verso il progresso e la vita libera e civile, compiuto dai loro antenati.
In conclusione di questo capitolo in cui si racconta la storia di Neresine, viene inserita una bella poesia: essa è stata scritta da un nostro conterraneo, sposato con una neresinotta e costretto, come tanti altri, ad emigrare in Canada. La poesia è priva di pregi letterari, ma è ricca di sincero amore per la natia terra ed è quella che meglio di qualunque altra cosa, descrive la sorte toccata alle nostre genti.
L’IDENDITÀ
Ma noi, Che
cosa siamo papà?
Non son sicuro. per verità,
credevo di essere Italiano..
invece mi sento più Fiumano
Questa domanda semplice e diretta
merita una risposta chiara, schietta
Vorrei così tanto poterlo dire di cuore
che alla mia patria aspiravo con amore
Ma non posso dire di essere fiero
quando i miei mi trattan da straniero
Ed infatti non è cosa da ignorare
che siamo in tanti così a pensare.
Noi le nostre terre le teniamo care
L'Istria, Pola, Zara, cinte dal mare
Fiume, Lussino, Cherso , nel Carnaro
Tra i ricordi belli c'è anche quello amaro
Fuor di noi comunque, non è quasi nessuno
che si ricorda, che con l'Italia eravamo uno
lasciammo patria e terra con dolore
ed oggi nel mondo, ci siamo fatti onore
Ma quello che ci ferisce vivamente
E che gli Italiani di noi non sanno niente
e quando sentono dove siamo nati
automaticamente ci credono croati.
Un tempo eravamo parte della gloria
ora siam quasi persi nella storia
È la verità che scrivon queste mani..
purtroppo siamo noi gli ultimi mohicani!
È per questo figlio mio che non rispondo
come te, non capisco veramente questo mondo!
Lascia però che ti racconto la storia dei Fiumani
Zaratini, Istriani, Lussignani. per un tempo eravamo Italiani..
Come vedi, la storia è dura e lunga molto,
e ti rendi conto di quello che ci han tolto
la grande odissea di tutti noi Giuliani
cominciò subito! Nei campi profughi Italiani.
E tu figlio mio sei tanto più fortunato
perché non ci sono confusioni dove sei nato,
sei Canadese, Americano, Italiano, Australiano...
Ma se ti chiedono, diglielo che tuo papa' era Fiumano,
Zaratino, Istriano, Chersino , Lussignano........
Boris del Mar
NOTE
1. In merito ai ruderi della chiesetta, trattasi di una piccola costruzione in cui è ancora riconoscibile il soffitto a volta della cappella di stile Romanico, caratteristico del periodo indicato. Sono prive di qualsiasi fondamento storico le informazioni, che qualcuno ha cercato di far passare in tempi recenti, secondo cui la chiesetta era dedicata a Santa Maria Maddalena ed era la prima chiesa del paese, costruita dagli ipotetici immigrati croati arrivati alla fine del XIV secolo, durante l’appartenenza delle isole al regno di Ungheria, (probabilmente il nome è stato scelto per dare una qualche consequenzialità con la vera prima chiesa del paese, appunto quella di Santa Maria Maddalena). A parte la grande discrepanza di date tra il periodo di costruzione della chiesetta con l’ipotesi immaginata, non ha nessun senso, né storico, né logico, la costruzione di una chiesa in mezzo ai boschi, senza nessuna traccia di abitazioni nel raggio di chilometri, salvo che non si pensi ad un eremo, come appunto ricordato negli Annales Camaldolenses, e come confermato anche dalla chiesetta di S. Nicola, sita in vetta al monte Ossero, dello stesso periodo. (Luigi Tomaz – Ossero e Cherso nei secoli prima di Venezia).
2. Il nuovo nome Televrin affibbiato al Monte Ossero, fu uno dei primi interventi, nell’ambito dell’indirizzo ideologico del regime comunista, verso la cancellazione di ogni riferimento di parvenza religiosa o di sospetto retaggio non ortodossamente legato al nazionalismo slavo. Altro intervento in questa direzione fu l’imposizione di cambiare i nomi a tutte le imbarcazioni esistenti, sia nomi italiani sia croati, con altri, a scelta dei proprietari, preventivamente approvati dalle autorità politiche locali. Questo è stato il mezzo di maggior parvenza “democratica”, perché uguale per tutti, per eliminare sostanzialmente nomi di barche come “Hvala Bogu”, “Sveti Mikula”, “San Francesco”, “Cristina”, ecc. Anche il nome dell’isoletta di Ilovik al posto di San Pietro de’ Nembi, trae origine da queste intenzioni ideologiche.
3. Il periodo storico in cui il paese di Neresine ha avuto origine, almeno nella popolazione e nella struttura come ci è stata tramandata e come ce la ritroviamo oggi, si può stabilire con sufficiente approssimazione tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, infatti, non sono state trovate tracce, né di abitazioni, né di documenti, che possano avvalorare la presenza di un significativo numero di abitanti prima di questa data. Nello stesso testamento di Colane Drasa, redatto nel 1509, e conservato nell’archivio del convento di Neresine, per quanto molto dettagliato nelle descrizioni delle proprietà e del territorio, ed anche molto preciso nel chiedere ”ch’el corpo suo sia portato al monasterio suo per lui fatto in Neresine de’ frati osservanti et che lì sia sepelido in la gesa de San Francesco in la capella grande avanti lo altar grando…”, non viene menzionato, né un paese, né una popolazione di significativa consistenza, abitante attorno al convento o comunque a Neresine. Anche le vicissitudini storiche verificatesi in quel periodo in tutta l’area orientale dell’Adriatico, fanno ritenere molto attendibile la data di nascita del paese sopraindicata.
Enver Imamovich, nel suo libro “Nerezine na otoku Losinju” del 1979, disserta lungamente sull’arrivo dei croati nell’isola ed in particolare a Neresine, durante i 51 anni di appartenenza della regione al regno di Ungheria, ossia dal 1358 al 1409, coll’evidente intento di dimostrare l’appartenenza degli abitanti del paese all’etnia croata, anticipando così di oltre un secolo la nascita del paese. A parte il fatto che è del tutto irrilevante che la popolazione del paese, sicuramente di origine slava, provenga dalla Croazia, o dalla Moravia, oppure dall’area balcanica, o da qualsivoglia altra regione dell’Europa orientale, a Neresine e dintorni non sono state trovate tracce di alcun genere di tale presenza, mentre sono state trovate abbondanti, e ben più antiche, degli antichi greci e dei romani. Le isole, anche durante, la formale appartenenza al regno d’Ungheria, rimasero comunque di fatto con regolamenti legislativi, lingua e consuetudini instaurate dalla Repubblica di Venezia: probabilmente gli Ungaro-Croati non avevano né mezzi, né tempo, né interesse di occuparsi anche delle nostre piccole ed aride isole; se non per il ritiro dei tributi da parte del conte Saraceno, fedele feudatario di Ludovico, a cui quest’ultimo avava donato le due isole, quale compenso per i servigi resigli; infatti, negli archivi di Ossero sono stati trovati vari documenti di questo periodo, redatti in lingua latina, riguardanti obblighi, regolamenti e patti tra le varie comunità di allora, facenti capo al Conte di Cherso ed Ossero, ma non sono stati trovati documenti in croato o altre lingue slave, né riguardanti questo periodo, né altri periodi successivi.
4. P. Vittorio Meneghin. – Il convento di S. Francesco in Neresine.– Da “Atti e memorie della Società Istriana si archeologia e Storia Patria”. Venezia 1969.
5. In merito alla data di inizio della costruzione della Chiesa di S. Francesco e dell’annesso Convento dei Frati, per rigore storico deve essere precisato che, come risulta dai documenti conservati nell’archivio dello stesso Convento di Neresine, esso fu edificato sul terreno in riva al mare adibito a vigneto, lungo 28 passi e largo 20, donato da tale Domenico Sutcovich ai Frati Minori, con atto del 27 maggio 1505. Il 23 ottobre dello stesso anno, Giovanni Contarini, Conte di Cherso ed Ossero, governatore delle isole per conto della Repubblica di Venezia, sedendo “sub logia magna Chersi”, ratificava la donazione e Colane Drasa da Ossero l’accettava quale procuratore dei Minori Osservanti. Il giorno seguente Fra Francesco Dragoni (De Dragonibus), vicario provinciale degli Osservanti di Dalmazia, chiedeva al sacerdote Don Cipriano Colombis, vicario del vescovo di Ossero, l’approvazione ecclesiastica per la costruzione della Chiesa e relativo Convento, che Colane Drasa, nobile osserino, aveva deciso di innalzare a Neresine in espiazione dei suoi peccati, a suffragio dei suoi parenti defunti ed a vantaggio degli abitanti della diocesi di Ossero e di tutta l’isola. Da quanto sopra appare evidente che la costruzione non può essere iniziata prima dell’ottobre 1505, molto probabilmente nel 1506, perché il 2 gennaio 1507 il Consiglio di Cherso ed Ossero prendeva in esame la supplica presentata dai Minori Osservanti di Neresine, che pregavano si condonasse loro un debito di quaranta lire, per impiegarle nella prosecuzione della fabbrica del Convento. Colane Drasa morì nel 1513, quando la Chiesa era già ultimata; la sua consacrazione avvenne nel 1515, come testimoniato da una lapide, presente nella stessa Chiesa. Le precisazioni sopra riportate diventano pertinenti, se si considera che gli attuali Frati Minori Osservanti hanno deciso di commemorare i 500 anni della fondazione della Chiesa e Convento nell’agosto 2003, con congruo anticipo quindi, rispetto alla reale data della ricorrenza storica.
La ricerca di una motivazione di tale anticipo, ci porta ad affermare che probabilmente sarebbe stato difficile mantenere aperta la Chiesa e il Convento alla reale data della scadenza storica, ossia il 2005; infatti, dopo la morte dell’ultimo frate residente, avvenuta alcuni anni fa, l’onere di celebrare i riti religiosi, anche se saltuariamente e soltanto nelle maggiori festività, veniva svolto da un anziano frate di Veglia, che oltre alla fatica dei doveri religiosi, doveva sobbarcarsi ogni volta anche un disagevole viaggio di andata e ritorno fino a Neresine. Attualmente è stato trovato un altro anziano frate e mandato a Neresine quale frate residente, tuttavia quest’ultimo ha qualche problema di “salute …”, inoltre è costretto a vivere da solo in quell’enorme complesso, senza nessun aiuto per farsi da mangiare, farsi il bucato, le pulizie ecc., quindi la sua permanenza è assai discutibile. Altro problema è l’attuale scarsa partecipazione dei fedeli alle Messe domenicali di precetto, non più di 15 persone, ed il numero è in continuo calo per la progressiva diminuzione, per naturale estinzione, degli ormai vecchi abitanti.
Se si tiene conto, inoltre, dell’attuale carenza di vocazioni religiose in Croazia, specialmente per i Frati Francescani, della precaria affidabilità dell’attuale frate residente, dello scarso numero di fedeli, soprattutto del rione Frati e che in paese è già presente un parroco, si teme che la chiusura definitiva della chiesa e del Convento sia inevitabile. Quindi tanto valeva “chiudere in bellezza”, con la struttura ancora in “attività”, al di là del rigore delle date storiche.
6. L’ipotesi secondo cui la bella tavoletta della Madonna delle Grazie sia stata portata in paese dalla Bosnia, dai primi immigrati in fuga dall’invasione turca, è stata fatta circolare in paese alla fine del XIX secolo, probabilmente dai frati croati sull’onda dell’offensiva nazionalistica filoslava da essi scatenata. Anche il Fabianich sbrigativamente la dice di “greco penello”, anche se più competenti ed accurati studi la attrbuiscono a un madonero (pittore di madonne) del XV secolo, di scuola sicuramente non orientale. La provenienza dalla Bosnia del quadro, riportata come voce di paese anche da P. Vittorio Meneghin, contrasta fortemente con la sequenza degli avvenimenti storici che hanno coinvolto le isole e la regione in quei lontani tempi. Infatti, la cappella della Madonna delle Grazie, era già dotata, fino ad un’epoca molto più recente, di un quadro della Madonna di un certo pregio di Girolamo di Santa Croce, sopra il quale e poi stato successivamente collocato quello della Madonna delle Grazie, quindi il nuovo quadro è stato posto nell’attuale ubicazione in tempi molto più recenti, presumibilmente nel XIX secolo, conseguentemente l’potesi del suo arrivo dalla Bosnia con gli immigrati in fuga dai turchi è perlomeno sfasato di due secoli. P. Pietro Iachetti nelle sue ricerche storiche del 1863 (da ricerche negli archivi Vaticani di P. Flaminio Rocchi), dice che il quadro si trovava addirittura nella cappella della residenza personale della regina di Francia Maria Antonietta, che a seguito della rivoluzione francese fu salvata da una sua fante (inserviente) e fatta pervenire alla corte imperiale di Vienna, assieme ad altri ogetti personali della regina. Gli “Annali Francescani” (Vol. VI 1875) registrano che l’imperatore Francesco Giuseppe regalò alla chiesa di S. Francesco di Neresine una rilevante somma di denaro assieme ad oggetti di culto, tra cui molto probabilmente c’era anche il quadro della nostra Madonna delle Grazie. Questa versione coincide molto più verosimilmente, per epoca storica, con i rilievi strutturali ed architettonici fatti sull'altare della Madonna e con la ristrutturazione della chiesa fatta in quel periodo.
7. Da vari documenti dell’archivio del convento di Neresine risulta che, per contrastare un’imposizione emessa nel 1721 dal vescovo di Ossero Nicolò Drasich, al fine di ottenere il pagamento delle decime, dovute per il possesso delle proprietà del convento, il 4 ottobre 1722, festa di S. Francesco, i Frati fecero solenne atto di rinuncia a tutti i loro beni, per poter più puramente osservare la regola francescana che vieta la proprietà, trasferendo il possesso dei loro capitali a quattro procuratori prestanome, che amministrarono i possedimenti passando i frutti ai religiosi, a questi rimaneva l’imposizione di soddisfare gli obblighi a cui i beni erano stati vincolati, obblighi consistenti prevalentemente nella celebrazione di un determinato numero di Messe. Da questi documenti si rileva che alcune rendite consistevano in tre quote da cento lire che si riscuotevano da Gaudenzio Ballon, Nicolò Draganich e Giuseppe Chirincich; tra i beni, una casetta ed alcune terre lasciate da Margherita Leni, 456 pecore suddivise nelle mandrie di Michal, Potok e Murtovnik. I frati rinunziarono anche ai diritti che avevano sul torchio di Giovanni Petris, allogato nel loro “mandracchio” (porticciolo), le cui rendite dovevano venire riscosse dai procuratori del convento e passate a quest’ultimo.
In altre scritture le proprietà sono elencate con maggior precisione. Vengono ricordate alcune: “mezzo gorgo” detto Pradicchia, lasciato al convento nel 1682 da Stefano Racich, una casetta in Kalmaz (Halmaz), altra casetta lasciata agli altari di S. Francesco e di S. Antonio da Antonia vedova Berichievich, alcune serraglie boschive e pascolative dalle parti di Puntacroce lasciate da Antonio Dragan, altra serraglia verso Bora, detta anch’essa Pradicchia, lasciata dagli eredi Lenicich, alcuni orti ed una casetta a Lussingrande, un pezzo di terra a S. Giacomo; vari lasciti di animali ed alcuni pascoli acquistati dal convento.
Da quanto sopra si può dedurre che fino alla prima metà del XVIII secolo, una buona parte delle proprietà terriere attorno al paese era ancora in possesso di cittadini di Ossero, Cherso, o comunque di non neresinotti. Dagli stessi documenti risulta invece che i “bravari” (capimandria) erano di Neresine: Marinzulich quello di Garmosal, Soccolich e Rucconich gli altri.
8. In merito alla lapide sepolcrale di Francesco Dragozetich, è del tutto priva di fondamento l’ipotesi, sostenuta da Donato Fabianich nel suo libro ”Storia dei Frati Minori in Dalmazia – Zara 1864”, e ripresa recentemente da alcuni giornali croati, secondo cui, i Drasa (che lui ha sempre erroneamente chiamati Drosa) avrebbero illirizzato il loro cognome in Dragozetich. Infatti, i discendenti della famiglia Drasa, di cui esiste ampia documentazione storica, almeno fino al XIX secolo, hanno mantenuto inalterato il loro cognome. Nella battaglia di Lepanto (1571), il sopracomito (comandante) della settima Galea del corno sinistro dello schieramento cristiano, quella di Cherso ed Ossero, denominata “S. Nicolò con la Corona”, era Colane Drasa di Ossero, molto probabilmente nipote di Simone Drasa esecutore testamentario del nostro vecchio Colane, appartenente alla stessa famiglia. Il sopracomito Colane Drasa nella battaglia si distinse con grande onore, tanto da meritarsi solenni encomi ufficiali dalla Repubblica di Venezia. Da altri documenti dell’archivio del convento, risulta che nel 1690, il capitano Francesco Drasa, lasciava ai frati: ”animali da pascolo n° 50, et li animali vivi da frutto posti nella mandria di Garmosal con tutte le sue raggion, habentie et pertinentie, ombrie et bonazze, spettanti a detti pascoli.” Altri documenti del 1818 menzionano ancora i Drasa di Ossero. D’altra parte da altri antichi documenti risulta che, contemporaneamente ai Drasa, risiedevano ad Ossero anche i Dragosetich. Da dati anagrafici di Neresine risalenti all’inizio del 1800, risulta anche che Domenico Rucconich di Neresine sposò Maria Dragosetich andando ad abitare a Ossero; poi rimasta vedova, la Dragosetich si risposò, nel 1824 (all’età di 31 anni) con Antonio Zorovich ancora di Neresine, andando ad abitare a Neresine al N° civico 99. Dalla ricostruzione dell’assetto urbanistico del paese e dall’individuazione di numeri civici delle case dell’epoca, Antonio Zorovich apparteneva alla famiglia dei Suievi (Sule), la più ricca famiglia di Neresine, quindi anche la Dragosetich molto probabilmente apparteneva a famiglia molto benestante.
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9. Tra le antiche carte ritrovate, è stato possibile ricostruire qualche pezzo di storia personale degli antenati, tra cui vale la pena di ricordare quella di Giovanni Rucconich, pronipote del padre guardiano del convento dei frati Antonio Rucconich (1721- 1807?), educato nel convento dal prozio, ed essendo intellettualmente molto dotato, era diventato l’amministratore generale dei beni del convento. Giovanni Rucconich fu anche per molti anni il gestore dell’amministrazione pubblica del paese, egli realizzò nel 1827 il primo censimento delle “anime” (600 abitanti), il censimento delle case con dettagliata elencazione degli abitanti e relativi dati anagrafici; nel 1828 realizzò anche il censimento agricolo del territorio del paese con specifico conteggio degli alberi di ulivo esistenti (9.398). Purtroppo Giovanni Rucconich, fu assassinato verso la metà del XIX secolo a Ossero, il giorno della festa patronale di S. Gaudenzio da alcuni osserini, che lo gettarono dalle alte mura facendolo precipitare sugli scogli sottostanti, per loschi motivi d’interesse (probabilmente in quanto amministratore generale dei beni del convento dei frati).
10. In una supplica dei primi anni del 1800, indirizzata dai rappresentanti della popolazione all’Imperatore d’Austria, tesa ad ottenere la permanenza dei frati a Neresine, si legge: - “… per la scarsezza di Religiosi (intesi come preti diocesani), in questo suburbio della città di Ossero nominato Neresine, necessitati sono stati li nostri antenati d’introdurre in esso suburbio un monastero di otto religiosi dell’Ordine de’ Minori Osservanti di S. Francesco, per la coltura spirituale di questa popolazione. E scorgendo per questo popolo sempre più necessari qui li detti religiosi per l’adempimento de’ Legati di Messe dai nostri antenati lasciati, ove nella loro chiesa soltanto in questo paese, due miglia distante dalla città stessa, tumulati vengono li nostri cadaveri; assistono questi alle sacramentali confessioni, all’infermi di un solo cappelan Curato che qui esiste tra le case disperse per le campagne, ed altri benefici spirituali che da essi riceviamo… Noi dunque Capi di questo popolo di Neresine d’Ossero, udite anche le fervorose istanze dello stesso, e noi tutti ben volentieri prostrati ai Piedi di sua Sacra Regia Apostolica Maestà, umilmente imploriamo la conferma qui de’ stessi religiosi a tenore di prima.”
11. Il Glagolito è una lingua veteroslava, inventata e introdotta in alcune nazioni slave dai santi evangelizzatori Cirillo e Metodio nel IX secolo. Il clero slavo della Moravia ebbe a quel tempo la concessione papale di usare tale lingua invece del latino, in quanto il popolo ed i preti di cristianesimo recente, erano troppo incolti per poter usare il latino nelle funzioni religiose.
I preti glagoliti nel corso del medio evo furono espulsi dalla Moravia, alcuni si installarono in Dalmazia, trovando qualche appoggio presso le popolazioni slave di recente immigrazione. Nei secoli successivi, nonostante l’esistenza di validi seminari e di preti esperti di latino, che rendevano superflua li e altrove l’antica concessione sull’uso del glagolito, parte del clero croato ancora conservava questa lingua in opposizione al latino, intendendo la concessione un diritto da mantenere comunque. L’uso del glagolito nei riti religiosi serviva loro per sostenere e rinforzare politicamente l’appartenenza all’etnia slava di interi abitati, anche se tale lingua non era compresa e conosciuta dalla popolazione. Nel XIX secolo il glagolito era praticamente scomparso ovunque, tranne che nella diocesi di Veglia. Alcuni preti e monaci slavi, sulla scia delle lotte nazionali tra slavi e italiani, iniziate verso la seconda metà del XIX secolo, tentarono, col consenso (o ordine) del vescovo di Veglia, di imporre l’uso del glagolito anche nelle isole di Cherso e Lussino, senza peraltro riuscirvi, per la tenace opposizione della popolazione.
12. Le informazioni sulle varie contrade sono ricavate da alcuni documenti, tra cui dei manoscritti originali, costituiti dai certificati di morte di tutti i deceduti a Neresine dal 1830 al 1860, scrupolosamente compilati, con tutti i dati personali, la contrada e numero di casa dell’abitazione, e la causa di morte. I certificati sono stati redatti per uso ufficiale di registrazione anagrafica da Giovanni Ghersan, su incarico del parroco di Ossero (che aveva funzioni di pubblico ufficiale). Il Ghersan era anche il sacrista (sacrestano) della Canonica di Neresine, ed era stato ufficialmente riconosciuto nelle sue funzioni dall’autorità governativa di Lussinpiccolo, e da questa regolarmente retribuito. I certificati da lui compilati, erano firmati, oltre che col suo nome e cognome, anche col titolo “professionale” di “Visitator de’ morti”.
13. I Sule, persone dotate di buona istruzione (capitani di lungo corso, medici, ecc.), furono i primi grandi commercianti del paese; essi comperavano dai contadini locali ogni tipo di mercanzia, che poi rivendevano nel mercato internazionale di allora. Le prime attività commerciali che intrapresero furono: l’acquisto intensivo da ogni parte delle isole di foglie d’alloro, bacche d’alloro e salvia ed il loro immagazzinamento, per poi rivenderle alle industrie di lavorazione in Austria e Germania. Per questo scopo costruirono lungo il porto del paese vari edifici per lo stoccaggio delle merci, appunto i magazzini, da cui derivò il nome “Magaseni” del porto stesso. Costruirono anche il più grande torchio del paese, quello appunto di Magaseni. Successivamente organizzarono ogni tipo di commercio: l’acquisto e rivendita di legname da ardere (i fassi) e dei prodotti di produzione locale, come formaggi, lana, olio, ecc. Organizzarono per primi anche l’acquisto, come grossisti, delle merci e dei prodotti finiti necessari alle attività del paese. La sempre crescente domanda di legname da ardere da parte delle industrie veneziane del vetro e da parte dell’intera area veneziana, per le esigenze del riscaldamento invernale delle abitazioni civili, li spinse, per primi in paese, a dotarsi, in proprio, di una piccola flotta di navi, per il trasporto del legname e delle altre mercanzie, in arrivo ed in partenza.
14. Trattasi del veliero denominato Màriza di 120 tonnellate di portata, poi ribattezzato nel 1923 Absirtides, in cui è stato installato un motore “Satima a testa calda”, di dieci cavalli di potenza. Il bastimento con quel piccolo motore riusciva a fare 3,5 nodi di velocità, propulsore che era utilissimo nelle lunghe bonacce estive del golfo di Venezia e per le manovre di attracco nei porti, specialmente in quello di Venezia. Prima dell’evento dei motori le manovre di attracco erano fatte con l’ausilio della passera di bordo (di solito un robusto caicio aperto di circa quattro metri o poco più, attrezzato per essere spinto da robusti remi), che veniva utilizzata per portare le zime (cime) a terra, ma soprattutto per rimorchiare il veliero dentro il porto di attracco. Particolarmente faticoso era l’approdo nel porto di Venezia: per portare la nave dall’imboccatura del Lido fino alle bricole della Salute, o alle Zattere, consueto posto di attracco delle barche di Neresine, bisognava aspettare, prima la marea favorevole e poi rimorchiarla con la passera spinta da due vogatori, per tutto il lungo percorso, fino al posto di ormeggio. La passera veniva anche utilizzata, nelle lunghe bonacce estive, per rimorchiare la “barca” verso le zone di mare, che manifestavano segni di qualche parvenza di brezza.
15. In merito all’armamento navale, questa attività, negli anni dalla fine della prima guerra mondiale fino all’inizio della seconda, ebbe uno sviluppo straordinario, e coinvolse intensamente pressoché tutta la popolazione, ben poche erano le famiglie che non fossero cointeressate nella gestione di una nave, come armatori o caratisti. Con l’introduzione della propulsione a motore, iniziata attorno al 1920, il volume di affari del settore navale ebbe un incremento rilevante, per l’aumento dell’intensità dei traffici, dovuto alla maggiore speditezza della navigazione, che non doveva più sottostare ai capricci del vento. La richiesta di legname da parte di tutta l’area veneziana, divennne sempre maggiore, anche per l’aumentata regolarità delle consegne dei carichi. A seguito di ciò nacque anche un nuovo mestiere: “il motorista”, personaggio del tutto nuovo ed al di fuori dei tradizionali canoni lavorativi paesani, ma molto importante, perché dalla sua perizia professionale dipendeva la maggiore o minore regolarità dei viaggi, quindi i migliori motoristi divennero quelli più richiesti e meglio retribuiti. I ragazzi del paese non mancavano mai di assistere alle manovre di attracco delle navi in porto, disputando animatamente tra di loro sulla perizia marinaresca dei vari capitani, nell’ormeggiare le “barche”. Si potevano udire valutazioni “professionali” come: “el se gà armisà in riva vecia con solo quattro colpi de avanti e zinque de indrio, … e con la prova in fora”; oppure: “per armisarse soto la Comun, el ga dà fondo davanti el garofulin, poi el se gà girà con tre de avanti adagio e quatro de indrio meza, e i ga butà le zime in tera senza la pasara”. I ragazzini del paese riconoscevano ogni “barca” dal rumore del motore; quando passavano la Cavanela di Ossero e iniziavano la navigazione in Tiesni, verso Neresine, essi, senza ancora scorgere la nave, già preannunziavano: “questo sè el Do Fradei (Due Fratelli), oppure “questo sè el Calandic’ (San Giuseppe), oppure ancora “la Madonna del Rorsario, el Tacito, el San Antonio”, e così via, e raramente si sbagliavano.
16. Le case di campagna di Bora, molto probabilmente hanno origini più antiche, perché vari ruderi sparsi qua e là per la campagna, alcuni nomi di loghi, come Stuari Stuàn, Stagnìna, Selò ed altri simili e documenti del XVI e XVII secolo ritrovati, che fanno riferimento alle stanze di Garmosal, Potok, Mical e Murtovnik, certamente confermano tali insediamenti. Gli stuagni o stanze (o anche stanzie) di Bora citate, tuttavia sono, o ricostruzioni di vecchie case o costruzioni più recenti, come si può evincere dalla tipologia architettonica e dal loro stato di conservazione.
17. Dai documenti ritovati nei vari archivi, risulta che l’incremento della popolazione ha avuto il seguente andamento: nel maggio 1827 gli abitanti di Neresine erano 600; 1000 nel 1850; 1047 nel 1880; 1180 nel 1890; 1308 nel 1900; 1665 nel 1910: Nel 1921 fu fatto un accurato censimento da cui emerge che Neresine aveva 1704 abitanti, Ossero 405, San Giacomo 279 e Puntacroce 201. Infine nel 1940 Neresine da solo raggiungeva i 2000 abitanti.
18. In merito all’istituzione della scuola elementare pubblica italiana e croata, ci fu un acceso dibattito tra la popolazione del paese, di cui sono rimaste le testimonianze documentali nei verbali delle sedute comunali, riguardanti la questione e in altri resoconti dell’epoca. Da tali documenti e dal racconto dei nonni, emerge che quando il Concistoro Vescovile di Veglia, da cui dipendeva la scuola di Neresine, decise con decreto del luglio del 1846, di abolire la scuola italiana in paese e di istituire al suo posto quella croata, successe una rivoluzione, la cittadinanza si ribellò in modo deciso, provocando qualche preoccupazione alle autorità governative, in merito al mantenimento dell’ordine pubblico. Ci furono molte riunioni in Comune sulla questione, tutte verbalizzate. Il sindaco del paese Giovanni Bracco, portavoce di quelli che volevano la scuola italiana, portò il forte argomento del grande e rapido sviluppo dell’armamento navale, richiedente la conoscenza della lingua italiana per tutti gli operatori del nuovo settore, perché questa era ovunque nell’Adriatico e in gran parte del Mediterraneo, l’unica lingua del mondo navale e dei commerci ad esso legati, quindi essenziale per il crescente sviluppo del paese. Sulla base di queste considerazioni fu inoltrato ricorso al Concistoro Vescovile, con la firma anche di tutti i “notabili”. Alla fine il Concistoro decise, nel 1858, anche dietro sollecitazione dei responsabili dell’ordine pubblico locale, che assieme alla lingua croata si continuasse l’insegnamento anche della lingua italiana, fu tuttavia mandato un Dispaccio dal Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione di Vienna, con severa raccomandazione ai maestri: “che veruna edizione dell’opera Le mie prigioni di Silvio Pellico, non sia adoperata nelle scuole quale libro d’esercizio per apprendere la lingua italiana”. Le ingiunzioni del Concistoro di istituire la scuola croata rimasero comunque lettera morta per alcuni anni, perché il maestro, tra l’altro, non conosceva bene il croato. Le cose nella scuola bilingue andarono avanti in modo abbastanza raffazzonato, finché, dopo il passaggio della scuola sotto la giurisdizione del Consiglio Distrettuale di Lussino, nel 1895 furono istituite due scuole separate, una italiana ed una croata. Le autorità del Consiglio Distrettuale decisero anche che le lezioni della scuola croata si svolgessero nelle ore pomeridiane, usufruendo di un’aula della stessa scuola italiana. Questa decisione parve alla maggioranza della popolazione come un ulteriore impedimento al regolare funzionamento della scuola italiana, quindi insorse con decisione, impedendo con la forza l’ingresso del maestro croato Cattarinich e dei suoi alunni nella scuola. A seguito di ciò si svolsero laboriose trattative con le stesse autorità, arrivando alla fine alla decisione di dotare la scuola croata di un nuovo e separato edificio scolastico, anche con il contributo economico delle stesse casse comunali. Fu scelta, perché disponibile, la casa in riva al porto di Alessandro Camalich, tuttavia per adattarla alle nuove esigenze furono necessari alcuni lavori, che richiedevano un certo tempo per essere eseguiti, quindi fintanto che la nuova sede non fosse pronta bisognava trovare una sede provvisoria. Il Consiglio Distrettuale decise di adibire a questo scopo un locale dell’edificio comunale. Il Comune si oppose energicamente a queste decisioni, e nella seduta di Rappresentanza del 26 aprile 1898 emise la delibera n° 568 che dice: – “La Rappresentanza comunale, udite le esaurienti comunicazioni del sig. podestà Giacomo Salata, ne approva con lode il contegno energico tenuto di fronte agli atti dell’autorità scolastica e politica nella questione del collocamento della scuola croata di Neresine, contro i quali eleva solenne protesta; ringrazia l’Eccelsa Dieta che se ne occupò rilevando le ragioni del comune e l’inclita Giunta provinciale ed i Suoi delegati che prestano aiuto alla Deputazione comunale; approva i ricorsi prodotti all’Eccelsa Corte di Giustizia in affari amministrativi per tale collocamento, all’Eccelso I. R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione contro lo scioglimento del Consiglio scolastico locale, illegale nelle forme e ingiustificato nella sostanza, e all’Eccelso I. R. Consiglio Scolastico Provinciale contro l’imposto risarcimento dell’indennizzo dell’alloggio al maestro della scuola croata suddetta; riconfermando i propri deliberati d.d. 28 maggio e 19 dicembre 1897, fa voti, che lasciato l’edificio scolastico comunale ad esclusivo uso della scuola italiana, siccome la necessità evidente e molteplici riguardi richiedono, sia trasportata con tutta sollecitudine la scuola croata nella casa Camalich, previ lavori d’adattamento più necessari, per li quali viene data facoltà alla Deputazione comunale di trattare col proprietario e di chiedere poi l’approvazione della Rappresentanza prima del contratto, ciò tutto affinché sia ripristinata presso ambedue le scuole l’istruzione intera e sia fatto cessare l’odierno stato di cose, dannose ad entrambe le scuole. Deplora che in onta alla precisa disposizione dell’articolo 1 della legge provinciale 11 febbraio 1873 n° 11 B.L .P. e alle sollecitazioni della podestaria, non siasi peranco ridata al comune quella ingerenza, che nell’amministrazione scolastica del suo circondario la legge gli accorda e per gli ingenti sacrifici fatti a vantaggio della pubblica istruzione gli compete; ed esprime la speranza che in futuro nelle questioni scolastiche si avrà maggiore riguardo della legale Rappresentanza della popolazione
Il sig. podestà viene incaricato di comunicare questi deliberati all’Eccelso I. R. Ministero del Culto e dell’Istruzione col tramite dell’Eccelso I.R..Consiglio scolastico provinciale e separatamente, anche alla Giunta provinciale.”
Malgrado tutte le proteste, anche solenni, l’intenzione politica del governo di favorire in tutti i modi la scuola croata ebbe il sopravvento, decidendo comunque di installare la classe della scuola croata nell’edificio cumunale. Il commissario politico Osti, rappresentante dell’Autorità Scolastica Distrettuale, accompagnato da un plotone di gendarmeria, chiesta la chiave al podestà, ebbe la seguente risposta: “Protesto ancora una volta nell’interesse morale-educativo di ambedue le scuole e non acconsento in nessun modo di cedere la stanza che si reclama. La chiave è qui, io non la cedo che con la forza.” Il commissario politico dovette ricorre alla forza e le chiavi vennero consegnate.
Alla fine della controversia la scuola italiana riprese regolarmente l’attività didattica nell’edificio comunale di origine, e la scuola croata nella nuova sede in riva al porto.
Dopo il passaggio delle isole alla Jugoslavia, le autorità locali fecero installare una lapide commemorativa nell’edificio dell’ex scuola croata al porto, tuttora esistente.
19. Dagli archivi della scuola italiana di Neresine sono emersi molti altri dati interessanti:
Anno scolastico 1900 – 1901. Maestri: Roberto Tonolli e Maria Dibarbora. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:177, di cui 95 maschi e 85 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 39, di cui 21 maschi e 18 femmine. Totale complessivo: 216. (Nda. Gli alunni “obbligati” erano quelli che ripetutamente bocciati, non avevano conseguito, fino l’età di 14 anni, la licenza della quinta classe elementare).
Anno scolastico 1901 – 1902. Maestri: Tonolli e Dibarbora. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 37, di cui 31 alla scuola italiana e 6 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:179, di cui 97 maschi e 82 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 31, di cui 14 maschi e 17 femmine. Totale complessivo: 210.
Anno scolastico 1902 – 1903. Maestri: Tonolli e Dibarbora. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 38, di cui 31 alla scuola italiana e 7 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:179, di cui 97 maschi e 82 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 37, di cui 19 maschi e 18 femmine. Totale complessivo: 216.
Anno scolastico 1903 – 1904. Maestri: Tonolli e Dibarbora; sottomaestro Arturo Dorigatti. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 42, di cui 29 alla scuola italiana e 13 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:154, di cui 81 maschi e 73 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 46, di cui 22 maschi e 24 femmine. Totale complessivo: 200. Dopo l’elezione del Patriarca Sarto di Venezia, grande amico di Neresine e di alcuni Neresinotti, alla Soglia Papale col nome di Pio X, il corpo docente della scuola italiana, a nome della scolaresca, mandò un telegramma di riverente augurio al nuovo papa per il suo genetliaco, che rispose: “Dirigenza Scuola Italiana – Neresine – Il Santo Padre, commosso per gli auguri espressigli, ringrazia e benedice con tutta l’effusione del cuore codesto corpo docente e tutti gli scolari.”
Anno scolastico 1904 – 1905. Maestri: Tonolli e Dibarbora; sottomaestro Arturo Dorigatti. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 28, di cui 21 alla scuola italiana e 7 alla scuola croata. Ulteriori 3 alunni passarono durante l’anno scolastico, dalla scuola croata a quella italiana. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:146, di cui 73 maschi e 73 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 44, di cui 23 maschi e 21 femmine. Totale complessivo: 190.
La “Lega Nazionale” apre la nuova scuola a S. Giacomo, alleggerendo quella di Neresine di 36 scolari.
Anno scolastico 1905 – 1906. Maestri: Tonolli e Scoppinich, sottomaestro Pio Malis. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 42, di cui 31 alla scuola italiana e 11 alla scuola croata. Ulteriori 22 alunni passarono durante l’anno scolastico, dalla scuola croata a quella italiana. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti: 157, di cui 82 maschi e 75 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 40, di cui 16 maschi e 24 femmine. Totale complessivo: 197.
Anno scolastico 1906 – 1907. Maestri: Tonolli e G. Rucconich, sottomaestro G. Salata. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 35, di cui 29 alla scuola italiana e 6 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:166 di cui 79 maschi e 87 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 42, di cui 17 maschi e 25 femmine. Totale complessivo: 208.
Anno scolastico 1907 – 1908. Maestri: Tonolli e T. Malis, sottomaestro G. Salata. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 29, di cui 18 alla scuola italiana e 11 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:153 di cui 76 maschi e 77 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 41, di cui 21 maschi e 20 femmine. Totale complessivo: 194.
Il fattaccio: – A seguito di uno Speciale Decreto dell’I. R. Ministero del Culto e dell’Istruzione di Vienna, emesso nel 1897, che stabiliva che nella scuola italiana di Neresine anche l’istruzione religiosa dovesse essere impartita nella lingua della scuola, la Direzione Didattica sollecitò ripetutamente il frate insegnante in tal senso, il quale, seguendo anche le direttive del vescovo Mahnich di Veglia, si rifiutò di aderire alle ingiunzioni dell’Autorità Scolastica, per cui fu espulso dalla scuola. A seguito di ciò l’I. R. Consiglio Scolastico Provinciale conferì l’abilitazione all’insegnamento sussidiario della religione ai docenti Tonolli e Malis. La reazione del Vescovo non si fece attendere, e si concretizzo con la scomunica dei due maestri e delle autorità provinciali che avevano concesso l’abilitazione, proibendo al clero di avere contatti con gli scomunicati. Non sono state trovate carte negll’archivio della scuola che ci facciano sapere come si sono evoluti gli eventi, ma da altri documenti rinvenuti negli archivi Vaticani, risulta che il Papa Sarto, Pio X, sia intervenuto personalmente e duramente nei confronti del vescovo di Veglia, per redimere, tra altre questioni, anche quella della scuola di Neresine. Il Papa successivamente rimosse dalle sue funzioni il vescovo Mahnich richiamandolo a Roma “per altri incarichi”.
Anno scolastico 1908 – 1909. Maestri: Tonolli e T. Malis, sottomaestra Editta Marotti. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 31, di cui 24 alla scuola italiana e 7 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:142 di cui 69 maschi e 73 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 44, di cui 23 maschi e 21 femmine. Totale complessivo: 186.
Anno scolastico 1909 – 1910. Maestri: Tonolli e P. Lorenzoni, sottomaestro G. Rucconich. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 40, di cui 31 alla scuola italiana e 9 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:146 di cui 67 maschi e 79 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 46, di cui 23 maschi e 23 femmine. Totale complessivo: 192.
Anno scolastico 1910 – 1911. Maestri: Tonolli e P. Lorenzoni, sottomaestro G. Rucconich. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 40, di cui 31 alla scuola italiana e 9 alla scuola croata. Altri 2 alunni passarono durante l’anno scolastico, dalla scuola croata a quella italiana. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:151 di cui 69 maschi e 82 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 51, di cui 25 maschi e 26 femmine. Totale complessivo: 203
Anno scolastico 1911 – 1912. Maestri: Tonolli e P. Lorenzoni, sottomaestro G. Salata. Nuovi alunni iscritti alla classe prima: 34, di cui 25 alla scuola italiana e 9 alla scuola croata. Alunni dai 6 ai 12 anni frequentanti:151 di cui 65 maschi e 86 femmine; alunni “obbligati” dai 12 ai 14 anni: 40, di cui 19 maschi e 21 femmine. Totale complessivo: 191.
La Direzione scolastica di quest’anno era composta da: Gaudenzio E. Marinzulich (Zanettic’evi), Preside del Consiglio Scolastico Locale. Eliodoro (Elio) Bracco, Referente scolastico. Roberto Tonolli da Aldeno (Trento), maestro superiore definitivo di seconda categoria. Pia Lorenzoni da Rallo (Trento), maestra definitiva di terza categoria. Gaudenzio Salata da Ossero, sottomaestro provvisorio abilitato.
A proposito della scuola di Neresine, vale la pena sottolineare che, tra le varie “inesattezze” commesse da Enver Imamovich, nel suo libro “Nerezine na otoku Losinju”, c’è anche una che riguarda la scuola, ossia una vecchia e bella fotografia di gruppo, raffigurante tutti gli scolari della scuola popolare mista di Neresine, incluso l’insegnante che non voleva o non sapeva insegnare la lingua croata, fatta passare come foto di gruppo della sola scuola croata, che addirittura ancora non esisteva in quanto tale. Si dilunga anche, in più pagine, a nominare con nome e cognome ciascun ragazzo della foto, ignorando che circa il 90% di quelli menzionati era iscritto alla sezione italiana, come dai documenti dell’archivio della scuola ampiamente riscontrato.
Altra “inesattezza” dell’ignaro Imamovich, è la parte, invero molto estesa, in cui si compiace di trascrivere una sfilza di filastrocche e poesiole insegnate ai bambini della scuola elementare croata, fatte passare per i canti del folclore paesano.
20. Si racconta che il pulpito della chiesa, costruito in legno finemente scolpito con figure di riferimento religioso, fosse stato costruito dall’artigiano “marangon” Domenico Cavedoni, molto rinomato per la sua perizia professionale e per la gelosia dei segreti della sua arte. Per scolpire il pulpito e per realizzare le opere più difficili, lavorava di notte e da solo, alla luce di “potenti” lumi a petrolio, anche perché di giorno doveva occuparsi del suo attivo laboratorio e dei numerosi garzoni che vi lavoravano. Si dice che per i lavori notturni in chiesa avesse consumato, appunto per l’illuminazione, due latte di petrolio, della capacità di circa venti litri l’una.
21. La tomba di famiglia di Domenico Zorovich (Sule), è stata posta all’esterno del cimitero, a seguito dei gravi contrasti politici che lo stesso Domenico Zorovich ha avuto coi frati croati, a seguito della forzata introduzione della lingua croata, in alcune preghiere del rituale della chiesa, in sostituzione del latino. Domenico Zorovich fu uno dei più strenui sostenitori del mantenimento del latino, a tal punto che, pur essendo credente cattolico convinto, in letto di morte rifiutò l’assistenza dei frati croati! Testimonianza di ciò è il necrologio fatto stampare dalla famiglia alla sua morte, rinvenuto tra vecchie carte, che dice: “Splenda l’eterna pace all’anima di Domenico Zorovich da Neresine – Capitano Mercantile, che sul cadere del giorno 6 di gennaio 1910, a soli 67 anni, placidamente spirava – O Dio di pietà e misericordia, accogli pietoso l’anima del tuo servo Domenico, che cattolico per principi ed educazione, si allontanava dalla Tua Casa solo quando, contro ogni diritto di storia e di giustizia, s’introdusse la politica abolendo la lingua latina nelle sacre funzioni. Il suo vivo attaccamento alla lingua universale della Chiesa Cattolica gli sia messo fra le opere buone, assieme al vivo desiderio che avea, nei supremi istanti, di ricevere i conforti religiosi.”
22. Tra le varie carte ritrovate c’è il necrologio, fatto stampare dal maestro della scuola elementare di Neresine, Roberto Tonolli, per commemorare gli ex allievi della scuola italiana, caduti in guerra che dice: – “Anime pietose e credenti spargete fiori, lacrime e preci espiatrici, sulle fosse ignorate e lontane dei miei discepoli della Scuola Popolare Italiana di Neresine, Isola di Lussino, che divelti quali tenere piante dal tremendo uragano della guerra mondiale, da questo mondo di miserie, salirono a Dio: Gianni Zuclich d’anni 27, morto a Vienna 1918. Giuseppe German d’anni 19, morto ad Insbruk 1915. Venanzio Soccolich d’anni 23, morto in mare 1918. Martino Buccaran d’anni 26, morto a Neresine 1919. Antonio Sigovich d’anni 28, morto a Sebenico 1919. Romano Gercovich d’anni 19, morto a Bressanone 1918. Eugenio Bracco d’anni 22, morto in Galizia 1914. Antonio Santulin d’anni 20, morto a Cornovitz 1917. Giovanni Berichievich d’anni 20, morto nei Carpazi 1917. Gaudenzio Salata, collega, d’anni 33, morto a Neresine 1919”.
23. Nell’ambito dello sviluppo culturale di Neresine nel XX secolo, merita un ricordo Luigi Sigovich, da tutti conosciuto come Gigi. Il Gigi era una persona dotata di grande intelligenza, purtroppo all’età di tre anni fu colpito da una grave forma di rachitismo (come altri tre suoi fratelli), quindi è cresciuto in modo deforme, rattrappito su se stesso, superava di poco il metro d’altezza, pur avendo grandi mani (e testa) da longilineo. Fin da bambino ha vissuto come e con gli altri suoi coetanei in perfetta normalità, incurante della propria deformità. La sua grande personalità, la sua innata saggezza ed il suo spiccato senso dell’umorismo, anche autoironico, lo fecero diventare una specie di “leader” tra i suoi compagni. Ultimo di numerosi fratelli, per le restritezze economiche della famiglia, non potè frequentare altre scuole, oltre alle elementari del paese, dove comunque si distinse per profitto ed intelligenza; malgrado ciò, assetato di conoscenza, da autodidatta acquistò un consistente bagaglio culturale, di gran lunga superiore a quello che la sola scuola elementare gli aveva potuto dare. Dotato anche di grande modestia, non ostentava mai la sua superiorità intellettuale con gli altri, anzi, molto probabilmente non ne era nemmeno del tutto consapevole, tuttavia tutti ambivano alla sua amicizia ed era ricercato in ogni circostanza di socializzazione. Al gioco delle carte era il partner più richiesto, al gioco della morra era imbattibile, nelle “gangade” era sempre protagonista. Di professione faceva il ciabattino, la sua calzoleria nello stuagne Sigovic’evo in Piazza, era diventata il club culturale del paese, e mentre lui continuava a lavorare al suo deschetto, intorno a lui c’erano sempre tre o quattro amici venuti per discutere su ogni argomento ed a scherzare. I suoi amici, quando avevano dei problemi, anche con la ragazza, ricorrevano a lui per consigli, consulenze o soltanto per conforto.
Una delle usanze del paese era quella di ingaggiare per una o più giornate un calzolaio, per fargli riparare tutte le scarpe rotte della famiglia, accumulatesi durante un intero anno di lavoro ed anche per fargli confezionare le scarpe nuove necessarie per il fabbisogno famigliare. Il contratto prevedeva che il calzolaio svolgesse il suo lavoro nella casa del cliente, in cui si recava la mattina, armato del proprio deschetto e del rusak (zaino) contenente tutti gli ordegni (attrezzi) del mestiere; il cliente, da parte sua, oltre al prezzo pattuito, doveva fornire anche il pranzo al lavorante. Il Gigi naturalmente era il calzolaio più richiesto. Mi ricordo da bambino, quando il Gigi veniva a lavorare a casa nostra, io per quelle giornate dimenticavo tutti i giochi e stavo tutto il giorno accanto a lui ad ascoltare affascinato i sui discorsi e probabilmente anche ad importunarlo coi miei.
Discutere col Gigi di argomenti importanti, con contenuto anche filosofico o politico, era un’esperienza indimenticabile, perché la sua infervorata razionalità dialettica, il sapiente modulare della profonda voce, affascinava e convinceva tutti. Anche alcuni turisti, intellettualmente dotati, giunti in vacanza in paese, avendolo conosciuto, sono rimasti affascinati dalla sua personalità e gli sono diventati grandi amici.
Questo ricordo del Gigi, oltre ad essere doveroso, è certamente condiviso da tutti i compaesani, ovunque si trovino nel mondo.
24. I marinai di Neresine che persero la vita con le loro navi per azioni belliche furono: Giuseppe Carlini (Carlich) a Civitavecchia durante un bombardamento ed il conseguente affondamento del San Francesco, di cui era anche caratista (1943); Fruttuoso (Frutto) Camalich, comandante e caratista, durante l’affondamento in Grecia della sua nave Nuovo Impero (1943); Andrea Ollovich, durante l’affondamento di una nave da guerra in cui era imbarcato, lasciando sola la giovane moglie, da poco sposata, in attesa della prima figlia; Marino Camalich, comandante e proprietario del San Vincenzo, sequestrato ed ucciso in Dalmazia dai partigiani comunisti di Tito (1944).
Altri giovani neresinotti morti in guerra o per causa di guerra furono: Antonio (Toni) Rocchi Capitano di lungo corso, Marino Rocchi marinaio, Marino Matteoni marinaio, Lino Bracco marinaio, Willy Sattalich ufficiale esercito (Russia), Mario Zorovich (Rossich) (Germania), Giuseppe Bracco (Jose Mercof) motorista, Antonio (Toni) Zuclich, Giuseppe Marinzulich (Jose Ambrosich) marinaio, Maurizio (Izio) Marinzulich.
25. Le navi di Neresine scampate alla guerra furono soltanto sette, di cui sei confiscate e nazionalizzate dol governo jugoslavo, ossia: Madonna del Rosario, Ricordo, Carmen, Daniele Manin, Eugenio C, Anita, mentre la Rita, rimasta in Italia, ha continuato a navigare nel Mediterraneo fino al 1953, anno in cui naufragò sulle coste rocciose della Corsica, durante una tempesta.
26. A proposito dei beni della chiesa, trattasi delle proprietà del Convento dei Frati, consistenti nel torchio (il frantoio per macinare le olive e produrre l’olio) sito nel porticciolo, del cosiddetto “bosco dei frati” e della vigna e pineta prospicienti la chiesa. Questi terreni sono stati assegnati all’azienda statale “Losinska Plovidba”, che ne ha usufruito per costruire un campeggio. Quando dopo la guerra di secessione jugoslava del 1992 e la costituzione dello Stato indipendente di Croazia, i beni statali sono stati privatizzati, stranamente i terreni del convento e relativo campeggio sono diventati di proprietà della società privata “Losinska Plovidba”, di cui sono diventati a loro volta proprietari alcuni dirigenti della vecchia ex azienda statale. Invano i frati hanno chiesto e continuano a chiedere la restituzione dei terreni confiscati; secondo il nuovo stato di diritto, pare che i nuovi proprietari dei beni, abbiano legittimità legale di tenerseli. Attraverso lo stesso meccanismo “legale” anche il Municipio, l’edificio della vecchia scuola elementare, la Cassa Rurale ed anche lo squero, sono diventati proprietà privata. In merito al torchio (Tuorich) dei frati, dopo la confisca, tutti i macchinari sono stati smantellati e sparsi nei dintorni, e ciò per utilizzare l’edificio come magazzino o meglio ricettacolo d’ogni sorta di rottame e vecchie cianfrusaglie, di fatto è stato utilizzato da due privati cittadini del rione Frati, come loro magazzino, senza per questo spendere un solo pensiero per la manutenzione e conservazione dell’edificio; infatti, dopo tanti anni d‘incuria, il tetto ed il piano intermedio sono crollati, gli infissi delle porte e finestre sono stati divelti; quello che è stato il simbolo di una storia e di una nobile tradizione del paese e che per più trecento anni ha egregiamente resistito alle intemperie, alle raffiche rabbiose della bora ed alla vetustà, nulla ha potuto contro la nuova cultura instauratasi in paese. A proposito di cultura, è doveroso dire che, il neresinotto Aldo Sigovini, sensibilmente toccato dal forte degrado del tuorich dei frati, ha promosso il suo restauro, utilizzando dei finanziamenti, previsti da una legge della Regione Veneto, di cui era anche funzionario, la n° 15/94, che prevede la tutela e valorizzazione della cultura veneta in Istria e Dalmazia. Il finanziamento, fornito al Comune di Lussinpiccolo, attuale proprietario dell’edificio, è stato parzialmente utilizzato per la ricostruzione del tetto (con coppi moderni, stile villetta al mare), la restante parte dovrebbe essere utilizzata, si spera presto, unitamente ad un contributo da parte dello stesso Comune, per il completamento del restauro.
27. Per dovere storico e per onorare i nostri compaesani che hanno subito la galera, e più degli altri hanno patito violenze e torture, ci sembra giusto ricordarli: – Domenico Camali armatore e Gilberto Buccaran segretario comunale, arrestati il giorno dopo l’occupazione, per delazione di persone note e dopo poco uccisi, probabilmente nelle foibe istriane. Giovanni Menesini, sindaco del paese, arrestato assieme ai due precedenti, ma fatto riportare a Neresine dal presidente dell’Odbor (nuovo sindaco) Ivan Zorovich (Scrivanelo) per effettuare la consegna della contabilità comunale e di altre documentazioni amministrative, è stato pretestuosamente da lui trattenuto per alcuni giorni in paese, facendo in modo che perdesse il posto nella barca in partenza per le foibe; ha avuto quindi salva la vita, grazie ai ritardi artatamente procurati. Giovanni Garbassi (Garbaz) arrestato e detenuto per un certo tempo per motivi sconosciuti. Silvestro (Silvio) Bracco, arrestato e torturato per dieci giorni, nell’intento di fargli confessare inesistenti loschi traffici “politici”, che secondo le autorità paesane dell’odbor, egli conduceva durante i suoi viaggi a Trieste con la piccola barca Rigel, di sette metri di lunghezza. Giuseppe (Bepi) Rucconich e Giovanni (Nino) Cicin detenuti per alcuni mesi in prigione senza processo, dietro delazione di un compaesano, confidente della polizia politica, per reati non noti. Anna Bracco ventunenne, arrestata e torturata per oltre dieci giorni dalla polizia politica, per aver accompagnato a Trieste alcuni ragazzi del paese, affidatili dai genitori, affinché potessero espatriare in Italia. Domenica Camali (vedova di Pasquale dei Pasqualignevi), imprigionata e picchiata per ragioni non note. Bortolo Rucconich, portato a Volosca ed incarcerato per 40 giorni senza motivo noto. Renato Bracco, imprigionato. Marino Sigovich, incarcerato alcuni mesi per ragioni non note. Rino Bonich incarcerato per ragioni non note. Beniamino Soccolich (Begnamo Castelanic’), incarcerato perché padre di Piero e Giuseppe (Bepic’iu), fuggiti con la barca Menka di cui si parla in questa storia. Dolores (Dora) Castellani-Boni, incarcerata perché suocera di uno di quelli fuggiti, assieme a moglie e figlio piccolo, con la Menka. Nives Rocchi-Piccini incarcerata perché moglie di uno dei fuggiti con la Menka. Degli altri compaesani incarcerati si parla nella sottostante nota 30.
28. In merito alla barca Zora, poi ribattezzata Seca, per verità storica sembra giusto fornire altre precisazioni. Trattasi della barca in costruzione presente nello scalo piccolo dello squero, ma già ultimata, confiscata, assieme allo squero stesso, ai proprietari Camali (Costantignevi), dichiarati “nemici del popolo”. Poco dopo, alcuni dei fratelli Zorovich (Ferdinandovi), sono diventati i nuovi proprietari della barca, dietro formale (anche se non sostanziale) acquisto dallo Stato Jugoslavo.
29. La storia di questo viaggio è stata raccontata in un bel libro, intitolato “La mia Odissea col mare”, scritto dalla moglie del minore dei tre fratelli Zorovich fuggitivi, Nori Boni Zorovich e recentemente pubblicato dalla Edizioni Segno – Tavagnacco (UD).
30. La condanna alla dura galera di questi neresinotti, arrestati il 29 marzo 1949, fa parte a pieno titolo della storia del paese, non solo perché nei cinquecento anni di esistenza di Neresine non si erano mai verificati avvenimenti di questo genere, ma soprattutto perché conseguenti a totale assenza di motivazioni giuridicamente sostenibili; infatti, come si legge nella motivazione scritta della condanna, emessa dal tribunale di Lussinpiccolo, ed in possesso dei superstiti, essi sono stati riconosciuti colpevoli di tramare la fuga in Italia, e le prove di questo reato erano le testimonianze e delazioni di alcuni compaesani, compiacenti al regime (tutti noti). Non solo, ma per rigore storico bisogna anche dire, che i capi politici del paese manifestarono esplicitamente il loro compiacimento verso le condanne, a tal punto, che uno di loro si premurò di andare ad Ossero, il giorno in cui i prigionieri venivano trasportati nelle carceri “rieducative” di terra ferma, per impedire ai parenti, accorsi per un ultimo saluto ai loro cari, di avvicinarsi alla nave, durante la regolamentare sosta in quello scalo. Il dovere storico ci impone anche di ricordare i nomi di questi sventurati e la pena a cui furono condannati: Roberto (Bertino) Berri a cinque anni, Quirino Marinzulich (Chirin Ambrosic’) a 4 anni e 4 mesi, Latino Bracco a tre anni, Domenico (Eto) Boni a 15 mesi, gli altri, ossia Giovanni (Nino) Soccolich (Bubgnic’), Igino (Gino) Lecchich, Narciso Vescovich, Antonio (Toni) Linardich e Simeone (Sime) Buccaran a pene variabili da un anno ad alcuni mesi. Eto Boni e Nino Soccolich (Bubgnic’), scontata la pena, furono mandati per altri 2 anni in uno speciale reparto “di rieducazione” dell’esercito jugoslavo, dove patirono sofferenze, ancora più gravi di quelle della sola galera. Merita una particolare menzione anche Giorgio Boni, di Dragosettich, uomo dimostratosi di grande personalità e dirittura morale, sposato con una donna di Neresine e da considerarsi di fatto compaesano a tutti gli effetti, che processato in altra sede per gli stessi motivi dei precedenti, fu condannato a 7 anni di galera; il malcapitato, nella convinzione di essere innocente interpose appello, così si beccò altri 7 anni!
USI E COSTUMI
Il paese di Neresine, come abbiamo visto in precedenza, iniziò a costituirsi verso il XVI secolo, i primi abitanti erano in gran parte poveri contadini slavi, intere famiglie, presumibilmente in fuga dall’invasione Ottomana dei Balcani, arrivate per cercare pace e prosperità; erano di religione cristiana, e naturalmente portarono con se le loro tradizioni, la loro lingua e i loro usi e costumi, certamente non sapevano leggere e scrivere, altrimenti ne sarebbe rimasta qualche traccia. L’impatto con la gestione amministrativa, organizzazione sociale e cultura veneta che vigeva a quei tempi nel territorio, gestito dalle Città di Ossero e Cherso, per quanto potesse essere stato grande, fu assorbito senza ripercussioni traumatiche, sia dalle comunità residenti, che dai nuovi arrivati. La convivenza fu caratterizzata dalla tolleranza e dal rispetto reciproco, non ci sono notizie di conflitti politici o sociali per i primi tre secoli di residenza. La vita nel paese era gestita in modo autonomo dagli abitanti che continuavano a mantenere la lingua, gli usi e le tradizioni di origine, pur assorbendo gradualmente quelle del posto.
L’arrivo nel XVII secolo di nuovi emigranti di origine istriana, dalmata ed italiana, non provocò rilevanti cambiamenti, perché i nuovi arrivati erano prevalentemente uomini scapoli, che si affrettarono a sposare le ragazze del posto, formando nuove famiglie, interamente inserite nelle tradizioni del paese. I figli nati dalle nuove unioni restarono di madrelingua slava, ed anche i nuovi arrivati, in prevalenza capaci di leggere e scrivere, adottarono il dialetto del paese come loro lingua quotidiana, pur conservando la conoscenza della lingua italiana, anche perché era l’unica ufficiale scritta e parlata nel territorio ed unico strumento di acculturamento.
Le donne vestivano abiti conformi alle usanze dei paesi d’origine, che erano di foggia tipicamente balcanica e nei giorni di festa indossavano il bellissimo costume tradizionale. Fino al XX secolo inoltrato, l’abito di matrimonio delle spose del paese era rimasto il costume, tanto più riccamente adornato quanto più la famiglia della sposa era abbiente.
Le campane. Negli usi e costumi del paese le campane hanno avuto un ruolo importante, specialmente quelle del campanile della chiesa “dei Frati”, perché accompagnavano con il loro suono, a volte allegro a volte triste, la vita degli abitanti ed annunciavano con sequenze precise gli eventi quotidiani. Il loro rintocco si estendeva ben oltre l’area del paese, raggiungeva tutte le campagne circostanti, da Bora a Tarsic’, fino a San Giacomo ed Ossero.
Le attuali campane sono state installate nell’anno 1930, furono acquistate con fondi raccolti in paese e tra i compaesani residenti in America, e furono ordinate ad una fonderia di Vittorio Veneto, per sostiture quelle vecchie, piccole e molto stonate.
La campana “granda”, di 508 kg, fu pagata dai Neresinotti di New York raccogliendo i fondi tramite la “Susaida”. Essa è dedicata alla Madonna Immacolata e porta la scritta: ”Questo concerto di campane – La mirabile concordia del popolo di Neresine – unita ai fratelli lontani d’America – fece fondere – a perenne memoria del suo amore a S. Francesco e ai suoi figlioli – e alla gloria di Dio – nell’anno del Signore 1930”;
La “mezzana”, di 404 kg, dedicata a S. Francesco, porta la scritta: ”Proteggi o Padre S. Francesco, il popolo tuo devoto e benedici i suoi faticati sudori”.
La “piccola”, di 279 kg, dedicata a S. Antonio, porta la scritta: ”Ti richiamo, sollecita il passo”.
Le ultime due campane furono pagate con fondi raccolti tra gli abitanti del paese, in gran parte armatori, caratisti e proprietari terrieri.
Tutti i giorni scandivano il ritmo delle attività lavorative della popolazione, iniziando verso l’alba col suono dell’Ave Maria, a mezzogiorno annunciavano la sosta per il pranzo e alla sera verso il tramonto di nuovo l’Ave Maria per il ritorno a casa. Ai bambini veniva insegnato di farsi il Segno di Croce ogni volta che suonava l’Ave Maria. A proposito dell’Ave Maria della sera, le mamme e le nonne insegnavano ai bambini, come ammonimento e raccomandazione, la giaculatoria: “Ave Maria o in casa o per la via”. La campana utilizzata in queste circostanze era la “mezzana“.
La campana “dei Frati” era anche quella che durante i funerali, quando il corteo funebre, avvicinandosi al cimitero arrivava in prossimità del bivio tra la strada principale e quella per Halmaz, iniziava a suonare per accompagnare, col suo triste rintocco, il compaesano nel suo ultimo viaggio terreno, fino alla sepoltura.
La chiamata per le cerimonie religiose avveniva secondo le seguenti modalità: La Messa “piccola” quotidiana alla mattina di buon’ora, veniva annunciata con una sola suonata della “piccola”, per non essere confusa con l’Ave Maria; la Messa “Granda” domenicale e delle altre feste comandate delle ore nove, era annunciata con un primo prolungato scampanio a stormo delle tre campane alle otto e mezzo (mezzora prima della funzione religiosa), poi un secondo grande scampanio a stormo ancora delle tre campane alle nove meno un quarto, seguito dal suono della sola “mezzana“ per indicare appunto la seconda chiamata, infine alle nove l’ultimo scampanio a stormo delle tre campane, seguito dal suono della sola “piccola”. La cerimonia religiosa della domenica pomeriggio, il “Vespero” veniva annunciato con un solo scampanio a stormo delle tre campane.
Nei giorni precedenti le festività più importanti come Natale, Pasqua, Corpus Domini, San Antonio, San Francesco e le altre feste più importanti, veniva lungamente suonato il “campanòn” per annunciare l’arrivo di queste ricorrenze, così era chiamato il ritmico scampanio delle tre campane della chiesa dei frati: si saliva nella cella campanaria del campanile, di solito due o tre persone per darsi il cambio, data la lunga durata del “concerto”, si legavano opportunamente i battagli delle tre campane e tramite adeguati rinvii, venivano suonate contemporaneamente da un suonatore esperto, che tirava fuori una sorta di martellante allegra melodia, secondo uno spartito, mai scritto, ma fedelmente tramandato dalle generazioni precedenti. Nei giorni delle grandi festività, il “campanòn” veniva anche suonato negli intervalli tra le varie funzioni religiose.
Per le stesse ricorrenze il “campanòn” veniva suonato anche con le due campane della chiesa di Santa Maria Maddalena, che è stata la chiesa parrocchiale fino alla costruzione del Duomo. Di solito il suonatore, sempre un podgorano (abitante della contrada Bardo), si arrampicava sul tetto della chiesetta e tenendo in mano i due battagli si esibiva nei prolungati allegri scampanii, come voleva l’antica tradizione.
In quei giorni l’allegro suono dei due “campanòni” si spargeva per tutto il paese, rincorrendosi e sovrapponendosi allegramente sotto la complice spinta del vento, generando nella popolazione uno stato d’animo di festosa attesa di vigilia.
Purtroppo il “campanòn” non viene più suonato da moltissimi anni, sia quello dei frati che quello di S. Maria Maddalena, il regime politico intauratosi dopo il 1945, non consentiva esibizioni sonore di quella natura, ed ormai attualmente non ce più nessuno che possa o sia in grado di suonarlo.
Le campane di Santa Maria Maddalena, contemporaneamente a quella piccola del Duomo, venivano anche suonate per richiamare i fedeli alle funzioni religiose celebrate appunto in Duomo.
La morte, in qualunque parte del mondo di un neresinotto, veniva e viene tuttora annunciata dal prolungato suono di una delle due campane della chiesa di Santa Maria Maddalena, che col suo martellante e insistito rintocco sparge per il paese, un senso di struggente tristezza. (Probabilmente questa antica tradizione cesserà con la morte dei due fratelli Zorovich che ora si sobbarcano questa incombenza).
Alcuni anni fa, visto che per la drastica riduzione della popolazione del paese non era più possibile trovare la disponibilità di tre robusti uomini per suonare manualmente le campane dei frati, è stato installato un sistema motorizzato funzionante elettricamente, tuttavia da qualche tempo non viene comunque più suonata l’Ave Maria, e ci sono evidenti segni che tra non molto tempo si smetterà di suonarle del tutto.
Visto che si parla di campane, è opportuno dire anche delle nuove “campane artificiali” recentemente installate in Duomo, ossia di un moderno impianto di amplificazione elettronica, finanziato anche questa volta da Neresinotti d’America, fatto installare dal parroco: trattasi di un fragoroso rumore riproducente la registrazione di un concerto di campane stonate e male assortite, che, oltre ad affliggere i malcapitati paesani nell’ora del richiamo alle funzioni religiose, con il primo scampanio quotidiano alle 6 e 30 del mattino anche d’estate, viene messo in funzione anche per battere le ore e le mezze ore della giornata e per “suonare” l’Ave Maria di mattina, mezzogiorno e sera. (Ogni mezzogiorno, prima vengono “sparati” i dodici rintocchi delle ore, e subito dopo viene suonata l’Ave Maria, anche in piena stagione turistica).
I matrimoni. I matrimoni erano avvenimenti molto importanti e coinvolgevano in qualche modo gran parte del paese; essi erano preceduti da lunghi fidanzamenti che si concludevano con con il rituale della visita ad uno ad uno di tutti i parenti, per il saluto e la presentazione definitiva dello sposo/a. Poiché il giro delle visite, molto formali, includeva sia i parenti dello sposo che quelli della sposa, questo girar di casa in casa spesso diventava un tour de force molto faticoso, considerando la grande prolificità delle famiglie del paese.
Le feste di matrimonio vere e proprie duravano anche due o tre giorni, a seconda delle condizioni economiche della famiglia dello sposo e si svolgevano, più o meno, col seguente rituale:–
Alla mattina del giorno della cerimonia il o i compari (testimoni) dello sposo andavano con il loro seguito a prelevare la sposa (neviesta) ed il suo seguito, nella casa di quest’ultima e la accompagnavano in corteo in chiesa, dove aspettava lo sposo ed insieme si recavano all’altare per la cerimonia religiosa. All’uscita dalla chiesa gli sposi venivano tempestati di confetti (bomboni de sposa), lanciati da parenti e amici, con grande gioia dei ragazzini del paese, che si lanciavano tra le gambe dei partecipanti al corteo nuziale, per farne ambita incetta, quindi la sposa al braccio dello sposo, con musica in testa, e corteo al seguito, si recavano nella casa della sposa, dove li attendavano le tavole imbandite per il ricco pranzo di nozze (di solito le portate venivano preparate dalle donne anziane del paese, notoriamente le più esperte nella preparazione dei cibi tradizionali dell’occasione).
Finito il pranzo, nel pomeriggio inoltrato, si andava a casa dello sposo, ancora tutti gli invitati in corteo, con musica e sposi in testa. Arrivati a casa dello sposo, sgomento! La porta era sbarrata, le luci spente, silenzio tombale! Allora il compare dello sposo si avvicinava alla porta e batteva alcuni colpi: silenzio! Ribatteva altri colpi e dopo un po’ si sentiva dall’interno una voce femminile, della suocera (secarva), che diceva: chi è? Rispondeva il compare: Signora, sono il tal de’ tali che accompagna vostro figlio che vi porta la donna che ha scelto come moglie, dall’interno la voce risponde: chi è questa donna e com’è? E qui il compare iniziava a descrivere le qualità della ragazza e della sua famiglia, soffermandosi prevalentemente sulle caratteristiche più femminili, spesso, anche in funzione delle libagioni già consumate, la descrizione si spingeva verso ammiccamenti, anche velati di qualche malizia …., tra le risate represse degli astanti. A questa messa in scena, oltre agli invitati, assisteva con grande spasso tutto il vicinato e naturalmente anche tutti i ragazzini del paese. Alla fine della descrizione la voce interna snocciolava una sfilza di domande come: – Sa cucinare? Sa mungere le pecore? Sa fare il formaggio? Sa filare la lana? Sa lavorare a maglia? Ecc. Dopo l’ennesima risposta affermativa del compare dall’esterno, finalmente si spalancava la porta facendo entrare gli sposi e gli invitati nella casa approntata di tavole imbandite per il proseguimento della festa, che andava avanti per i successivi due giorni.
Fino al XIX secolo inoltrato la musica veniva fatta suonando la tradizionale cornamusa (mescìc’), venivano anche cantate dalle donne antiche canzoni matrimoniali, che purtroppo sono andate perdute per il disuso nei tempi moderni. Anche le danze si svolgevano al suono del mescìc’, esistevano due o tre tipi di danza che attualmente il gruppo folcloristico del paese cerca di mantenere in vita.
Verso la fine del XIX secolo arrivarono nuovi strumenti musicali, il mescìc’ andò in disuso e fu sostituito nelle cerimonie nuziali e per il ballo dalla fisarmonica (armonica).
Le cerimonie funebri. Quando moriva qualcuno, veniva allestita la camera ardente nella stanza principale della casa dove la persona deceduta veniva esposta al pubblico, ai piedi del letto di morte veniva collocata una tazza con dell’acqua santa e un particolare fiore bianco chiamato cherubina, immerso nella tazza, veniva utilizzato per aspergere il morto. Tutto il paese si recava alla casa del morto per l’ultimo saluto, bambini inclusi, la prassi richiedeva che come prima cosa si andasse a far pocropìt (aspergere con l’acqua santa) il defunto e poi fare le condoglianze ai parenti. La salma, secondo le disposizioni amministrative del tempo (sicuramente nel XVIII e XIX secolo), veniva tenuta in casa per due giorni prima del funerale e della sepoltura. La sera e per tre sere di seguito, dopo cena, nella stessa casa, le donne del paese recitavano la detva, ossia il rosario dei morti. Nei tempi antichi la detva era recitata, anzi no, era cantata nel dialetto slavo del paese, ed anche in tampi piu recenti nelle famiglie di “sentimento croato”; infatti, il rosario era proprio cantato come una a specie di “rap” melodico fortemente ritmato e cadenzato, a somiglianza di certi canti popolari ancora oggi in uso nelle campagne bulgaro-moldave. Nella preghiera il ruolo del canto melodico (la musica) aveva assunto la funzione principale, tant’è che le parole croate delle preghiera erano ormai deformate e storpiate in funzione dell’esigenza ritmica del cantato. Per noi bambini la recita della detva aveva un fascino irresistibile, tutti sapevamo perfettamente cantare la parte musicale, anche se non sapevamo o non capivamo le parole. Purtroppo anche questa bellissima tradizione della recita della detva è andata in disuso, anche perché in paese le poche donne rimaste, non sono più in grado di ricordare le vecchie usanze e mantenere in vita.
La salma veniva anche vegliata nella notte da parenti e amici. Durante la veglia i padroni di casa, per rifocillare i convenuti, servivano prosciutto, vino, grappa, fichi secchi, dolci, ecc. La veglia era anche un’occasione di grande socialità, durante la quale si raccontavano vecchie storie di paese, aneddoti ridicoli ed altre amenità per tener su la compagnia, che spesso da triste si trasformava in un allegro convivio. Tuttora questa tradizione viene mantenuta in vita.
La cerimonia religiosa veniva celebrata nella chiesa parrocchiale, in Duomo, oppure nella chiesa dei Frati se il defunto apparteneva al rione Frati o Halmaz.
Durante il funerale le donne del paese eseguivano i tradizionali canti funebri ricordando le virtù del defunto (come le antiche prefiche) in dialetto slavo antico, che risuonava con forzati vocalizzi “di testa” e con forti cadenze, riscontrabili ancor oggi in certi canti popolari ucraini e bulgari. Purtroppo anche questi canti tradizionali, che sono stati eseguiti fino attorno al 1930, sono andati perduti col disuso.
Il carnevale. Il carnevale è stato sempre una delle feste più attese e sentite in paese. Secondo il costume veneziano da cui la festa deriva, il periodo carnevalesco cominciava almeno 15 giorni prima dell’ultimo giorno di carnevale con cortei di maschere, che specialmente la sera andavano di casa in casa a fare scherzi, a giocare a farsi riconoscere e poi a mangiare e bere fino a tardi. Il dolce tipico di carnevale, che tutte le famiglie provvedevano a preparare per offrirlo alle maschere, erano i crostoli (galani o bugie). Ogni sabato e domenica sera c’era il ballo a cui partecipavano tutti i giovani del paese. Negli ultimi tre giorni di carnevale i giovani del paese formavano una banda mascherata, che con musica in testa giravano di casa in casa, di stuagne in stuagne, esibendosi in lazzi e canti carnevaleschi per portare allegria e raccogliere provviste di vino, dolci, salsicce, ed ogni altra cosa buona che i padroni di casa erano disposti a dare “volentieri”, per poi fraiàr (fraiàr o fraiàt è un termine per significare mangiare e bere in modo smodato per festeggiare, dar fondo a tutte le scorte senza pensare al domani, gozzovigliare) tutti insieme in piazza l’ultimo giorno di carnevale.
L’ultimo giorno di carnevale, il martedì grasso, dopo il pranzo, tutti gli abitanti in maschera si radunavano nella piazza del paese per festeggiare e salutare il carnevale. Nella piazza veniva allestito un palco dove prendeva posto il maestro di cerimonia e il o i suonatori del tradizionale mescich (zampogna), che ancora oggi viene riesumato per l’occasione. Il centro della piazza era lasciato sgombro per lo svolgimento dei balli, gli animatori della festa erano gli stessi giovani della banda mascherata che abbiamo visto prima. Al suono del mescich iniziavano i balli dando fondo a tutto il repertorio tradizionale (racich, pìhat, ……), venivano coinvolte nei balli le ragazze del paese, prevalentemente vestite nel tradizionale costume, e tra bevute, canti e lazzi si andava avanti fino a pomeriggio inoltrato; infine, al culmine della festa si tirava fuori il carnevale: un pupazzo di paglia in grandezza naturale, vestito di tutto punto, con cappello in testa, opportunamente preparato per lo scopo, a cui si dava fuoco tra canti, balli e sollazzi. Alla fine della festa si tornava a casa, i bimbi con un po’ di malinconia per la fine di un meraviglioso gioco, i giovanotti e le signorine per cenare e tornare a ballare, nella sala da ballo del paese, fino a notte inoltrata. Nella prima metà del XX secolo, fino al 1946, il gran ballo serale dell’ultimo giorno di carnevale, veniva organizzato come “il Gran Veglione”, con l’elezione del re e della reginetta della festa. Re era eletto il ragazzo che durante le serata di ballo aveva ricevuto dalle ragazze più “cotillons” appuntati con uno spillo sul vestito; reginetta era la ragazza che aveva ricevuto invece il maggior numero di cartoline (proprio normali cartoline) dai ragazzi durante il ballo. L’uso delle cartoline era dovuto, molto probabilmente, alla difficoltà di appuntare i “cotillons” sui vestiti più leggeri e delicati delle ragazze, senza sottoporle al rischio di accidentali, ma fastidiose punture.
La mattina successiva tutti in chiesa (soprattutto le ragazze) per farsi cospargere il capo di cenere: iniziava la Quaresima.
È rimasto drammaticamente impresso nella memoria dei compaesani il “veglione” del carnevale del 1946, in cui, in pieno regime di Tito, la “fronda” dei giovani del paese elesse reginetta Italia (Itala) Abate e re Latino Bracco. Certamente la Itala era una tra le più belle ragazze del paese, così come Latino sul versante maschile, ma la faccenda fu presa come una vera e propria provocazione dalle autorità politiche del paese, che aprirono un’inchiesta sull’accaduto, arrestando e mettendo sotto duro interrogatorio alcuni giovani, nell’intento di scoprire e perseguire i responsabili. Quello fu l’ultimo “Veglione di carnevale” nella storia del paese e l’inizio della fuga verso la libertà dei giovani.
Le stargurizze. Le stargurizze (streghe) era un’antica festa dei bambini che ricorreva il 12 marzo, festa di S. Gregorio (Sv. Grhur), (forse di origine friulana, dove a tutt’oggi si festeggia con le stesse modalità), corrispondente grossomodo all’americana Halloween. Infatti, nella notte di S. Gregorio era previsto che arrivassero le stargurizze per fare dispetti ai bambini, quindi per esorcizzare l’evento e tenerle lontane dalle proprie case, essi dovevano andare a raccogliere delle fascine di ruòsie, i rami secchi che venivano potati nei vigneti e sistemarle in punti strategici intorno alla casa (questa operazione è probabilmente stata introdotta per indurre i bambini a raccogliere i rami tagliati e aiutare quindi gli adulti a pulire le vigne, che venivano potate in quel periodo dell’anno), e quando faceva buio si chiudevano in casa a spiare timorosi dalle finestre l’arrivo delle streghe. Per assecondare questa credenza e stimolare i bambini nella loro fantasia, i ragazzi più grandi si mascheravano da streghe e giravano di stuagne in stuagne agitando lumini (feralici) e gridando ossessivamente.
La festa dei coscritti. Era la tradizionale festa di saluto dei giovani del paese, soprattutto alle ragazze, prima di partire per il servizio militare (la leva). La festa si svolgeva nei giorni precedenti la partenza, di solito un sabato e la successiva domenica, ed era abbastanza “vivace”, ma era vista con particolare simpatia e comprensione dalla popolazione, data la circostanza. I coscritti si radunavano in piazza, nei locali pubblici, giravano in corteo per il paese cantando le tradizionali canzoni più adatte per l’occasione: “Addio Neresine”, “Addio mia bella addio”, ecc. Alla sera facevano il giro delle case delle ragazze verso cui avevano aspirazioni amorose, cantando sotto le finestre interminabili serenate. I canti andavano avanti fino a notte inoltrata, e a mano a mano che l’effetto delle libagioni diventava più evidente, il repertorio dei cori tendeva sempre più verso il patetico. Alla fine dei canti escogitavano una trovata, il più possibile scherzosa e stupefacente, che generalmente consisteva nell’andare a prendere i vasi di fiori dai cortili delle ragazze del paese e portarli in piazza, allestendo un bellissimo giardino, poi andavano a prelevare dall’ormeggio un caìcio, generalmente quello del padre di una delle ragazze più corteggiate dai giovani, e lo portavano in piazza, allestendo una scherzosa messa in scena, ogni anno diversa, che la mattina dopo avrebbe dovuto stupire il paese.
È rimasta memorabile la trovata dei coscritti di un certo anno …. di molti anni fa, che hanno compiuto l’impresa di portare in spalla una barca fino al “lago” (un grosso stagno) in vetta alla collina di Bardo, dove l’hanno ormeggiata con tutte le regole.
La Settimana Santa. La Settimana Santa era un altro avvenimento tradizionale molto atteso e sentito, specialmente per i ragazzi. I ragazzi del paese erano tutti chierichetti, quelli del rione Frati frequentavano la chiesa dei Frati, non solo per servir messa, ma per passare parte della giornata tra chiesa, sacrestia, convento, porticciolo e dintorni: tutto questo era per loro un grande terreno di gioco.
Nella Settimana Santa c’era un gran da fare: costruire il Santo Sepolcro, coprire con un panno nero i crocifissi della chiesa, tirar fuori l’antico strumento di legno, la screbetuàina o più scherzosamente grabusàlo, da grabusàt, cardare la lana, per associazione al rumore cupo prodotto da questa operazione. La screbetuàina era un grosso strumento di legno a forma di cassone, costituita da un robusto telaio e da tante lamelle di legno duro e flessibile, che azionate da un grosso perno dentato, messo in rotazione da due maniglie, produceva, tramite una cassa armonica, un forte e cupo suono. Questo strumento veniva utilizzato per richiamare i fedeli alle funzioni religiose, in sostituzione delle campane, che venivano silenziate. L’operazione di chiamata era effettuata dai ragazzi, che andavano in giro per il rione portando a spalla il grosso strumento, e dai tre punti strategici del rione, bivio per Halmaz da strada principale, incrocio stuagne Catùricevo e incrocio strada principale con vialetto verso la chiesa, chiamato in gergo Tabèlina, lanciavano una lunga “grattata” seguita dal grido corale rispettivamente: ”parvi put na ofizi nel primo punto, drughi put na ofizi nel secondo e sadgni put na ofizi nel terzo (prima, seconda e ultima chiamata per la funzione religiosa), con grandissimo orgoglio e soddisfazione per aver portato a termine l’importante compito. Dal 1918, col passaggio delle isole “sotto l’Italia”, la chiamata nel dialetto slavo è stata abolita, è rimasta soltanto la “grattata”.
Ci si preparava con grande impegno anche alla “Barabàna”. Barabana era nel rito della Settimana Santa, la conclusione della liturgia che con salmi cantati in chiesa ricordava il processo ed il martirio di Gesù Cristo. Il rito si svolgeva verso sera nella chiesa buia, illuminata soltanto da un particolare grande candelabro, posto davanti l’altare maggiore, costituito da un triangolo equilatero con il vertice rivolto verso l’alto, sui cui lati minori erano sistemate accese delle candele (forse tredici?). Tutti i ragazzi del paese assistevano al rito muniti di raganelle (screbetuàinize) e ogni altro tipo di attrezzo che potesse fare rumore. La cerimonia era divisa in tante parti quante erano le candele e procedeva lentamente col canto monotono e solenne dei coristi sistemati nel coro dell’altare maggiore. Alla fine della prima parte veniva spenta una candela e dopo una breve pausa si riprendeva a cantare per spegnere la successiva candela e così via. La procedura di spegnimento di ogni candela merita un approfondimento: alla fine dei canti un chierichetto, con ostentata lentezza e piglio solenne, armato della particolare canna dotata di cappuccio conico di latta all’estremità, si avvicinava al candelabro e con gesti lenti e misurati abbassava il cappuccetto sulla fiamma della candela spegnendola. Dalla folla dei ragazzi, almeno tutti quelli del paese dai cinque ai sedici anni, nel silenzio della chiesa emergeva un appena percettibile oooh! Poi riprendeva il canto.
A mano a mano che si spegnevano le candele e la chiesa rimaneva sempre più al buio, la tensione aumentava. Allo spegnimento dell’ultima candela, che rappresentava nel rito liturgico il momento della morte di Gesù sulla croce, e quindi quando la chiesa era ormai completamente buia e l’emozione era arrivata al massimo, si scatenava la barabana, ognuno cercava di fare il massimo del rumore possibile con le proprie raganelle, poi venivano aperte le porte della chiesa e si correva fuori a proseguire il baccano per lungo tempo. L’emozione di questi momenti, la gioia ed il divertimento rimangono indelebilmente impressi in tutti i Neresinotti che da ragazzi hanno avuto la fortuna di partecipare a questi tradizionali avvenimenti. Poiché a Neresine c’erano due chiese ugualmente importanti, la cerimonia si svolgeva sia nella chiesa dei Frati che in Duomo, con orari leggermente sfasati, quindi la gioia e l’emozione per i bambini e ragazzi del paese, che cercavano di partecipare ad entrambe le cerimonie, veniva raddoppiata.
La parte più importante e sentita della Settimana Santa era la Processione del Venerdì Santo, anzi le processioni, perché le due chiese, Frati e Duomo, facevano due processioni separate, una il venerdì, quella dei Frati, che era la classica processione del rituale tradizionale della Settimana Santa e l’altra il sabato in Duomo per celebrare, in questo caso, la Resurrezione di Gesù Cristo, cerimonia questa, del tutto unica tra tutti i paesi delle due isole.
La processione “dei frati” si svolgeva la sera, dopo cena, nel percorso che partiva dalla chiesa, risaliva la strada principale del paese verso sud fino al bivio per Halmàz, poi proseguiva risalendo verso Halmàz, per poi ridiscendere all’incrocio dei Catùricevi e ritornare in chiesa. Lungo il percorso, su entrambi i lati della strada, venivano sistemate dagli abitanti della zona delle palle di cenere inzuppate di petrolio, a distanza di due o tre metri l’una dall’altra; al passaggio della processione le palle venivano accese in modo da illuminare, nel buio della notte, il percorso. Anche dalle finestre delle case adiacenti la strada venivano esposte le più ricche tovaglie, tappeti e luminarie.
La processione procedeva lentamente, nella massima solennità, accompagnata dai canti liturgici della circostanza. I paramenti dei sacerdoti erano quelli delle grandi festività, ogni tanto la processione si fermava, i canti venivano sospesi, veniva fatta risuonare nella notte una lunga e sonora grattata del grabusàlo: grrr-grrr-grrr-grrr…., il sacerdote impartiva la benedizione alla parte di rione attraversata, poi si proseguiva verso la prossima tappa e relativa grattata e così via per quattro o cinque volte fino al ritorno in chiesa. La suggestione di quella cerimonia era immensa: le luci svolazzanti delle palle di cenere ardenti, le case tutte ben adornate ed illuminate e l’eco del monte che restituiva i suoni nella notte, rendevano indimenticabile quella serata.
La sera dopo, quella del Sabato Santo, la processione veniva ripetuta con la stessa intensità e suggestione partendo dal Duomo, questa volta però a “campane sciolte”, per celebrare la Resurrezione.
Il percorso veniva illuminato con le stesse palle di cenere ardenti sistemate ai lati della strada, e si svolgeva attraversando la piazza, risalendo verso Santa Maria Maddalena, percorrendo poi la strada principale verso S. Antonio, proseguendo fino ai Bonicevi (l’attuale fermata dell’autobus), per poi discendere lungo il saliso fino alla piazza e risalire infine in chiesa.
I giardini e le case lungo il percorso erano addobbate con luci e fiori, alle finestre venivano ancora esposte le più belle tovaglie e tappeti, particolarmente suggestivo era l’addobbo della chiesetta di Santa Maria Maddalena e della cappella di S. Antonio, adornate di palle di cenere ardenti e fiori.
Rispetto a quella dei frati, questa processione assumeva un aspetto ancor più solenne e suggestivo, sia per la ricchezza dei paramenti sacri degli officianti e del sacerdote che portava l’ostensorio col Sacramento, inclusi i sei portatori del baldacchino, e sia perché ciascuno dei fedeli partecipanti portava in mano un cero acceso, generalmente quello ricevuto in dono nella tradizionale festa della Candelora. L’impatto scenografico della processione notturna, illuminata dai fuochi fluttuanti delle palle di cenere ardenti, dalle case addobbate con luci e drappi e dai ceri accesi dei partecipanti, era di straordinaria bellezza e suggestione.
La Pasqua infine veniva festeggiata con il definitivo scioglimento delle campane, che venivano lungamente suonate a stormo e con prolungati suoni di campanòn, sia delle campane dei frati che di quelle di S. Maria Maddalena.
Per la ricorrenza pasquale ogni famiglia preparava le pinze, un dolce di antica origine veneta, (ove tuttora viene chiamato con questo nome), una specie di panettone senza canditi o frutta secca, e per la gioia dei bambini venivano anche preparate le uova colorate. Per il pranzo del giorno di Pasqua, immancabile in ogni famiglia era l’agnello.
Il maggio. Con questo nome veniva e viene chiamata una festa che si celebra la prima domenica di maggio, la festa della gioventù, della primavera e dell’amore, ed è singolare che venga celebrata solo a Neresine, in nessun altro paese delle isole e altrove nella regione la festa è sentita con la stessa intensità e partecipazione. Tale festività è derivata probabilmente dall’antica tradizione dell’Italia centrale, Toscana, Umbria, Marche, ecc., dove tuttora si festeggia in molti paesi di queste regioni con le stesse modalità: portando in piazza il “maggio”, un albero adobbato con nastri variopinti ed eseguendo canti e balli intorno ad esso per festeggiare la gioventù e l’amore
A Neresine è comunque una festa tradizionale tramandata dagli antenati che tuttora si festeggia in paese. I giovani, in “gran segreto”, andavano a tagliare nei boschi vicini un grande albero di quercia (dubàz), chiamato appunto “il maggio” (muaj), e durante la notte con gran fatica lo portavano in piazza, lo installavano proprio al centro, legandolo al pozzo e lo addobbavano appendendo ai rami i variopinti fazzoletti di seta del costume tradizionale delle donne del paese. In questo giorno i giovani e le ragazze si radunavano in piazza per festeggiare l’avvenimento e ballare tutto il pomeriggio al suono della tradizionale zampogna (mescìc). Le ragazze si vestivano col tradizionale costume della festa ed i ragazzi con gli abiti delle grandi occasioni; i giovani che prestavano servizio militare di leva o che da poco erano stati congedati, amavano presentersi indossando le divise ben lavate e stirate, per far più colpo sulle ragazze.
Successivamente, probabilmente dall’inizio del XX secolo, l’addobbo del “maggio” con i fazzoletti è andato in disuso, sostituito dall’adornamento della piazza intorno all’albero coi tanti fiori, probabilmente l’alta percentuale dei preziosi e delicati fazzoletti che venivano inevitabilmente sciupati durante la festa, ha consigliato di cambiare il cerimoniale. I giovani quindi andavano a prendere i vasi di fiori dai cortili delle case delle ragazze più carine e li portavano ancora in piazza, allestendo intorno all’albero un bellissimo giardino fiorito. Infine andavano anche a prelevare dall’ormeggio la barca (caìcio) del padre della ragazza più corteggiata, o una delle più corteggiate, e con altrettanta fatica lo portavano in piazza sistemandolo accanto all’albero.
Al mattino seguente la gente trovava la piazza addobbata in questo modo straordinario. Tutti, specialmente le ragazze, accorrevano per ammirare la messa in scena e riconoscere i propri fiori. Le ragazze si fingevano arrabbiate per il furto dei fiori, i giovani si affrettavano a dichiararsi responsabili di quelli della ragazza corteggiata o che intendevano corteggiare, offrendosi di riportare il maltolto, a festa finita, nel posto d’origine, smascherando così le proprie intenzioni amorose. La festa si concludeva con ballo fino a sera inoltrata intorno all’albero al suono del mescic, sostituito nei tempi più recenti dalla fisarmonica.
La festa del maggio (majo o muàj) è stata per molte generazioni di giovani, specialmente nei tempi in cui il pudore femminile dava poco spazio alla promiscuità fra i sessi, un’importante scorciatoia per dichiarare i propri sentimenti ed allacciare nuovi amori.
La trovata di portare in piazza i fiori ed il caìcio è stata mutuata dalla festa dei coscritti.
Nei tempi più lontani, quando il paese cominciava a dar segni di sviluppo crescente, e quando cominciavano a manifestarsi segni di campanilismo competitivo tra i vari rioni, l’allestimento del “maggio” è stato fatto, per un certo periodo, oltreché in piazza, anche in Podgora e in Dubcinna (tra i rioni Frati e Piazza non ci sono mai stati particolari antagonismi).
S. Antonio da Padova. La festa di S. Antonio, il 13 giugno, era molto sentita e si celebrava “dai Frati”, con grande messa solenne “in terza” (messa officiata da tre sacerdoti, vestiti con i paramenti delle grandi occasioni). La chiesa era addobbata con tanti fiori, i gigli tipici della stagione. La statua del Santo veniva tirata giù dalla sua nicchia sopra l’altar maggiore ed esposta su un apposito palco a lato della balaustra. Nei giorni precedenti la ricorrenza, la festività veniva annunciata con prolungati suoni di “campanòn”.
Fino al 1940, dopo la messa, si faceva la solenne processione portando la statua del santo nel grande giro del rione Frati, lo stesso percorso già descritto per la processione della Settimana Santa. Dopo lo scoppio della guerra la processione è stata limitata al giro del chiostro del convento, poi nemmeno più quello.
In paese la festività era molto sentita, quindi per prepararsi degnamente all’evento, per le tredici sere precedenti la ricorrenza, si recitava il rosario davanti alla cappella di S. Antonio, sita sulla strada principale vicino alla piazza, e dopo il rosario i fedeli (prevalentemente i giovani) si esibivano lungamente in canti religiosi, che nelle belle serate di giugno assumevano un contenuto di alta suggestione. Per dirla tutta, i rosari serali avevano un certo successo, perché per i giovani del paese era un ottima occasione per stare in compagnia delle ragazze, a cui era permesso uscire dopo cena solo col pretesto religioso.
Il giorno della festa, per l’occasione, venivano da Cherso i venditori di ciliegie e da Lussinpiccolo il signor Sicher e figlio col furgoncino dei gelati, per la grande gioia dei bambini.
La processione del Corpus Domini. Questa era una delle più importanti festività del paese, non tanto per motivi religiosi quanto perché in questo giorno si svolgeva la più grande e solenne processione diurna dell’anno ed impegnava tutti per la sua preparazione. Il percorso era lo stesso di quella del Sabato Santo, ma si svolgeva di giorno. Lungo la strada venivano allestiti degli altari, davanti ai quali la processione si fermava, il sacerdote officiante recitava alcune preghiere e impartiva la benedizione. La chiesa di Santa Maria Maddalena e la cappella di S. Antonio erano addobbate con fiori e festoni, anche tutte le case lungo il tragitto esponevano dalle finestre i più bei tappeti e le più belle tovaglie. Le fanciulle del paese, che indossavano il vestito bianco della prima comunione, camminavano davanti al baldacchino sovrastante il sacerdote officiante, che portava l’ostensorio col S. Sacramento, spargendo fiori di ginestra sulla strada. Le stesse ragazze, il giorno prima della festa, andavano nelle campagne circostanti, a raccogliere i fiori di ginestra, con cui riempivano dei cestini di vimini, opportunamente rivestiti di velo bianco. Il baldacchino era portato da sei persone di “rango”, che indossavano anche loro speciali paramenti sacri, e pagavano questo privilegio con un congruo contributo economico annuale.
S. Anna. Il 26 luglio, giorno della ricorrenza della festa di S. Anna, era dedicato al tradizionale pellegrinaggio annuale sul monte Ossero, sulla cui vetta si trova una piccola e antica chiesetta dedicata a S. Nicola ed a S. Anna. La chiesetta, di piccole dimensioni, è costruita in blocchi a vista di pietra massiccia, accuratamente martellati, è stata riedificata varie volte perché soggetta ad essere colpita dai fulmini, la prima edificazione è probabilmente opera dei monaci benedettini Camaldolesi, presenti come eremiti sul monte nell’XI secolo. Dalle cronache antiche risulta che il monte veniva chiamato da questi monaci col nome di monte Garbo appunto di S. Nicola.
Comunque, più che un pellegrinaggio, la ricorrenza era considerata in paese come la grande gita annuale sul monte.
Si partiva molto presto, alle due o tre della mattina quando faceva ancora buio, e ci si incamminava lungo gli impervi sentieri; la marcia durava, a seconda della lena dei partecipanti, dalle due alle tre ore. Lungo la salita i vari gruppi si incontravano formando lunghi cortei, naturalmente, poiché si trattava di una allegra e piacevole occasione per ritrovarsi tutti assieme, specialmente i giovani, si cominciava a cantare le tradizionali canzoni, scherzare e divertirsi come in ogni gita estiva che si rispetti. Naturalmente c’era sempre qualcuno che affrontava l’ascesa con maggiore raccoglimento e a piedi nudi, per tener fede a un voto precedentemente espresso. In prossimità della vetta, in un leggero avvallamento del terreno, c’era quello che veniva chiamato il lago di Farbiezof, uno stagno lungo e stretto, pieno di acqua limpida e pulita, coperto da una fitta pineta, dove si faceva una sosta ristoratrice, si beveva un po’ di quell’acqua fresca e ci si lavava gli occhi, perché la tradizione voleva che quell’acqua avesse poteri medicamentosi, appunto per gli occhi. L’arrivo sulla vetta coincideva con lo sfolgorante espandersi nel cielo delle luci dell’aurora, quindi si assisteva da lassù al sorgere del sole, lo spettacolo era di indescrivibile bellezza, la limpida giornata estiva, priva di vento, offriva uno scenario meraviglioso. Le isole intorno, Sansego, Canidole, Unie, Levrera, fino allo scoglio di Galiola, si specchiavano con mille colori sulla grande distesa del mare in bonaccia. Il contorno delle due isole di Lussino e Cherso da quell’altezza si vedeva ben stagliato, con gli infiniti promontori ed insenature, a sud Lussinpiccolo e Lussingrande, sotto il paese di Neresine, quello di Ossero, S. Giacomo e le case di Bora, era una visione che lasciava senza fiato, e ancora oggi, andare sul monte all’alba significa assistere allo stesso immutato bellissimo spettacolo offerto dalla natura.
Comunque, arrivati tutti sulla vetta, il sacerdote, parroco o frate che fosse, che accompagnava sempre i gitanti, tirava fuori i paramenti sacri e celebrava la Messa nella piccola chiesetta di San Nicola. All’interno potevano accedere non più di una quindicina di persone, quindi dall’esterno la folla dei presenti partecipava in silenzio alla cerimonia, ammutolita dalla suggestiva bellezza del primo sole che illuminava la cima del monte in quel magico momento, e dalla sacralità del rito.
Alla fine della Messa i vari gruppi di partecipanti si riunivano per mangiare insieme la colazione al sacco portata dal paese e cantare in coro le tradizionali canzoni popolari.
Una delle attività più praticate dai giovani in questa occasione (anche se un po’ riprovevole), era il far rotolare dalla vetta del monte, grossi massi di pietra lungo il ripidissimo e sassoso pendio del versante ovest (il lato opposto a quello del paese); alla fine il gioco si trasformava in una divertente gara a chi riusciva a far staccare il masso più grosso e a farlo arrivare più lontano possibile. Anche questo era uno spettacolo molto bello, perché i massi assumevano nella discesa un’alta velocità, facendo grandi salti, a volte anche superiori a un centinaio di metri.
Un altro doveroso adempimento era la visita alla grotta di San Gaudenzio, era una grotta naturale a circa 200 – 300 metri dalla chiesetta di S. Nicola, lato nord nel versante est del monte, raggiungibile percorrendo un impervio e contorto sentiero, dove la tradizione vuole che il Santo avesse trascorso una parte della sua vita come eremita. La grotta era costituita da due locali ampi e puliti, quello più piccolo, che aveva un buco rotondo sul soffitto, si diceva che fosse la cucina e l’altro la camera da letto. A quel tempo c’era ancora una robusta trave di legno appoggiata su due pietre, si diceva ingenuamente che fosse la panca (buancic’) dove il Santo si sedeva per riposarsi e quando si preparava da mangiare.
Alla fine della gita si ritornava a casa stanchi, ma felici, dove si giungeva solitamente poco prima di mezzogiorno.
Le colede di S. Maria Maddalena. Per festeggiare la felice conclusione della mietitura del grano, il 22 luglio, giorno della ricorrenza di S. Maria Maddalena, si andava nei campi a raccogliere le stoppie, per ammucchiarle al centro del campo stesso, per poi la sera bruciarle, facendo dei grandi falò notturni (le colède). Il punto focale di tutta la festa era il prato antistante la chiesa di S. Maria Maddalena, dove durante il giorno i giovani del paese accumulavano grandi quantità di stoppie, raccolte dai campi vicini. La sera poi, appena faceva buio, veniva dato fuoco alle stoppie provocando una grandiosa colèda. Naturalmente i giovani e le ragazze del paese si raccoglievano tutti intorno al fuoco per attizzarlo e giocare ad attraversarlo di corsa, scherzando gioiosamente fino a tardi. In quella notte il paese assumeva un aspetto di alta suggestione: i molti fuochi accesi qua e là, e la grande colèda nell’alto pianoro di S. Maria Maddalena che illuminava il monte e tutt’intorno, rendevano indimenticabile quella serata.
Secondo la tradizione più accreditata, la festa trae origine da una memorabile battaglia, avvenuta verso la fine del XV secolo, con truppe del regno ungherese guidate da Hundyadi e dal bellicoso frate Giovanni da Capestrano contro i turchi che assediavano la città di Belgrado. Durante le fasi finali dell’assedio, il frate diede ordine di incendiare il fossato sotto le mura, preventivamente riempito di stoppie e pece. L’enorme falò scompaginò le truppe assedianti facendole fuggire in disordinata ritirata, infliggendo così al nemico una rovinosa sconfitta. Il fatto avvenne la notte della festa di Santa Maria Maddalena. Tra quei soldati cristiani si sarebbero trovati alcuni antenati dei Neresinotti, in seguito rientrati nell’isola. In ricordo di quell’evento si è continuato tutti gli anni a celebrare la ricorrenza con le grandi colède notturne, Non a caso nella antica chiesetta di S. Maria Maddalena si conserva ancora e si venera un antico quadro, appunto di San Giovanni da Capestrano. Nei secoli la festa si è consolidata nella tradizione del paese, forse anche come pretesto per indurre i giovani a pulire i terreni già coltivati a grano, per prepararli per la prossima zappatura o aratura.
Agosto. “Agosto” venivano chiamati i tre giorni della fiera-mercato annuale del paese, che si svolgeva appunto nei primi tre giorni di questo mese. Per l’occasione arrivavano da tutte le parti venditori, che esponevano di ogni tipo di mercanzia nelle loro bancarelle, disposte in bel ordine in piazza e lungo la strada che dalla piazza porta a marina (il porto).
Il primo giorno era riservato ai Sansegotti. Neresine aveva un rapporto privilegiato con Sansego, in anni di scambi “commerciali” si era creato un profondo senso di amicizia tra molte famiglie di Neresine e altrettante della piccola e vicina isola. I Neresinotti comperavano prevalentemente l’uva da Sansego per fare il vino, mentre i Sansegotti acquistavano a Neresine tutto quello di cui avevano bisogno: olio, formaggio, vestiario, stoffe, sementi, ecc.
Nei giorni della fiera arrivavano in paese anche gli abitanti dei centri vicini, dalle isole di Sansego, Unie e Canidole (Sracàne), e dai i paesi di Ossero, Ustrine, Belèi, S. Martin de Cherso (Martinsciza), S. Giacomo, Puntacroce, ecc. In quei giorni si organizzavano anche i giochi annuali tradizionali: corsa degli asini, tiro alla fune, albero della cuccagna, ricerca di un anello in un catino pieno di farina con le mani legate dietro alla schiena (da raccogliere con la bocca), ecc.
L’albero della cuccagna merita un approfondimento perché, oltre a rappresentare il clou dei giochi, veniva realizzato in modo originale. Trattandosi di un paese avente grande familiarità col mare, il gioco si svolgeva appunto sul mare, nel porto: si legava in posizione orizzontale un lungo palo di legno sulla colonna (bitta) in riva davanti al tuoric’, (l’attuale ufficio turistico). Il palo era di solito un albero di nave, lungo circa dieci-quindici metri, ben levigato e pitturato con lustrofin (flatting), alla cui estremità venivano fissate tre bandierine rosse, distanti circa mezzo metro l’una dall’altra: il primo, secondo e terzo premio. Il palo veniva accuratamente spalmato con sevo (luòi), in modo che fosse ben scivoloso, dopo di ché i concorrenti, tutti i ragazzi del paese, dovevano camminare a piedi nudi sul lungo palo fino a raggiungere le bandierine e strapparle. Naturalmente l’oscillazione del flessibile palo sotto il peso del partecipante e la sua untuosa scivolosità, facevano cadere in mare dopo pochi passi il malcapitato, tra le risate di divertimento e i gridi di incoraggiamento dei presenti. A mano a mano che i tentativi proseguivano, le qualità equilibristiche dei concorrenti miglioravano e si riduceva l’untuosità del palo, il tragitto percorso lungo il palo aumentava, prima dell’ineluttabile tuffo in mare. Infine dopo l’ennesimo tentativo le bandierine venivano finalmente strappate ad una ad una, tra il festoso entusiasmo e gli applausi degli astanti, accalcati lungo le rive del porto.
Venivano anche organizzate gare sportive come la corsa, nuoto, nuoto subacqueo (gnorìt), la gara di tuffo dagli alberi delle navi in porto, ecc.; ma soprattutto si effettuavano le competizioni più attese: la regata annuale delle barche a remi e la regata annuale delle barche a vela.
La regata delle barche a remi era quella più sentita perché si svolgeva tra il caici più veloci dei vari rioni, spinte dai vogatori più esperti e robusti scelti tra gli abitanti degli stessi rioni di appartenenza. L’equipaggio era composto da quattro vogatori più il timoniere, venivano selezionati anche i remi più leggeri ed efficienti dell’intera contrada.
Alla preparazione ed agli allenamenti degli equipaggi, che duravano parecchi giorni, assisteva con grande partecipazione tutto il quartiere. Alla regata prendevano parte di solito tre o quattro barche: una per i Frati, una per la Piazza, una per Biscupia ed una con prevalente partecipazione di Sottomonte (Podgòra). Il giorno prima della regata si tiravano in secco le barche affinché si asciugassero e fossero più leggere, poche ore prima della gara si ungeva la carena con sevo per renderle più scivolose nell’acqua (qualcuno azzardava formule segrete di miscele di vari grassi), il percorso era di un miglio marino, di solito da Scoìch fino all’imboccatura del porto di Magaseni. Alla regata assisteva naturalmente tutto il paese, chi dalle barche, chi da terra; le rive erano strapiene di tifosi urlanti. Poi, alla fine della regata e per i successivi giorni, quelli che non avevano vinto dovevano sopportare le canzonature dei vincitori, che di solito erano quelli del rione Frati, perché avevano la barca più veloce (la Slava del Zimich).
Analogamente accadeva per la regate delle barche a vela, ma qui la materia era più tecnica e quindi più ristretta agli “addetti ai lavori”, perché ogni rione doveva scegliere la barca più veloce ed il velista più bravo e la selezione durava praticamente tutto l’anno, in quanto il mare davanti il paese, il Canal, era un campo di regata in attività ogni domenica per tutta la buona stagione dell’anno. Per i giovani bordeggiar era il divertimento più grande, specialmente quando le ragazze andavano a fare il bagno in Rapoce, Lucizza o sulle rive del porto: imbarcarne qualcuna era la cosa più ambita e prestigiosa a cui i ragazzi potessero aspirare.
S. Francesco. La festa di S. Francesco, a cui era dedicata la chiesa dei frati, il quattro di ottobre, era anche questa una delle più importanti del paese, perché fino alla costruzione del Duomo, dedicato alla Madonna della Salute, che divenne poi anche la patrona del paese, il santo patrono era S. Francesco. La festa si svolgeva con le stesse modalità di quella già descritta di S. Antonio, con esposizione della statua del Santo, tirata giù dall’altra nicchia sopra l’altar maggiore, processione solenne nel rione Frati e “campanon”.
La Madonna della Salute. Da quando, alla fine del secolo scorso, è stato costruito il Duomo, la Madonna della Salute, a cui esso è stato dedicato, è diventata la patrona del paese, che si festeggia nel mese di novembre. Data la scarsità di neresinotti che vivono ancora in paese, questa festa ha perso un po’ della sua antica importanza, anche perché era vincolata, per una certa analogia con Venezia, alla vita del mare, alla navigazione e all’armamento navale di Neresine. La festa si continua tuttavia a festeggiare con grande solennità a New York, dove, tra nativi del paese e discendenti si contano più di duemila persone. I neresinotti di New York conservano gelosamente una grande riproduzione della pala dell’altare maggiore del Duomo e la espongono durante la messa, sull’altare maggiore della chiesa dove celebrano la ricorrenza. La festa patronale, accompagnata da grande party danzante serale, è così diventata anche l’occasione di ritrovarsi, rinnovare i nostalgici ricordi e cantare insieme le vecchie canzoni che ormai fanno parte del folclore paesano.
La spremitura delle olive. In paese, fin dai tempi più antichi, la popolazione si dedicava con particolare cura alla coltivazione dell’ulivo, da cui si ricavava il buon olio, ritenuto una delle ricchezze più preziose per le famiglie.
I mesi di novembre e dicembre erano dedicati alla raccolta e spremitura delle olive. Questo era un avvenimento molto importante per il paese, non solo per la ricca produzione di olio, ma soprattutto perché cambiava un po’ il modo di vivere in quel periodo. Le operazioni di spremitura si svolgevano nei tre frantoi del paese a ciclo continuo, su tre turni lavorativi giornalieri e durava parecchie settimane. Il frantoio (torcio o tuòric) era dotato delle varie macchine ed attrezzature per le lavorazioni ed era gestito dal proto (pruoto) (capo frantoio), mentre i proprietari delle olive dovevano fornire la legna occorrente per scaldare l’acqua necessaria per la produzione dell’olio e la manodopera: di solito da sei a otto persone, per azionare la grande macina di pietra ed il torchio a vite.
L’unità di misura per questa attività era la mijuàda (macinata), corrispondente a quattro quintali, ossia la quantità di olive occorrenti per un ciclo completo di macinatura e spremitura.
Alla macinatura partecipava tutta la famiglia proprietaria della partita di olive, in quanto la manodopera doveva trovarsi in casa o tra i parenti, e si svolgeva alla luce dei lumi a olio e del fuoco che crepitava nel focolaio, sotto all’enorme calderone di rame dell’acqua calda. Intorno al caminetto, su basse panche (buancic’i), sedevano i nonni ed i bambini, era una bella occasione per stare tutti insieme, si raccontavano vecchie storie di paese, aneddoti curiosi e ridicoli, era un momento di socialità indimenticabile, in cui gli anziani coglievano l’occasione per trasmettere ai giovani le antiche storie e tradizioni. Le donne portavano da mangiare per i lavoranti, c’era sempre disponibile pane e formaggio, prosciutto, vino, fichi secchi, grappa e altre prelibatezze. La parte più suggestiva era la spremitura nel torchio a mano. Dopo aver riempito le sporte con la pasta di olive ricavata dalla macinatura ed averle impilate sul torchio, si cominciava a stringere la grossa piastra a vite che schiacciava le sporte. All’inizio la vite scendeva con una certa facilità azionata dal proto, poi, quando l’avvitamento si faceva più duro, intervenivano tutti gli uomini che tiravano con due corde una grossa trave che faceva da manico alla vite stessa. Ogni tiro di trave faceva compiere una rotazione alla vite di circa cento-centodieci gradi. Il tiro della trave era cadenzato da una vecchia cantata: “longaaa eeee secondaaa, brazia guanta curaiooo, forza tira de braviiii, tutti decordiiii, tomba le viteee, pronta le asteee, zo daghe denovooo, zo, zo, zo che la basaaaa”; il “basa” (bacia) significava che la trave era arrivata al fine corsa, andando a sbattere contro il palo verticale di un argano, che più tardi sarebbe stato adoperato per lo stesso scopo. Finita la prima operazione si riportava la trave al punto di partenza, producendo un caratteristico rumore che il grosso dente di acciaio emetteva passando sopra i fori di impegno della piastra della vite: gdan, gdan, gdan, gdan ……, e si ricominciava con la tirata successiva, e così via. A mano a mano che aumentava la resistenza della vite, le voci aumentavano di volume e si facevano più affannose, alla fine, quando la resistenza della vite diventava più forte della forza dei tiratori, si passava al tiro con l’argano. Si infilavano due aste di robusto legno negli appositi fori del palo verticale che fungeva da argano, si passava la fune che tirava la trave attorno al palo-argano e quattro uomini iniziavano a farlo girare; anche in questo caso, per uniformare gli sforzi e cadenzare il passo, i “giratori” si aiutavano con la voce attaccando una cantata composta di secche parole di incoraggiamento, ritmicamente ripetute. Mentre la spremitura del torchio procedeva, il proto, con un enorme cucchiaio dotato di lungo manico di legno, prelevava l’acqua bollente dal calderone e irrorava la pila di sporte per facilitare la raccolta dell’olio, che insieme all’acqua calda fluiva in un grande tino posto in un apposito buco sotto al torchio. Nel tino l’olio, più leggero dell’acqua, si stratificava nella superficie della miscela e l’acqua calda, a mano a mano che il livello saliva, veniva scaricata in mare da un rubinetto inferiore. Alla fine il proto raccoglieva l’olio, schiumandolo con un altro grosso cucchiaio dalla superficie. L’ultimo strato, in cui si raccoglieva la parte più pesante dell’olio emulsionato con l’acqua, la murca, (olio di scarto) veniva travasato in contenitori separati per una successiva decantazione.
L’olio veniva conservato nelle pile o càmenize, recipienti di pietra dura a forma prevalentemente di parallelepipedo, ricavati scavando un grosso masso di pietra opportunamente squadrato. Le càmenize avevano dimensioni variabili a seconda delle necessità delle famiglie, andavano da circa cinquanta fino a oltre duecento litri, ogni casa ne aveva una o due. Per il pagamento della spremitura i proprietari del tuòric trattenevano una percentuale dell’olio prodotto.
San Nicolò. San Nicolò, il sei dicembre, era la festa più attesa dai bambini perché era il Santo che portava i doni, quello che in altre parti del mondo occidentale è Gesù Bambino, Babbo Natale, Santaclaus, Santa Lucia, la Befana, ecc.; a Neresine era San Nicolò (anticamente Sanctus Nicolaus da cui l’anglosassone Santaclaus). I bambini del paese, come tutti i loro coetanei del mondo, in quella fatidica notte erano in spasmodica attesa dell’arrivo di San Nicolò, che ovviamente scendeva dal monte Ossero, ed essi non si stancavano di spiare nella buia serata la montagna, nella speranza di vedere un lumicino, che qualcuno immancabilmente giurava di aver visto. (San Nicolò de Bari, la festa dei scolari, a chi non fa la festa un pugno sula testa).
Il periodo Natalizio. Il periodo delle feste di Natale e fine anno era caratterizzato da attività di preparazione straordinarie, sia per i grandi che per i più piccoli. Le donne preparavano le cose buone come l’uva passita fatta seccare in soffitta, le mandorle glassate in croccante, i fichi secchi, i pan de fighi (smocvegnazi), sia quelli fatti con fichi (carcgne) secchi macinati e impastati con un po’ di grappa e semini di finocchio selvatico, ma soprattutto quelli prelibatissimi fatti con i polussìci, fichi dolci (belizze) fatti seccare al sole aperti, spaccati in due e poi pressati in particolari tazze di legno dette ciàssize.
I bambini erano in attività frenetica, bisognava andare in campagna a raccogliere il muschio per preparare il presepio, ogni casa ne aveva uno; l’albero di Natale non veniva usato, solo in tempi molto recenti è stato introdotto. I ragazzi più grandi del rione Frati preparavano il presepio nella loro chiesa. Nella cappella di S. Antonio si approntava un tavolato, grande quanto tutta l’area della cappella, e per parecchi giorni lavoravano per il suo allestimento: fare il cielo, le luci, le grotte, mettere il muschio, inventare ogni anno una sceneggiatura nuova, mettere bene in vista il palazzo di Erode, la città di Betlemme, sistemare bene i pastori, le pecorelle e quant’altro in dotazione della chiesa per la costruzione del presepio. I pastori, gli animali, ed i vari personaggi erano di grandi dimensioni (circa 20-30 cm) ed erano molto antichi, conservati con cura da generazioni di frati.
Anche in Duomo si approntava un bel allestimento natalizio, nei tempi più antichi si faceva una grande grotta di cartapesta con tutti i personaggi della Natività nell’altare della Sacra Famiglia, poi si è passati ad allestire un grande e bellissimo presepio, a somiglianza di quello dei Frati; dalla fine della guerra questa tradizione in Duomo è cessata del tutto.
Per i ragazzini un’altra attività molto attesa era “andar far cadìt”, si trattava, secondo un’antica tradizione, di accompagnare il frate a benedire le case del paese nei giorni precedenti il Natale. Il frate, vestito con i paramenti leggeri (camice bianco e stola), accompagnato da uno o due chierichetti, vestiti anche loro con la rituale “cotta”, attrezzati con turibolo (cadìlo) e aspersorio, andavano di casa in casa a portare la benedizione e gli auguri di Natale. Si entrava nella casa, il frate scambiava i convenevoli di rito con gli abitanti, poi dopo le giaculatorie di circostanza, dava la benedizione con l’acqua santa al presepio, che grande o piccolo che fosse, tutti avevano allestito. Poi mettendo un po’ d’incenso nel turibolo, in cui il chierichetto si era premurato di attizzare le bronze (braci), faceva cadìt tutta la casa, inondandola del tipico buon profumo (cadìt, fumare, inteso nel significato di incensare). Alla fine il frate metteva (donava) un cucchiaino d’incenso in un piattino, appositamente preparato dai padroni di casa, che nel frattempo avevano riempito un piatto di frittole da offrire agli ospiti. Per i ragazzini questo era il momento più atteso, perciò ne approfittavano, cercando di mascherare la loro golosità, con mal celato atteggiamento di ritrosia.
Lungo il percorso dell’andar di casa in casa le bronze del turibolo si consumavano, così i chierichetti si facevano dare bronze fresche dagli stessi padroni di casa, che le prelevavano dagli spàher e dai fogoler (ug’gnisce), allegramente scoppiettanti per la circostanza e la stagione.
I ragazzini, attraverso il rituale erano diventati esperti di frittole, ormai sapevano dove e chi faceva la frittole più buone e poiché visitare tutte le case del paese richiedeva un certo tempo, erano frequenti le baruffe per accaparrarsi gli stuagni più ambiti.
I bambini dei vari stuagni, alla sera dopocena nei giorni precedenti Natale, andavano “ad agnoleti”, ossia si raggruppavano in corteo e con una lucerna in mano (feralic’) andavano davanti alle porte chiuse delle case dei vicini a cantare la filastrocca chiamata agnoleti: “agnoleti a uno a uno, la Madona de San Bruno, de San Bruno in compagnia, a rosario bon Maria. Agnoleti a dò a dò, la Madona de San Nicolò, de San Nicolò in compagnia, a rosario bon Maria. Agnoleti a tre a tre, la Madona dei San Tre Re, dei San Tre Re in compagnia, a rosario bon Maria. Agnoleti a quattro a quattro, la Madona de san Marco…. E così via … zinque, sei, sette, otto, nove, diese, ecc.”. Alla fine dell’esibizione i bimbi chiedevano: “amate la canzone?” Se la risposta era affermativa concludevano con: “tanti ciodi gavé sulla porta, tanti angeli che ve porta”, poi i vicini li facevano entrare e offrivano loro mandorle caramellate, frittole, qualche pezzo di torrone, caramelle, ecc. Qualche volta per scherzare i vicini rispondevano di no alla richiesta di gradimento della canzone, in questo caso l’ultima filastrocca diventava: “tanti ciodi gavè sulla porta tanti diavoli che ve porta, tanti travi gavè in cantina, tanti diavoli che ve strassina”. La storia si ripeteva per tante sere quante erano le case del vicinato da visitare.
I giorno della vigilia di Natale era anche quello dedicato a tramandare ai discendenti, figli, nipoti o anche fiozi (figliocci), l’arte, un po’ arcana, di far crisàt, ossia ottenere cose straordinarie con parole magiche e misteriosi segni di croce, perché questo era il giorno in cui questi poteri potevano essere trasferiti da una persona all’altra. In questo giorno si insegnava infatti come distruggere con un segno di croce, fatto con una la manèra (scure), un siòn o siùn (tromba marina) in mare, questo valeva naturalmente per i marinai; si insegnava anche come guarire le distorsioni, appunto con segni di croce, misteriosi intrugli e manipolazioni ed altre cose di questo genere.
Il dolce tradizionale di Natale erano le frittole: delle frittelle fatte con un impasto precotto di farina, uva secca, pezzetti di mela, e altri ingredienti, comunque erano buonissime.
Il piatto tradizionale della vigilia di Natale (Nanabàdgni) era baccalà con polenta (una specie di stoccafisso alla vicentina). Il pranzo di Natale era invece càrpize (letteralmente straccetti), ossia lasagne di pasta fresca fatta in casa, con svazeto (sugo di carne) e carne di dindio (tacchino) in umido, o di gallina faraona o agnello, con patate al forno e/o capuzzi garbi. Durante il pranzo di Natale, per la gioia dei bimbi, si doveva ancora far cadìt, ossia bruciare su delle braci messe in un piattino, l’incenso ricevuto in dono dal frate, durante la benedizione annuale precedentemente descritta.
La sera dell’ultimo giorno dell’anno era dedicata al gran ballo al “cinema”: “Veglione” con elezione del re e della reginetta della serata con cartoline e cotillons; il “Veglione” aveva lo stesso svolgimento di quello già descritto per la festa di carnevale.
La mattina del giorno di capodanno, i bambini del paese si attrezzavano con la più grossa mela cotogna (cugna) che potessero reperire, la trapassavano con un ramo di rosmarino (rusmarin) e dopo la Messa Granda in Duomo, andavano in piazza, quel giorno più affollata che mai, a passare di crocchio in crocchio per augurare “bon prinzipio” (buon principio) agli astanti, esibendo la mela cotogna; gli uomini contraccambiavano l’augurio infilando nella mela un soldino. I bambini tornavano a casa all’ora di pranzo mostrando felici il trofeo carico di monetine.
La cucina. La cucina di Neresine può essere assimilata alla cucina veneta, d’altra parte le prime popolazioni arrivate in paese oltre cinque secoli fa, hanno dovuto adattarsi, certamente di buon grado, alle materie prime che hanno trovato sul posto ed a proseguire e sviluppare le coltivazioni esistenti. La base alimentare si è dunque orientata verso l’olio d’oliva, abbondantemente prodotto, il vino, i cereali, i legumi, la carne di pecora e di maiale, che ogni famiglia allevava, il formaggio pecorino, il pesce, ecc.
I piatti principali erano quindi:
- Il brodo di carne in tutte le sue varianti (di pecora, castradina, gallina, ecc.) prevalentemente con pasta fresca fatta in casa, ma anche con riso o pasta.
- Lasagne (càrpize) di grano tenero fatte in casa col vaiàlo (mattarello), condite con svazèto (sugo di carne).
- La polenta in tutte le sue tante versioni: col sugo di carne, col pesce in qualunque modo preparato, col latte, ecc. Un piatto molto tipico era lo scrob, polenta semifluida cucinata nel brodo ottenuto con la cottura dei residui del prosciutto ed eventualmente con l’aggiunta di costine di maiale salate. (Il termine scròb è probabilmente di origine inglese, con cui ancora oggi si chiama in quella lingua una polenta analoga, piatto tipico dei marinai).
- Gnocchi di patate conditi con svazeto.
- Il brudeto (sugo di pesce, corrispondente al brodetto romagnolo e veneto) per condire polenta, pasta, lasagne, ecc. I pesci più usati per fare il brudeto erano (e sono), in ordine di prelibatezza: i dolcissimi calamari (lig’ne), la scarpena (cappone), un misto di scarpoch (scorfano), bisibaba (prete), còcot (galinella), ragno (tracina); anche il brudeto di gronco (gruh) era molto apprezzato. A proposito del brudeto de calimari, si faceva molta attenzione durante la pulitura dei molluschi, di non rovinare, ma conservare attentamente le preziose petuje, delle vescichette gelatinose e trasparenti posizionate all’interno del corpo, verso la parte posteriore, perché queste, versate nel brudeto durante la cottura, lo trasformavano in un delicato squisitissimo condimento. Una delle raccomandazioni della nonna era: Dio guardi (Buoh ciùvai) far el brubdeto de calimari senza le petuje!.
- I calamari con la bruoscva (verza o cavolo), questo piatto è uno dei più tipici e prelibati, degno di fare la sua bella figura nelle migliori cucine regionali italiane e non solo. Anche in questo caso “Buoh ciùvai senza petuje”.
- Bùsara (una specie di brodetto un po’ più diluito) di granchi garmaì, di scampi o frutti di mare in genere, da accompagnare anche col riso bollito.
- Agnello arrosto, tipico e squisito piatto di carne di agnello in umido, fatto cuocere a fuoco lento per parecchie ore. L’agnello più ricercato era quello del monte, ossia cresciuto negli aridi pascoli del monte Ossero, perché ricchi di erbe aromatiche e di sale, portato dalle forti bore invernali. Molto richiesto era anche quello di Tarstenik, piccolo scoglio a largo di Puntacroce, ricco si salvia e di sale marino.
- Capuzzi garbi (cavoli conservati sotto aceto) con luganiga (calbassìzza) (salsiccia di maiale) o altro pezzo di carne di maiale salata e affumicata.
- Minestroni di legumi come: pasta e fasioi, arricchiti magari con una salsiccia o un pezzo di prosciutto o di porcina.
- Minestre di ceci, fave, lenticchie e cicerchia (zìzeriza).
- Risi e bisi, risi na cumpìru (riso e patate).
A proposito di risi na cumpìru, vale la pena raccontare un simpatico aneddoto riguardante questa minestra, che era considerato piatto povero e poco pregiato. Nei tempi della maggiore attività di produzione ed esportazione di legname da ardere, due giovani di Neresine erano andati a lavorare a giornata per caricare di legname in Draga (un posto (get) a Bora, nell’isola di Cherso di fronte al paese) una nave di romagnoli. Nel contratto di lavoro era previsto che ai caricatori fosse fornito il pranzo di mezzogiorno a bordo, mentre la sera sarebbero ritornati a casa col caicio. I due giovani durante la giornata di lavoro hanno fatto amicizia con l’equipaggio della nave, la sera quindi sono stati invitati a rimanere a cenare con loro e stare ancora un po’ in compagnia. Hanno chiesto cosa ci fosse per cena e avendo saputo che c’era minestra romagnola, hanno deciso di restare, dicendo tra loro: “piuttosto che tornar a casa e magnar quei soliti prochieti (maledetti) risi na cumpiru, per una volta cambiemo e magnemo minestra romagnola”, che poi alla fine si è rivelata i soliti detestati risi na cumpiru.
Veniva fatto largo uso di carne di maiale salata e affumicata, che si conservava in baie di legno (tigne), una specie di piccoli tini a forma di tronco di cono. Le parti più pregiate erano naturalmente i prosciutti lavorati alla dalmatinska (al modo dalmatico) e il lombolo (luombul), filetto di maiale salato ed affumicato, una specie di coppa. Degne di menzione sono le ciriève: trippe salate e affumicate, ricavate dall’intestino tenue del maiale, che si mangiavano d’inverno arrostite sulle bronze (braci) del fogoler.
Nel periodo invernale si mangiava frequentemente la bruoscva (verza) e la blitva (bietola), ed anche la polenta con brudeto di seppia (sepa o sippa) o polpo (folpo o cobuòdniza) salati e seccati al sole, poi bagnati per qualche tempo per ammorbidirli, prima della cottura.
Un piatto tipico estivo che si mangiava spesso la sera erano le patate bollite con radicchio crudo, il tutto mescolato insieme e condito con olio e aceto, accompagnate con pesce fritto o alla griglia, o anche con le sardele salade (alici salate). I pesci più usati in questo piatto erano le squisitissime maride o mènule di Rìduia, forse uniche al mondo con quel sapore, dette anche scherzosamente luganighe lussignane.
Nel periodo estivo ogni famiglia preparava il concentrato di salsa di pomodoro occorrente per il fabbisogno della cucina di casa. Si raccoglievano i pomodori maturi, si strizzavano con degli stracci bianchi a maglia larga per trattenere le bucce ed i semini, ed il liquido mescolato con la polpa e opportunamente salato, veniva distribuito sulle dasc’ìzze, ossia su dei contenitori rettangolari fatti di tavola di legno, lunghi circa un metro, larghi una quarantina di centimetri e alti circa tre centimetri, e si mettevano a seccare al sole, rimescolando ogni tanto l’impasto, a mano a mano che si addensava. Alla fine la salsa, una pasta densa di colore rosso scuro, veniva raccolta per la conservazione nei bozoni, vasi di vetro con relativo tappo smerigliato a tenuta ermetica. Nel solleone di agosto i muretti dei cortili delle case del paese erano pieni di dasc’ìzze di salsa, ed i ragazzini, correndo per i loro giochi sù e giù per gli stuagni, non potevano fare a meno, passando vicino, di dare una ditata nella salsa per succhiarsi la deliziosa crema, inseguiti dagli urli e improperi delle padrone di casa.
Stranamente i funghi, che crescevano e crescono abbondanti, non venivano considerati commestibili, anche se sono presenti numerose varietà molto pregiate come: i marzuoli, abbondanti nel periodo invernale, i galletti ed i chiodini. Anche se meno pregiati, si trovano pure i prataioli, le mazze di tamburo e le colombine. Non sono presenti i funghi porcini. anche se sono abbondantissimi i porcinelli.
I dolci tipici, come già detto in altra parte, erano: le fritole nelle feste natalizie, i crostoli per carnevale e le pinze per Pasqua. Nei tempi più antichi nelle pinze veniva messo, per dare colore e un particolare gradevole sapore, dello zafferano (saffruàn), che veniva coltivato negli orti vicino casa; anche questa usanza tipica di Neresine è andata perduta. Per tutte le stagioni andavano bene lo strudel di mele (prevalentemente mele cotogne) le palacìnche (una specie di crepes) ripiene di un impasto fatto di ricotta, cacao e zucchero oppure di marmellata, possibilmente anche questa di mele cotogne fatta in casa. Tra i dolci vanno anche ricordati i kifeli, un tipo di fritelle fatto con un impasto dolce di patate, di forma affusolata, variamente incurvate (probabilmente di origine austriaca).
Devono essere ricordate anche le più antiche ulìta nadègniene (trippe riempite, gonfiate), si trattava di riempire l’intestino grosso del maiale ed anche della pecora, con un impasto dolce di farina e uova, simile a quello delle frittole, contenente uva passita, pinoli, mandorle, ecc., ne veniva fuori una specie di grosso salame, che si faceva cuocere per un certo tempo in una grossa pentola e poi poteva essere mangiato in fette belle calde, oppure conservato e mangiato nel tempo, tagliato a fette e arrostito sulla brace od anche riscaldato in altro modo, anche in frittura.
Degne di menzione sono le grosse olive nere chiamate guórcule (amarognole), cotte al forno in apposite teglie, cosparse con abbondante zucchero.
Un altro dolce, di introduzione più recente, ma diventato tradizionale almeno alla metà del XIX secolo, erano “le fave dei morti”, probabilmente introdotto dall’area triestina ed istriana, ma comunque immancabile appunto nel periodo delle celebrazioni dei defunti e della festa patronale della Madonna della Salute, il 4 novembre. Erano dei pasticcini variopinti, fatti di pasta di mandorla, in forma di grosse fave, tuttora diffusi in tutta la parte italiana dell’Adriatico settentrionale, e di cui ogni famiglia non poteva fare a meno nel periodo delle festività autunnali.
Un piccolo approfondimento lo merita il pane, da sempre alimento fondamentale. Il pane, fin dalle prime origini del paese veniva fatto in casa, ed ogni casa, o gruppo di case, aveva il proprio forno. Nei tempi più antichi il forno era costruito in robusta muratura all’esterno della casa, in un angolo del cortile, ed aveva forma di piccola torre con l’apertura ad altezza d’uomo ed il tetto spiovente di coppi, ed era completo di alto camino, che si stagliava nella parte anteriore. Il forno antico aveva l’aspetto di una chiesetta in miniatura, coll’alto comignolo che sembrava un campanile. Un antico proverbio in dialetto slavo, per indicare comportamenti molto primitivi, diceva: “chi ni nicad zriecvu videl, i na pec’è se clagna” (chi non ha mai visto una chiesa, si inchina anche davanti ad un forno). Successivamente, con la costruzione delle nuove case i forni sono stati spostati all’interno, in cucina o in baraca. Il pane si faceva generalmente una volta alla settimana, veniva impastato in apposite madie (copànize) o nello smur (madia rettangolare a fondo arrotondato, ricavato scavando un grosso mezzo tronco d’albero), e confezionato in forma di struzze o colùbe (grosse pagnotte), con farina appena macinata, ricavata dal grano coltivato nei gorghi (tieghi) del paese. Alcune struzze venivano tagliate in fette e biscottate diventando le passaméte. Le passaméte erano mangiate nell’ultima parte della settimana e venivano date agli uomini da mangiare per merenda (jùsina) col formaggio, quando andavano a lavorare in campagna, erano più adatte per essere portate nel russak (zaino) di tela assieme agli attrezzi (spone, sfilazzi, òbruci, óglavize, ecc.) e l’immancabile botiunich di bevanda (bevuanda). Il botiunich era una bottiglia rivestita di tarnela, ossia ricoperta da un fitto intreccio di trefoli di corda catramata, che forniva un isolamento termico ed una protezione contro eventuali urti. Dallo stesso rivestimento si ricavava anche una robusta maniglia, intrecciata con la stessa corda, per il più agevole trasporto. Il botiunich ed il più grosso botiun, erano i caratteristici recipienti dei marinai, utilizzati per trasportare piccole quantità di vino o miscela di vino e acqua, appunto la bevanda.
Le passaméte erano anche molto usate per fare merenda con “la soppiza”, ossia per essere inzuppate in un mezzo bicchiere di vino arricchito di zucchero e mangiate col buon formaggio pecorino.
Per fare il pane bisognava macinare il grano per ottenere la farina, quindi ogni stuagne aveva almeno un impianto di sarne (la esse va pronunciata dolce), ossia le macine. Le sarne erano costituite da un robusto telaio di legno, costruito su due piani: sul piano superiore, ad altezza d’uomo erano montate due coppie di grosse pietre rotonde, del diametro di circa 60 centimetri l’una, messe una sopra l’altra. La pietra inferiore era fissa e portava al centro un perno rigido di legno, rastremato a forma conica, regolabile in altezza con un ingegnoso sistema di cunei montati nel piano inferiore, mentre quella superiore, che era forata al centro con un buco di circa 10 – 12 centimetri di diametro, poggiava sul perno della pietra inferiore tramite una traversa-cuscinetto di legno duro, in modo da poter ruotare senza attrito. La pietra superiore aveva incastonato sul lato esterno della circonferenza una specie di maniglione forato di ferro, in cui si infilava un lungo bastone opportunamente sagomato, tramite il quale si faceva girare a mano la macina. La macinatura del grano era effettuata mettendo in rotazione la pietra superiore, versando, a mano a mano che la macinatura aveva corso, i chicchi di grano nell’apposito foro. Il grado di finezza della farina era determinato regolando in altezza il perno fisso, attraverso gli appositi cunei del piano inferiore. Di solito l’impianto di sarne era costituito da due gruppi di macine: una per ottenere la farina per fare il pane e l’altro per quella di granoturco (farmenton o farmentun) per fare la polenta.
Il lunedì mattina, giorno in cui solitamente si faceva il pane, tutto il paese era inondato dal caratteristico buon profumo del pane fresco.
Oltre al pane, altri prodotti da forno erano: le pinze già dette, il pan de Milan, una specie di pagnotta dolce intrecciata a forma di treccia, fatta con un impasto somigliante a quello delle pinze, il paprégnak, squisito pane impastato con acqua e miele (di solito l’acqua di lavaggio dei telai delle arnie dopo l’estrazione del miele), il pane impastato con pezzetti di fichi secchi e la loìniza, ossia pane impastato col grasso (luòi) di maiale ed anche di pecora.
Come non parlare a questo punto dei fichi! Il mite clima marittimo delle isole e la lunga siccità estiva creavano le condizioni ideali per la crescita spontanea degli alberi di fico, e in paese infatti ce n’erano ovunque: negli orti, nelle vigne, nei terreni di pascolo, perfino nei megnizi e non richiedevano alcuna particolare cura, tranne la raccolta dei frutti maturi. Fondamentalmente c’erano quattro qualità di fichi: le carcgne, le belizze, le petruofque e le ciarniqve.
Le carcgne erano (e sono) fichi giallo-verdi di pasta rossa, dolci e buoni, ed erano quelli più diffusi perché si prestavano per essere essiccati al sole sugli appositi bàraz, che erano dei grossi telai di legno, su cui erano distese delle stuoie di sottile canna (le stùrize o stùrich), particolarmente adatte per l’essiccazione dei fichi. I bàraz erano anche dotati di una robusta copertura di tela impermeabile, fatta a forma di tetto spiovente, che la mattina veniva aperta per lasciare che il sole svolgesse liberamente l’importante funzione dell’essiccamento, mentre la sera, al tramonto, veniva chiusa, per evitare l’entrata dell’umidità della notte. La copertura del bàraz veniva chiusa anche di giorno, in caso di pioggia, anzi in caso di minaccia di pioggia, le donne correvano a casa per coprire, con priorità assoluta il baraz, poi provvedevano a recuperare la capra, di solito pascolante nei dintorni e portarla nel cotaz (casetta ricovero), ed infine portare in baraca, o comunque in un posto asciutto le frasche ed i legni occorrenti per il fuoco di casa. Attività consueta di tutti i bambini del paese, nel periodo dell’essiccamento dei fichi, era l’infilarsi sotto il bàraz per raccogliere col dito e leccare la dolcissima goccia di medo (miele), il mieloso liquido che fuoriusciva da ogni fico. In questa operazione i ragazzini finivano inevitabilmente per toccare con la testa lo stùrich grondante appunto di medo, per cui in questa stagione avevano sempre i capelli appiccicosi per l’accidentale contatto col liquido zuccherino.
I fichi, una volta essiccati, erano conservati in grossi cassoni di legno (scrigne), distendendo sul fondo della cassa, prima uno strato di foglie di alloro, poi uno strato di fichi secchi, poi un altro strato di foglie, e ancora uno strato di fichi e così via fino al riempimento della cassa, poi il tutto veniva pressato con pesanti pietre e lasciato a stagionare per l’inverno. Durante la stagionatura i fichi si ricoprivano di uno strato di bianco zucchero, tanto da sembrare infarinati. Nel periodo invernale erano il companatico buono per ogni occasione, erano utilizzati nel caffelatte, naturalmente caffè d’orzo, per la colazione della mattina, al posto dello zucchero: un pezzetto di fico ed un cucchiaio di caffelatte. Nelle fredde mattine invernali gli uomini gradivano, per scaldarsi, sorbire un bicchierino di grappa (rachìa) accompagnato con tre-quattro fichi secchi; poi prima di uscire, non mancavano di portare con se nel russak, assieme alla merenda (per jùsina) anche un sacchetto di fichi. I ragazzini d’inverno avevano sempre le tasche dei pantaloni irrigidite da uno strato di zucchero che si formava all’interno, per il tenere sempre dei fichi secchi in tasca, assai spesso rubati di nascosto dal cassone di famiglia, custodito nella soffitta di casa.
Per variazione si facevano con gli stessi fichi secchi i pandefighi (smoqvégnazi); di solito venivano utilizzati quelli “meno ben riusciti”, si macinavano con la macchina tritacarne e si impastavano con della grappa e semini di finocchio selvatico, confezionandoli in forma conica; anche questi, dopo una stagionatura in soffitta, posati sopra una grossa foglia di fico, venivano mangiati d’inverno, tagliati a fettine; erano comunque una squisitezza, specialmente nelle fredde giornate de fortunal de bora, accompagnate anche con la grappa.
Le belizze erano fichi gialli, di pasta gialla, dolcissimi, anche questi erano seccati al sole nel bàraz, in questo caso però erano tagliati a metà e aperti per evitare l’eventuale fermentazione, visto il loro altissimo tasso zuccherino. Da secchi si chiamavano polussìc’i (gemelli), con cui venivano ancora fatti dei pandefighi: i polussìc’i venivano impilati e pressati in apposite forme si legno a forma di larghe tazze, chiamate ciàssize, leggermente inumiditi con succo d’uva, grappa, e aromatizzati con semini di finocchio ed altri ingredienti, poi dopo la consueta stagionatura in soffitta erano pronti da mangiarsi a fettine. Questi pandefighi erano i più buoni e ricercati, ma venivano dati ai bambini con parsimonia, perché erano riservati per le grandi occasioni, feste di Natale e capodanno, importanti ricorrenze famigliari, ecc. (Assomigliavano un po’ al panforte senese, ma assai più buoni!).
Le petruòfque erano grossi fichi bruni a pasta rossa, molto prelibati, si mangiavano soltanto freschi come frutta, sia in giugno sotto forma di fior di fico e sia in settembre.
Le ciarnìqve erano fichi di color bruno scuro e di più piccole dimensioni, anche questi erano molto dolci e si mangiavano solo freschi.
Sia le petruòfche che ciarnìqve erano meno coltivate perché i loro frutti non erano adatti per essere essiccati, quindi per l’economia delle famiglie quello che non poteva essere conservato per l’inverno aveva meno pregio.
I soprannomi. Tra gli usi tradizionali va menzionato anche quello dei soprannomi; infatti, tutte le persone del paese erano e sono individuabili con un soprannome di famiglia o individuale. Questa usanza col tempo è diventata una necessità vera e propria, perché il paese si sviluppò nei secoli partendo da pochi ceppi famigliari di origine, senza scambi matrimoniali con i paesi vicini, quindi nel corso degli anni tutti gli abitanti si sono trovati a condividere i pochi cognomi disponibili, circa una diecina. Inoltre, siccome la tradizione vuoleva che i discendenti portassero prevalentemente i nomi degli antenati, che non si discostavano dai comuni Giovanni, Francesco, Domenico, Antonio, Giuseppe, ecc., si è verificato che parecchie diecine di persone portavano lo stesso nome e cognome, da qui l’esigenza di trovare un più facile modo di riconoscimento, ricorrendo appunto ai soprannomi.
I primi soprannomi facevano riferimento al nome proprio di un capostipite generazionale, come: Pierovi da Pietro, Blasìcevi, da Biagio, Marchìcevi da Marco, Antuògnovi da Antonio, Rocchìcevi da Rocco, Roccovi da altro Rocco, Costantìgnevi da Costante, Eujègnovi da Eugenio e così via. Coll’aumentare della popolazione e la ulteriore proliferazione sempre degli stessi nomi, è stato necessario passare ad altri riferimenti come: Zìzzericevi da cicerchia, Bòbari da bob (fava), Barbarossovi da barba rossa, ecc.
In molti casi, a partire dal 1920, i soprannomi sono stati trasformati in nuovi veri e propri cognomi.
I principali soprannomi di Neresine sono elencati nell’allegata appendice “A”.
I mezzi di trasporto. Vale la pena di parlare dei mezzi di trasporto utilizzati in paese per la loro tipicità. Il più importante e diffuso era la piccola barca, il cosiddetto caìcio (caìch), nome comunemente usato nella zona costiera del versante orientale dell’Adriatico, fino alla Turchia, per definire questo tipo di imbarcazione. Il caìcio di Neresine era ed è una robusta barca in legno a poppa quadra, abbastanza larga, di lunghezza variabile da 4,5 fino a 6 e più metri, particolarmente adatta per la navigazione a vela, prevalentemente dotata di scafo, ossia una specie di coperta che copre circa la metà anteriore della barca. Oltre ai caìci c’erano anche le batele, barche leggere molto maneggevoli, utilizzate prevalentemente per la pesca. Le batele erano barche a fondo piatto, di lunghezza variabile attorno ai quattro metri, senza coperta, adatte per la navigazione a remi, molto probabilmente derivanti dalle analoghe barche della laguna veneta, aventi lo stesso nome.
Data la natura impervia delle isole del Quarnero e la conseguente difficoltà di costruire strade, la barca era diventata il principale mezzo di trasporto, particolarmente per gli abitanti di Neresine e di S. Giacomo. Infatti, tutte le terre della parte sud dell’isola di Cherso, la cosiddetta Bora, erano diventate di loro proprietà, quindi per attraversare lo spazio di mare che divide le due isole, il Canal (Conual), con un percorso da uno a tre-quattro miglia, a seconda del punto dove si doveva approdare, era gioco forza utilizzare la barca, conseguentemente quasi ogni famiglia ne aveva una propria. Il mare chiuso e poco ondoso del Canal, perché protetto da tre lati e le caratteristiche di buona ventosità dell’area, avevano facilitato la diffusione della vela quale mezzo di propulsione, di cui tutti gli abitanti erano diventati esperti utilizzatori.
L’uso intensivo delle barche ha portato all’esigenza di trovare un posto sicuro dove ormeggiarle, sono quindi stati costruiti dai Neresinotti, con un lavoro enorme, tanti porticcioli e moli di ormeggio un po’ ovunque.
Nel paese sono stati costruiti i porticcioli dei Frati, di Biscupia e di Ridimutac per gli abitanti di Halmaz. Ridimutac (fango ridente) era una bellissima insenatura sovrastata da alto bosco, a fondale in parte sabbioso ed in parte fangoso, in cui sfociava una sotterranea sorgente d’acqua dolce. In questi porticcioli ciascuna barca aveva il proprio individuale ormeggio, con regolare corpomorto fisso e relativo gavitello. Gli ormeggi venivano tramandati, come una proprietà privata, di generazione in generazione nelle stesse famiglie. Oltre ai porticcioli in paese, sono stati costruiti moli di attracco e ormeggi sicuri in tutti gli approdi di Bora, da quelli in Pod Brùaide (baia sud di Ossero), Podolzì, Mociuàvni (baia di Sonte), Sonte, Scoìc, Stenìzze, Pinzinic’a mul, Draga, Rìduie, Sesnúa, Maiescúa, con annessa casetta per ripararsi dalla pioggia in caso di temporale (neviera), Caldonta, Martinsc’iza, Galbociza, Biela Vala, fino a Puntacroce e oltre. Anche i Sangiacomini hanno dato il loro contributo nella costruzione dei vari approdi per le barche, sono nati così i porticcioli di S. Giacomo, Lanena, e moli di attracco in Buciagne, Veli Buok, Lucizza, ecc.
Nei caìci venivano anche trasportate da una sponda all’altra le pecore e perfino gli asini ed i muli. Lo scafo dei caìci era particolarmente adatto per far salire con facilità le pecore a bordo e poi alloggiarle sotto lo stesso scafo durante la navigazione, particolarmente utile quando per vento più intenso la barca navigava inclinata su un fianco sotto la spinta della vela.
Altri mezzi di trasporto importanti erano il mulo e l’asino (tovuár); va precisato che nel dialetto italiano del paese il mulo era chiamato cavalo e in quello slavo cuógn (appunto ancora cavallo); tutti i trasporti terrestri venivano fatti a dorso di questi utili animali, quindi anche le varie attrezzature per il trasporto dei materiali erano costruite in funzione di questo tipo di vettore. Quello principale era il basto o crosgna, su cui si caricavano legna, frasche, pecore ed agnelli, ed ogni altro tipo di mercanzia di consistenza solida, ed era anche adatto per fare stare agevolmente seduto l’uomo in groppa. Sui basti venivano applicati anche particolari accessori, come le cuònche o conche, dei contenitori fatti a cassone, col fondo apribile per scaricare in terra il loro contenuto, opportunamente sagomati per adattarsi all’anatomia dell’animale: erano usati per il trasporto di materiale alla rinfusa come letame, pietre, sabbia, terra, calce viva, ecc. Per il trasporto di liquidi, specialmente acqua e vino, erano usate le batalúghe, piccole botti di legno a sezione ellittica, di circa venti o trenta litri di capacità, adatte per essere caricate sui basti dell’asino o del mulo. Per i liquidi veniva anche utilizzato il ludro o mieh, otre ricavato dalla pelle della capra o pecora. Il ludro era uno dei contenitori tradizionali per il trasporto dell’uva raccolta durante la vendemmia.
Gli animali da soma erano intensamente utilizzati per il trasporto di legname, dai boschi di taglio, posti anche al centro dell’isola, fino al mare, dove veniva imbarcato sui motovelieri da carico del paese. Quest’attività si chiamava sumisár o in dialetto slavo gonìt. Il legname da ardere era chiamato i fassi, ossia dei pezzi di rami tagliati di lumghezza standard di circa un metro e diametro da 3 fino a 5 – 6 centimetri, mentre quello di dimensioni piu grosse era chiamato i mureli. Il legname veniva poi accatastato in uno spiazzo, preventivamente preparato, in riva al mare, nell’attesa di essere imbarcato. I posti prescelti per la caricazione non sempre erano adatti per l’attracco delle navi, anzi quasi mai, per motivi di basso fondale o secche rocciose particolarmente pericolose, quindi inaccessibili dal mare per i grossi bastimenti. I posti d’imbarco del legname aventi queste caratteristiche, erano chiamati ghet (da ghetto, luogo chiuso, inaccessibile). Per caricare il legname nel ghet, era quindi stata escogitata una particolare tecnica: la nave veniva saldamente ormeggiata in fondale sicuro, con ancore a prua e poppa e cime a terra, ma distante da riva, a volte anche più di 50 metri, poi venivano messi dei lunghi ponti per raggiungere terra, ossia delle grosse tavole di legno, lunghe circa 15 metri, larghe circa 40 centimetri e spesse 5 – 6 centimetri. Quando la distanza da terra superava la lunghezza della tavola (ponte), si faceva un ponte di barche, con una o due caici che fungevano da piloni. I fassi venivano accatastati su uno smurìch e direttamente pesati a terra sul dezimàl (grossa bilancia), quindi portati in spalla a bordo dai caricatori, quasi sempre gli stessi marinai di equipaggio della nave, costretti a camminare veloci sul flessibilissimo ponte, il che richiedeva da parte dei portatori anche il possesso di alte doti equilibristiche. L’unità di misura di ogni smurìch di fassi era la mièra (misura), ossia circa 50 chili. La contabilità del legname caricato era effettuata da due persone contemporaneamente, una per conto del proprietario del legname e una per conto dell’armatore della nave. Ogni mièra era marcata con una barretta verticale su un apposito quaderno, ogni quattro barrette verticali erano sbarrate con una quinta trasversale al grido di “sbarra”, quindi ogni gruppo di barrette sbarrate corrispondeva a cinque mière, alla fine del carico si contavano le sbarre e quindi la quantità di legname imbarcato. Tra le vecchie carte ritrovate ci sono delle ricevute di imbarco di legname per oltre 3000 mière di fassi, riguardanti alcuni proprietari.
Un altro mezzo di trasporto importante era il caro coi manzi (carro trainato dai buoi). Il carro di Neresine era del tipo a quattro ruote, molto lungo e stretto, atto per passare nei clanzì (singolare clanaz), le tipiche strette strade di campagna delimitate da entrambi i lati da masiere, e per percorrere gli stretti ed impervi sentieri lungo i boschi dell’isola; era molto pesante e robusto, costruito con grosse travi di legno e alte sponde laterali, formate da barre di legno di ginepro, atte per contenere i carichi più voluminosi. Il carro veniva adoperato per i trasporti a lunga distanza, specialmente del legname, dai boschi di taglio fino ai posti di imbarco in riva al mare, ed aveva una portata anche superiore ai dieci quintali. Nei periodi di lunga siccità estiva, il carro veniva usato per portare l’acqua potabile alle pecore nelle varie campagnre di Bora, prelevandola dai pozzi di Ossero e addirittura dal pozzo in piazza a Neresine, con percorsi a volte anche superiori a 15 chilometri. Nei tempi più antichi il carro era l’unico mezzo di trasporto terrestre di grandi partite di merci tra i vari paesi delle isole, non era infrequente la necessità di viaggi a Cherso, ad oltre 50 chilometri di distanza ed a Lussino (20 chilometri). I carri erano posseduti tuttavia solo dalle poche famiglie dei grandi proprietari terrieri, perché richiedevano anche il possesso di due robusti manzi (buoi) per il loro trascinamento, quindi esistevano solo tre o quattro carri, che comunque coprivano le necessità del grande trasporto per tutto il paese. Le famiglie che possedevano i carri e relativi buoi, erano: i Gaetagnevi (Bracco), i Casteluagnevi (Soccolich-Castellani), i Maurovich de Cluarich ed i Menisic’evi (Zorovich-Menesini).
Tra i mezzi di trasporto vanno ricordate anche le civiéra. Erano delle portantine di legno di ginepro, sagomate in modo da essere trasportate da due persone, una davanti e l’altra di dietro, con cui venivano effettuati i trasporti pesanti a mano di breve distanza.
La copàniza era un contenitore di grandi dimensioni di forma rettangolare svasata, costruito con tavole di legno, avente, come le civiéra, quattro impugnature per il trasporto con due persone. Le copànize erano anche adoperate per fare il pane (come madie) e per il lavaggio e pulitura del maiale, quando veniva ammazzato (copado), prima della macellazione. Lo smurìch (non ha termine in italiano, forse conca?) già menzionato, come lo smur precedentemente visto, era un contenitore leggero, rettangolare a fondo arrotondato, ricavato scavando un mezzo tronco d’albero, adatto ad essere portato a spalla dagli uomini o sulla testa dalle donne. (Quando verso la fine del XIX secolo i frati croati avevano abolito la lingua latina ed italiana in alcune cerimonie religiose, gli abitanti di Neresine che non avevano accettato la cosa, portavano a battezzare a Ossero i neonati, accomodandoli proprio nello smurìch, portato in equilibrio sulla testa dalle donne).
Altri contenitori tradizionali erano i cossìc’i e le còfe. I cossìc’i erano dei robusti cesti di vimini, costruiti artigianalmente in casa, dotati di una rigida maniglia di legno (proveslò) di frassino, opportunamente sagomata, ed erano di varie dimensioni; quelli più grandi erano utilizzati per la raccolta delle olive, dell’uva durante la vendemmia, per la raccolta dei fichi, ecc., quelli più piccoli per tutti gli usi possibili. Un antico proverbio molto usato diceva: “ne hfalìse cossìc’e da ima novo proveslìc’e” (non decantare il cesto se ha la maniglia nuova), per dire che non basta sostituire una piccola parte ad un pezzo vecchio, per averne uno completamente nuovo. Le cofe (ceste) erano invece delle grandi ceste di vimini, più leggere dei cossìc’i, di forma ovale, dotate anch’esse di robusta maniglia di vimini intrecciati e di due coperchi superiori, incernierati sulla trasversale della maniglia. Le cofe erano generalmente utilizzate per la conservazione del pane o altri generi alimentari che richiedevano una certa aerazione.
La pesca. Nella vita di Neresine la pesca è certamente un argomento degno da essere ricordato perché il mare circostante era pescosissimo e perché il pesce è stato, per lo meno dalla fine del XVIII secolo in poi, un importante mezzo di sostentamento per la popolazione, specialmente nei periodi di maggiore siccità e quindi di carenza alimentare. Il mare era comunque così pescoso che ognuno, a tempo perso, pescava il proprio fabbisogno, quindi non esistevano veri e propri pescatori di professione a tempo pieno.
Nel periodo invernale la pesca prevalente era quella dei calamari (ligne) e delle seppie (sippe), generalmente effettuata dai ragazzi, che provvedevano al fabbisogno dei famigliari e del vicinato. C’è un vecchio adagio in dialetto slavo che a proposito della pesca delle seppie dice: “februaj sippe na cruàj, muàrc’a od avuànza, avrila preco rila, maja na capìtul”, ossia: febbraio le seppie a terra, marzo ce n’è d’avanzo, aprile fino alla nausea, maggio tutto finito.
Si racconta ancora oggi che in primavera, durante la stagione della mungitura delle pecore, c’erano delle donne, cinque o sei, che andavano a mungere le pecore nella campagna circostante la baia di Sonte, di fronte al paese. Si erano ben organizzate e con una grossa batela, (quella del Iviza), a remi se ne andavano tutti i giorni su e giù per il canale per effettuare la mungitura. Arrivate sul molo (mulìch) di Sonte, ormeggiavano la batela e ognuna per proprio conto se ne andava verso la propria campagna a radunar (vagnát) le pecore, poi ritornavano con le “latte” in testa piene di latte verso la barca. Quelle che ritornavano per prime, mentre aspettavano le altre, “raccoglievano” seppie con le mani nel basso fondale, dove i molluschi si raggruppavano per la riproduzione e poi ritornavano a casa col latte e con le seppie: da mangiare per tutti.
Le seppie ed i polpi (cobuòdnize) venivano anche pescati con delle grosse nasse (varse) di vimini, che, mentre si andava su e giù per il canale per recarsi a Bora per lavoro, si lasciavano cadere qua e là sul fondo del mare, per poi al ritorno ritirarle su, per mezzo del dracmarìc’ (rampino), piene di molluschi. Non avendo in quei tempi né frigoriferi, né un mercato dove venderle, si salavano un po’ (sia seppie che polpi) e si facevano seccare al sole, per poi mangiarle d’inverno. In quel tempo, durante la stagione della pesca delle seppie i moli dei vari porticcioli del paese erano sempre tutti anneriti dall’inchiostro dei molluschi pescati.
Un’altra pesca tipica del periodo primaverile era quella dei granzi (le squisite granzievole), si pescavano prevalentemente nella baia di Ossero, ce n’era una tale abbondanza che quelli che li pescavano stentavano a venderli, così per riuscire a smaltirne qualcuno di più, escogitarono il sistema di cuocerli in grossi barili di lamiera e venderli nella piazza del paese già cotti.
Durante l’estate era abbondante e facile la pesca degli sgombri: mentre si andava con la barca a vela a Bora per lavoro, si filava a mare la lenza a traino (pànola), usando come esca un pezzetto di stoffa bianca, e nel breve percorso si riusciva a pescare il fabbisogno della famiglia.
Una attività di pesca molto praticata, perché anche divertente, era quella di luminar (svetìt) col pétromas (dal nome del marchio di fabbrica dell’attrezzo) a petrolio (la lampara) e le fiocina, si faceva tutto l’anno, nelle notti di bonaccia e senza luna. Si installava sulla prua di una batela il pétromas acceso, e vogando silenziosamente si perlustrava il fondale lungo la costa a tre o quattro metri di profondità, fiocinando tutti i grossi pesci che si incontravano, fermi e abbagliati dall’improvvisa intensa luce. Questa era una pesca molto proficua perché si prendevano grossi pesci pregiati come, orate (podlànize), branzini, scarpène, fruànculi (saraghi S. Andrea), pizzi (saraghi pizzuti), serghi (saraghi reali), cavai (corvine), ecc.
I ragazzi, specialmente nei tempi più antichi, andavano a luminar da terra camminando sugli scogli (cràjen muora), utilizzando come fonte luminosa un ramo di ginepro (smreca) ardente e la sabra, ossia una specie di spada con sulla punta un uncino. Quando si scorgevano, nei piccoli specchi d’acqua tra gli scogli, dei cefali (c’ifli), si dava una sciabolata nell’acqua ritirando contemporaneamente verso sé la sabra, nel cui uncino rimanevano agganciati i pesci. Successivamente, con l’evento delle nuove tecnologie, il ramo di ginepro ardente fu sostituito da una lampada “a carburo” e la sabra con una piccola e molto acuminata fiocina. In questo modo, oltre ai cefali si prendevano anche gli squisitissimi granchi garmaì e qualche bel folpo, che di notte andava anche lui a caccia di granchi tra gli scogli.
Vale la pena di raccontare anche la pesca con la ságoniza (da pronunciarsi con la esse dolce di rosa). Questo tipo di pesca veniva fatto nella buona stagione: si partiva la mattina di buon’ora con due o tre barche ed una diecina di uomini. Si sceglieva una opportuna baia, possibilmente sabbiosa, poi si calava, a tre o quattrocento metri a largo della baia prescelta, una corda lunga anche oltre 1000 metri, opportunamente zavorrata in modo che andasse sul fondo, su cui venivano intrecciati ogni cinque o sei metri dei gruppi di foglie secche di pannocchie di granoturco, con l’intenzione con queste di spaventare i pesci. Nella stessa corda venivano legati ogni trenta o quaranta metri delle sagole alla cui estremità si fissava un gavitello galleggiante. Poi si calava sul basso fondale vicino alla spiaggia, in un posto opportunamente prescelto, una grande rete distesa sul fondo e gli uomini da terra incominciavano a tirare la corda, prima da una estremità e poi dall’altra, con l’intenzione di riportare a riva la corda e tutto il pesce che si venisse a trovare all’interno. Il capopesca da una barca al largo sorvegliava il funzionamento della corda impartendo ordini a voce a quelli di terra. Quando quelli di terra si accorgevano che la corda faceva molta resistenza al loro tiro, davano segnalazione al capopesca che provvedeva a salpare ad una ad una le sagole con i gavitelli, finché non trovava il punto in cui la corda si era incocciata in qualche grotta e poi la liberava, così il tiro riprendeva. L’operazione durava parecchie ore prima che tutta la corda fosse salpata. Alla fine quando l’ultimo pezzo di corda era arrivato nella rete precedentemente predisposta, si tiravano su i lembi della rete con tutto il pesce dentro. Con questo tipo di pesca si riusciva a raccogliere anche qualche quintale di pesce pregiato.
Al ritorno in porto si faceva l’operazione della spartizione del pescato, ed era una vera e propria cerimonia a cui assistevano tutti i ragazzini del paese, e non solo loro. Nel cortile della casa del capopesca o sul molo del porto si facevano in cerchio tanti mucchi di pesce quante erano le parti in cui si doveva dividere il pescato. Spettava una parte ad ogni uomo, una a ogni barca ed una o più al proprietario delle attrezzature. Poi tutti gli uomini si mettevano in cerchio e col rituale del bim, bum, bam buttavano dei numeri con le dita e facevano la conta, il primo estratto prendeva il mucchio di pesce più ricco, precedentemente definito e gli altri seguivano in ordine di estrazione della conta.
Nel periodo invernale molti pesci rientravano nei bassi fondali delle baie del canal per la riproduzione, quindi gli appassionati di pesca più esperti seguivano queste migrazioni per poi al momento giusto calare le reti e fare serajo (serraglio), cioè chiudere il pesce, di solito orate e volpine o muiéle (muggini). Molte volte i seraj fruttavano diecine di quintali di pesce, il problema però era come smaltire il pescato, in paese non si poteva vendere un granché, perché molti provvedevano da soli al proprio fabbisogno. Fuori paese, senza mezzi di trasporto regolari e senza infrastrutture adeguate era altrettanto difficile trovare un mercato, quindi spesso si lasciavano per molte settimane i pesci chiusi nei bassi fondali come se fosse un allevamento. Il pescatore lasciava che i compaesani andassero con le loro barche dentro al serajo a prendere con le fiocine quello che a mano a mano serviva per le famiglie, dietro il pagamento forfetario di un pedaggio, finché tutto il pesce veniva smaltito.
Un altro tipo di pesca abbastanza importante e molto praticato, era la trata, cioè la pesca delle sardelle e delle alici (inciò), e degli sgombri, che si faceva generalmente in primavera, di notte, possibilmente in assenza di luna, con la lampara e vaste reti di superficie.
La pesca delle sardelle con le “tratte” nel mare circostante le isole, è molto antica ed è stata regolamentata fin dal XVII secolo da precise disposizioni, che definivano le “poste” in cui calare le reti, i criteri di assegnazione ai vari pescatori delle “poste” stesse e il tributo che ciascun titolare di “posta” doveva versare come diritto di sfruttamento.1 Le “poste” erano assegnate annualmente per sorteggio, che anticamente era effettuato il giorno della ricorrenza di S. Marco (25 Aprile).
Prima che fosse introdotto il Petromas, ossia la lampara a petrolio, l’illuminazione del mare per attirare i pesci, era realizzata con grandi fuochi, ottenuti bruciando rami di ginepro su un apposito telaio di ferro, posto sporgente sulla prua delle barche.
I pescatori di Neresine praticavano questo tipo di pesca , abbastanza occasionale, fora Ossero, ossia a largo della baia di Ossero,2 reclutando il personale con gli stessi criteri di quelli già descritti per la pesca con la ságoniza.
Le sardelle e le alici erano abbastanza richieste perché era uso in tutte le famiglie conservare sotto sale questo pesce, generalmente si usavano dei contenitori di legno, come dei mastelli o baie, entro cui si stivavano in bel ordine i pesci: uno strato di pesce ed uno di sale e così via fino al riempimento del contenitore. Poi si pressava il tutto con una grossa pietra e si lasciava stagionare per qualche mese, infine le squisite sardelle o alici salate erano pronte da mangiare, generalmente condite con olio e aceto e accompagnate con passaméte e un buon bicchiere di vino.
Tra i tipi di pesca più comuni va anche ricordata quella con le reti: i tremagli (tramac’iuàne), piccole reti da fondo con cui si pescavano triglie (tarjize), scarpéne (capponi), scorfani (scarpocì), bisibabe, sanpieri, granzi e ogni altro tipo di pesce da fondo; queste reti venivano generalmente utilizzate per la raccolta del pesce per uso famigliare. C’erano anche le postizze, reti alte, più adatte per prendere pesci pelagici come sgombri, suvri, bobe e muòdraszi; queste reti richiedevano una gestione più impegnativa e professionale, quindi utilizzate dai pochi pescatori semi professionisti.
Infine la pesca praticata da quasi tutti i ragazzi del paese, ossia quella con la togna (lenza) e il palangar (palamiti), che comunque dava buoni frutti con poca fatica.
L’allevamento del bestiame. Quando si parla di allevamento di bestiame riferito a Neresine, si deve parlar prima di tutto di pecore (òfze). Fin dalle origini del paese, l’allevamento delle pecore è stato la principale è più importante attività della popolazione. Da questa fonte si ricavavano i fondamentali mezzi di sostentamento come la carne, il formaggio e la lana. Ogni famiglia possedeva almeno il numero di pecore necessarie per il proprio fabbisogno. Naturalmente l’allevamento richiedeva anche il possesso della quantità di terreno da pascolo occorrente per lo scopo, perché esse venivano allevate allo stato libero, rinchiuse in aree di campagna a macchia mediterranea, preventivamente pulite e adattate per il pascolo, denominate logo o miesto. I loghi o miesti erano tutti identificati con un loro specifico nome e erano accuratamente recintati da masiere o gromáce, muri a secco alti, in certi casi fino e oltre i due metri, in cui le pecore vivevano autonomamente tutto l’anno. Per facilitarne la cattura e per evitare che saltassero oltre le masiere, alle pecore venivano legate due gambe tra di loro, di solito una anteriore ed una posteriore dallo stesso lato, con una particolare corda intrecciata “a treccia” di lunghezza di circa 20 – 25 centimetri chiamata sbalza o spona; quando qualche pecora era particolarmente riottosa (di solito una “capopecora”), si ricorreva alla legatura incrociata, ossia una gamba anteriore da un lato e quella posteriore dall’altro, se poi la cosa non bastava, si faceva la legatura con due spone incrociate fintanto che la pecora non “metteva giudizio”. Tendenzialmente si cercava di selezionare per la riproduzione e la mungiura le pecore più docili (crotke), in modo da avere meno problemi per la gestione dei greggi e la mungitura quotidiana. Le pecore erano divise in due categorie: quelle che facevano gli agnelli e che poi erano destinate alla mungitura del latte, chiamate bree quando erano incinte e malsìzze quando davano il latte, e quelle sterili o non adatte alla mungitura chiamate jállove. Le pecore jállove ed i montoni (pruàs, plurale pruàsi) di solito erano tenuti in loghi separati dalle altre.
Poiché la stagione ideale per la nascita degli agnelli e la successiva mungitura era, per maggiore ricchezza di erba e per migliori condizioni climatiche, la primavera, il periodo della riproduzione veniva programmato in maniera da far coincidere in modo ottimale i vari eventi, quindi i montoni venivano introdotti nei loghi dove stavano le pecore fertili nel periodo opportunamente calcolato; sorgeva tuttavia un problema, i montoni con le spone ai “piedi” avevano difficoltà a fare “il loro dovere”, quindi era stato escogitato un altro espediente: il clatò. Il clatò era un attrezzo di legno di frassino (jéssen) lungo circa 30 – 40 centimetri, opportunamente sagomato e piegato a “u”, in modo da poter essere infilato e legato alla gamba del montone, in questo modo gli veniva impedito di correre velocemente e saltare le masiere, ma veniva lasciato libero di effettuare i movimenti fondamentali per la riproduzione. Anche in questo caso, a seconda della docilità e robustezza del montone, venivano utilizzati uno o più clatò, conseguentemente non era insolito udire in certi periodi dell’anno, il tipico rumore dello sbattimento dei legni contro le rocce, proveniente dalla campagna.
La stagione della mungitura e quindi della produzione del formaggio andava da aprile a giugno ed anche oltre. La mungitura veniva fatta di solito dalle donne, chiamate sàlarize, due volte al giorno, alla mattina presto ed alla sera; esse andavano nel logo dove stavano le pecore e da una estremità, di solito quella più alta, cominciavano a radunare (vag’nát) le pecore con gridi e richiami (na, na, male naaa…), spingendole verso il basso, dove si trovava il margarìch, una specie di ovile lungo e stretto, spesso coperto con tetto di tegole per ripararsi da eventuale pioggia. Quando le pecore erano tutte entrate nel margarìch, le donne iniziavano a mungerle ad una ad una, sedute in un caratteristico e rudimentale sgabello a tre gambe (stuòlcich).
Per fare un formaggio al giorno di circa due chili occorrevano da dodici a quattordici pecore. Il formaggio veniva fatto la mattina, al ritorno dalla mungitura: si metteva il latte della sera prima e quello appena munto in un grossa pentola, si versava il caglio, la pentola veniva posta sul fuoco del fogoler (ug’gnìsc’e) sistemata sulle trepìe (tripode) e si aspettava l’indurimento della massa di latte, poi la cagliata veniva frantumata con un mestolo speciale (clatacìc’), fatto con un ramo di ginepro, alla cui estremità venivano lasciati quattro o cinque moncherini dei rami più piccoli, una specie di mestolo frullatore. Quando la massa era tutta sbriciolata, la donna cominciava con le mani a raccogliere lentamente i frammenti e ad impastarli spremendoli con le mani per eliminare la parte liquida. La temperatura del miscuglio era mantenuta attorno ai 35 – 40 gradi governando il fuoco. L’operazione di spremitura durava circa un’ora, poi il formaggio veniva messo nella setìzza (da pronunciare con la esse dolce), una forma di legno che veniva poi riposta, con sopra una pesante pietra, per continuare la spremitura. Il siero liquido residuo, la presc’nìzza, era filtrato con un panno bianco in cui si formava la squisita ricotta (puìna o scutta), mentre l’ultimo liquido di scarto, la usámniza, veniva utilizzata per l’alimentazione del maiale di casa. Dopo qualche giorno il formaggio era tolto dalla forma e messo a stagionare nelle apposite staluásize (grigliati di legno), in un posto ben arieggiato, spesso nella cappa del camino del fogoler, dove riceveva anche una leggera e gradevole affumicatura.
Nelle case più antiche ed anche in alcune di quelle in mezzo ai boschi delle stanze di Bora, le cucine erano costruite in funzione della produzione e stagionatura del formaggio e dei prosciutti, ossia avevano un grande fogoler al cento e l’alto soffitto del locale era fatto a forma di cupola o tronco conico da cui centralmente si dipartiva il camino; in sostanza l’intero soffitto della cucina fungeva da grande cappa, ed era attraversata da delle travi di legno o di ferro orizzontali, su cui erano fissati i grigliati per la stagionatura ed affumicatura del formaggio e dei prosciutti. (Lo scenario della grande cucina della stanza di mio nonno in Garmosaj, con le staluáse del soffitto piene di profumati formaggi, e con prosciutti, salsicce e ciriève appese alle travi a formare allegri ed appetitosi festoni, è rimasto indelebile nella mia memoria).
Tornando al formaggio, quando veniva tolto dalla setìzza, presentava degli sfridi lungo la circonferenza delle due basi rotonde della forma cilindrica, gli sfridi tagliati erano chiamati uresi (ritagli) (la esse va pronunciata aspra) ed erano la prelibatezza più ambita per i bimbi di casa.
Inutile dire che il formaggio era di una bontà indescrivibile, inimitabile, sapori purtroppo anche questi perduti per sempre.
Come il formaggio, evidentemente anche la ricotta veniva prodotta in grande quantità, ma ben poca se ne poteva consumare tal quale, essa veniva quindi sottoposta ad una ulteriore lavorazione, ossia un energico sbattimento (tàppat) in appositi attrezzi, una specie di lungo tubo costruito in doghe di legno (tàppalo), come la setìzza, in cui, attraverso il coperchio forato ed un particolare stantuffo, veniva energicamente sbattuta, separando ulteriormente il liquido sieroso (usàmniza), ricavando come prodotto finale il meraviglioso burro, che veniva in gran parte venduto fuori paese, specialmente a Lussino. Oltre al burro, con la ricotta si faceva anche il butìro, ossia si cuocevano le ricotte in una grossa pentola, in modo da far evaporare l’acqua in esse contenuta, quindi si raccoglieva il grasso residuo liquefatto, per poi conservarlo, in grossi bozoni (vasi di vetro) con tappo smerigliato a tenuta ermetica, per consumarlo durante l’inverno in sostituzione del burro vero e proprio.
Anche la lana (vàlna) era un importante prodotto ricavato dalle pecore. Dopo la tosatura la lana veniva lavata, cardata (cardatura grezza = grabunàt; cardatura fine = grabusàt) e filata (prìest) coi veloci mulineri (mulinier) a manovella manuale, il prodotto finito era un bel filo di lana, (utác), un po’ grezzo ma ottimo per fare coperte, calze, maglioni, berretti, ecc. Con la lana venivano anche fatti ottimi materassi e cuscini che trovavano ampio mercato fuori paese. Alcune famiglie, fin dal lontano XVII secolo, si erano dotate di telaio per la tessitura della lana, chiamato nel dialetto italiano del paese telér ed in quello slavo càlize, o più scherzosamente crosgne, con cui venivano prodotte pregiate coperte (racnò) e un bel tessuto di lana, che veniva venduto anche negli altri paesi delle isole.
Oltre alle pecore, quasi ogni famiglia allevava anche un maiale (prassàz) per le carni e gli ottimi prosciutti ed almeno una capra (cosà) per il latte, perché quello delle pecore era destinato interamente per la produzione del formaggio.
Diversamente dalla pecora, la capra era allevata esclusivamente per la produzione del latte necessario all’alimentazione della famiglia, ed era tenuta come animale domestico, alloggiata nel cotàz (piccolo recinto con annessa casetta) vicino casa; essa veniva alimentata prevalentemente con le giovani foglie degli alberi, come ciarnìca (elice), planìca (corbezzolo), drien, foglie di verza, ecc. e nella bella stagione veniva portata nei prati e orti a brucare l’erba, legata con una leggera catena in modo che non potesse allontanarsi e fare “danni” negli orti dei vicini. Per legare la capra era utilizzato l’òbruch, un collare di frassino oppotrunamente piegato a “u”, dotato di un ingegnoso chiavistello di legno. Le donne avevano anche l’onere di andare due o tre volte la settimana in campagna “po briènze”, ossia a raccogliere un grande fascio di frasche di rami di alberi ricchi di giovani foglie, per alimentare la capra di casa. Era consuetudine incontrare la sera le donne che ritornavano dalla campagna con un enorme fascio di frasche, portato in equilibrio sulla testa, con interposto il coluàch (una particolare ciambella di stoffa imbottita da appoggiare sulla testa); le frasche, una volta ripulite delle foglie dalla capra, erano poi utilizzate per alimentare il fuoco del forno di casa per la cottura del pane.
Poiché le capre erano tenute nel cotàz vicino casa, e pressoché ogni famiglia ne possedeva una, per avere una buona produzione di latte, era necessario garantire la riproduzione annuale di questi utili e simpatici animali, ma le famiglie non potevano per questo scopo tenere anche il caprone (parch), quindi alcuni cittadini si erano organizzati allevando un robusto esemplare di caprone, in grado di coprire il fabbisogno riproduttivo delle capre di tutto il paese. Di solito in paese erano disponibili uno o due caproni, quindi per usufruire delle loro “prestazioni”, bisognava portare la capra di casa nell’apposito recinto in cui era tenuto il maschio, nel periodo dell’anno opportunamente programmato. Le capre venivano portate la sera presso il caprone, di solito cinque o sei alla volta, dove trascorrevano la notte. Le prestazioni riproduttive venivano poi pagate al padrone del parch in base ad una tariffa preventivamente concordata. Purtroppo i caproni in questo periodo emanavano anche un caratteristico ed insopportabile fetore, che sarà anche stato gradito alle capre e quindi utile per stimolare il loro istinto riproduttivo, ma ammorbava l’aria per parecchie diecine di metri tutt’intorno, rendendo sgradevole la permanenza degli umani nelle vicinanze del recinto. È facile immaginare come la curiosità morbosa dei ragazzini del paese trovava il suo apice nel periodo riproduttivo delle capre, quindi non era insolito incontrarne alcuni la sera, malgrado l’intenso fetore, mentre si aggiravano circospetti nei pressi dell’harem caprino.3
A proposito delle capre, va anche detto che per alcuni anni, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il governo austriaco, con l’intento di preservare la vegetazione dell’isola, proibì l’allevamento della capre; la legge, del tutto demenziale, che ignorava le vitali esigenze della popolazione, provocò problemi sanitari per malnutrizione a molti bambini del paese, come detto più estesamente in altra parte.
A seguito della citata legge di “messa al bando” delle capre, in paese alcune famiglie si dedicarono all’allevamento delle mucche (crave), proprio per fornire il latte necessario a tutti gli abitanti del paese; anche in questo caso quelli che si attrezzarono per l’allevamento di questi animali, furono le solite famiglie dei grandi proprietari terrieri, ossia i Gaetagnevi (Bracco), i Casteluagnevi (Soccolich-Castellani), i Menisic’evi (Zorovich-Menesini) ed i Cravic’i (Bracco), che avevano i mezzi economici per allestire le stalle richieste per questo tipo di attività. Le stesse famiglie, oltre alle mucche, allevavano i manzi (buoi) necessari per il trascinamento dei carri, ma soprattutto per i lavori di aratura dei grandi gorghi (tiesi) e dei vari campi esistenti in tutta la campagna del circondario.
NOTE
1. La pesca delle sardelle e alici con le reti chiamate “tratte”, secondo il Dott. Matteo Niccolich, autore nel 1871 della “Storia documentata dei Lussini”, fu introdotta nelle isole nel 1640 dai pescatori di Lussingrande Botterini e Ragusin; infatti, da documenti rinvenuti negli archivi di Ossero, risulta che il Conte e Capitano di Cherso ed Ossero Lorenzo Barbaro, governatore delle isole per conto della Serenissima, in una relazione del 9 luglio 1749, elencava tra le varie attività di interesse strategico per la “Dominante”, anche venti “tratte” per la pesca delle sardelle.
2. L’individuazione delle “poste” per la pesca delle sardelle e la loro regolamentazione, era ben disciplinata e controllata dalle autorità comunali responsabili per territorio. Poiché a qualcuno potrebbe interessare, viene riportato un documento ritrovato, concernente l’individuazione delle “poste” nella baia di Ossero, la loro regolamentazione e l’assegnazione ai vari pescatori di Neresine e di Ossero nel 1940.
ELENCO DELLE POSTE DELLE SARDELLE (Comprese direzioni e distanze necessarie per calare le reti).
|
N° |
Nome posta |
Direzione |
passi |
Assegnatario |
|
1 |
Tonera |
Muro S. Caterina |
29 |
Manini (Rucconich-Zimic’) |
|
2 |
Radiboi di dentro |
Dentro Radiboi rovescia |
30 |
Berna |
|
3 |
Presa |
Puntal di maistro |
28 |
Moro |
|
4 |
Abisso grosso |
Puntal di maistro |
50 |
Mauro |
|
5 |
Puntal de maistro |
Chiesa S. Piero |
40 |
Zoroni |
|
6 |
Valle grande |
|
35 |
Bonifacio Gaudenzio |
|
7 |
Bocic’ |
Gromaciza |
28 |
Vodari Gasparo |
|
8 |
Barsian |
Puntal de maistro |
35 |
Ballancin |
|
9 |
Abisso |
|
40 |
Boni Francesco (Frane Bonich) |
|
10 |
Palandara Boch |
Campanil de Ossero |
20 |
Vodari Zacaria |
|
11 |
Arno Prepovet de siroco |
|
50 |
Zulini Stefano |
|
12 |
Canon |
Puntal tonera ponente |
35 |
Salata Francesco |
|
13 |
Artina |
Bocic’ |
28 |
Bracco Antonio (Merco) |
|
14 |
Radiboi di mezzo |
|
35 |
Rucconi Giuseppe |
|
15 |
Mezzo bocic’ |
Feralic’ |
35 |
Boni Antonio fu Giovanni (postoluar) |
|
16 |
Arno Boch |
Tanchi |
35 |
Zullini Domenico |
|
17 |
Balligo |
Bora Vier |
35 |
Burburan Antonio figlio |
|
18 |
Feral |
|
100 |
Bracco Domenico |
|
19 |
Puntal de Masova |
Calchiera zoccolo |
35 |
Maver Domenico |
|
20 |
Cancelleria de maistro |
Breca |
22 |
Muscardin |
|
21 |
Valle Piccola |
|
35 |
Travas Giovanni |
|
22 |
Santa Caterina |
Punta Levrera di bora |
35 |
Salata Roberto |
|
23 |
Dente |
Chiesa di S. Pietro |
35 |
Ballon Gaudenzio |
|
24 |
Arno Prepovet |
|
50 |
Stepich |
|
25 |
Colcich |
Punta abisso |
45 |
Rucconi Antonio |
|
26 |
Puttina |
|
40 |
Boni Antonio fu Domenico |
|
27 |
Gerisella |
|
40 |
Ballon Marco |
|
28 |
Gromaciza |
Mezzo Bochic’ |
25 |
Burburan Antonio padre |
|
29 |
Drio Puntal de maistro |
Feral |
40 |
Maver Giuseppe |
|
30 |
Cancelleria de siroco |
Arno Prepovet |
22 |
Sidrovich Giovanni |
|
31 |
Tonera colcic’ |
|
35 |
Burburan Antonio |
|
32 |
Puntal de tonera |
Feral |
40 |
Rucconich Giovanni |
|
33 |
Zarnoviza |
|
35 |
Sidrovich Stefano |
|
34 |
Ialbriciza |
Artina |
28 |
Strogna Gaudenzio |
|
35 |
Lastra Boch |
Abisso |
80 |
Burburan Stefano |
|
36 |
Isola |
Visochi |
35 |
Croce |
|
37 |
Colonetta |
Seca Boch |
45 |
Vescovich |
|
38 |
Priat grande |
|
35 |
Bracco Domenico |
|
39 |
Mezza gerisella |
|
40 |
Strogna |
|
40 |
Radiboi roverso |
|
35 |
Maver |
3. La capra è sempre stata considerata un animale simpatico, ma un po’ bizzarro, per il suo carattere imprevedibile e un po’ avventato, quindi è stata presa come punto di riferimento in molti proverbi popolari e modi di dire, come: “cosà ne more bravarà naucìt” (la capra non può insegnare al bravaro), per stigmatizzare comportamenti di persone inesperte che pretendono di insegnare le cose agli altri più capaci; “clàvarna càco cosà” (matta come una capra); “quando la capra monta scagno, la spuza e la fa dano”, per indicare comportamenti grossolani e maldestri di presunti “nuovi arrivati o nuovi ricchi”, e molti altri ancora.
LA VITA SOCIALE
La vita sociale del paese era impostata sulla famiglia estesa a tutto il parentado e sul vivere intrinsecamente insieme di tutti gli abitanti. La famiglia era imperniata sul patriarca capofamiglia, di solito l’uomo più anziano, nonno o padre, che disponeva di tutti i beni famigliari e aveva autorità su tutti i componenti.
I punti di riferimento fondamentali della vita sociale erano: il lavoro, la proprietà privata e la forte tendenza verso lo sviluppo economico ed il progresso sociale.
Il lavoro era considerato la caratteristica più qualificante della virilità. La competizione nel lavoro era la sfida quotidiana che assillava gli uomini. Quando i lavori di zappatura dei campi venivano effettuati da tre o quattro persone insieme, cominciava subito la competizione, c’era sempre quello che voleva lavorare più terreno e lasciare indietro gli altri. La stessa cosa avveniva per il taglio della legna, far càstrit o castruzar, il trasporto di pesi e ogni altra attività in cui era coinvolta la forza fisica, la perizia personale e la voglia di lavorare.
A proposito di far càstrit, si trattava dell’operazione di pulitura dei rami degli alberi, appena abbattuti, dalle foglie e dai rametti più piccoli, e di tagliarli in pezzi di lunghezza standard, di circa un metro: i cosiddetti fassi. L’utensile utilizzato per far càstrit era il marsàn (marsuàn), una specie di roncola a forma semicircolare, con un solo filo molto tagliente dalla parte del diametro. Il marsàn era portato appeso ad un apposito gancio (cuca) infilato nella cinghia (tarchìa) dei pantaloni, posizionato dietro la schiena. Non c’era uomo che sarebbe andato in campagna senza il proprio personale marsàn, di cui ciascuno era particolarmente geloso. Una grande indelicatezza sarebbe stata quella di chiedere in prestito a qualcuno il marsan; la risposta sarebbe stata certamente un rifiuto.
Una delle cose più abominevoli era la trisc’enìa, ossia la pigrizia, dare del trìsc’eni a uno era un grave insulto. Punto di orgoglio e di prestigio personale erano le “performance” effettuate in varie specialità. Ancora oggi quando si ricordano i vecchi paesani saltano fuori frasi come: “el iera ‘ssai forte, me ricordo che una volta el ga portà una braga de quattro sacchi de farina de Magaseni fino al magasin dei Menisicevi in piazza” (era assai forte, mi ricordo che una volta ha portato in spalle una intera imbracatura di quattro sacchi di farina dal porto fino al magazzino dei Menisicevi in piazza); oppure: “el iera bon de far càstrit quattro cavai de fassi in una ora” (era capace di tagliare e pulire in un’ora una quantità di legna da caricare quattro muli); oppure ancora: “ara, che per bordesar, con qualunque tempo, nessun iera bon de starghe drio” (guarda, che per bordeggiare, in qualunque condizione metereologica, nessuno era in grado di stargli alla pari); questa l’hanno sentita tutti infinite volte: “con la fossina come el Mirco no iera nissun, se i tornava de pescar che no i gaveva ciapà gnente, lu el cioleva la batela e in un per de giri fino Rapoc’e el iera bon de ciapar un per de branzini” (con la fiocina nessuno era bravo come il Mirco, se tornavano dalla pesca senza aver preso pesce, lui prendeva la batela e in un paio di giri fino a Rapoce, era capace di prendere un paio di branzini). È noto l’aneddoto di tre colossali fratelli Rucconich, che per vendicare l’assassinio del padre, avvenuto a Ossero durante l’annuale festa del patrono San Gaudenzio, per loschi motivi di interesse, ararono in una notte la piazza di quel paese, trascinando a mano un aratro trovato nei pressi (da cronache della metà del 1800).
Quanto sopra per dire che questo modo di pensare della gente ha portato col tempo all’individuazione delle persone che meglio di altre riuscivano a compiere un determinato lavoro, quindi per quello specifico lavoro tutto il paese ricorreva alle stesse persone, dando origine così all’affermarsi di particolari specializzazioni professionali. Abbiamo quindi: quello che faceva gli innesti della vite e degli altri alberi da frutta; quello che ammazzava e macellava i maiali; la donna che sapeva tagliare il rosàz alle capre (curava una particolare malattia agli occhi delle capre); la donna che sapeva far crisàt ossia curare le distorsioni e altri malanni alle articolazioni con manipolazioni e misteriosi segni di croce; quelle che conoscevano tutte le erbe medicamentose; quelle che conoscevano tutte le regole del “galateo paesano” e quindi erano preposte all’organizzazione delle feste tradizionali, in primo luogo quelle di matrimonio; quella che conosceva tutte le cure empiriche per le malattie; ecc., ecc.
Oltre a questi c’erano anche gli artigiani tradizionali, come fabbri, falegnami, calzolai, ecc., a cui tutto il paese faceva normalmente ricorso per i lavori più professionali.
Questi fatti comportamentali hanno portato la popolazione a vivere ancora più insieme, aiutandosi l’un l’altro, ripartendosi obblighi e doveri, quindi ad intensificare i rapporti sociali e, cosa strana, questa collaborazione è continuata con la stessa intensità, anche dopo che sono nate le aspre divisioni politiche di cui si parla in altra parte.
Il paese ha sempre avuto una struttura sociale molto omogenea, non ci sono mai state diversificazioni sociali, né per corporazioni professionali, né per censo, d’altra parte non potevano esserci differenziazioni etniche o linguistiche o di qualsivoglia altra natura, essendo tutti discendenti dalle poche famiglie d’origine, incrociatesi tra di loro nei secoli. Nella comunità del paese non si riscontra quindi uno schema sociale precostituito, tramandato da antiche consuetudini e tradizioni, ma un libero comportamento, improntato piuttosto sulla personalità individuale che non su ben definite regole sociali. Questo fatto ha grande rilevanza soprattutto se riferito al ruolo della donna; infatti, per quanto la donna avesse formalmente un ruolo subalterno rispetto all’uomo, come d’altra parte in tutte le comunità di cultura occidentale di quel tempo, tuttavia nelle famiglie emergeva, indipendentemente dal sesso, la personalità più forte che assumeva la leadership sugli altri membri, quindi non di rado troviamo la donna, moglie e madre, nel ruolo effettivo di capofamiglia, con forse maggiore autorevolezza degli uomini. Certamente molti Neresinotti si ricordano di una nonna o bisnonna molto indipendente ed autoritaria, promotrice e spesso realizzatrice del patrimonio della famiglia.
Anche in politica la donna ha avuto un ruolo fondamentale; infatti, tutte le famiglie del paese, a parte qualche rara eccezione, che alla fine del XIX secolo hanno aderito alla politica di croatizzazione promossa dal governo austriaco e portata avanti dai frati del convento di San Francesco, hanno avuto come protagonista determinante la donna, sia perché molto più soggetta per devozione religiosa all’influenza dei frati, e sia per motivi di maggiore personalità e forza di carattere in famiglia. Si è verificato addirittura il caso di alcune famiglie di chiara origine italiana che sono diventate “croate” per scelta della “virago capofamiglia”.
La donna, nella struttura sociale del paese, era comunque il fulcro intorno a cui girava l’intera comunità. La donna provvedeva all’educazione dei figli, era quella che custodiva tutte le antiche tradizioni, i rituali, le antiche ballate e canti che si eseguivano durante lo svolgimento delle più importanti cerimonie. Purtroppo fino alla fine del XIX secolo, ben poche avevano ancora imparato a leggere e scrivere, quindi tutte le tradizioni venivano tramandate per via orale, conseguentemente molte si sono perdute, soprattutto gli antichi canti e le danze. 1
Le regole della convivenza civile e dei rapporti sociali in paese si sono formate in modo spontaneo ed autonomo, la loro trasgressione produceva una marchiatura, anche se ironica, verso il malcapitato “reo”, che sfociava in un indelebile soprannome, tanto più irridente quanto più riprovevole era stata la violazione; i soprannomi così affibbiati venivano trasmessi anche agli ignari discendenti.
Una presunta violazione alle regole sociali (in cui l’invidia aveva probabilmente un grosso ruolo) era quando un giovane del paese, bello ma povero, aveva la fortuna di sposare una ricca ereditiera. Indipendentemente se ciò fosse dovuto a grande amore oppure a mera opportunità economica, si diceva malignamente, e si dice ancora oggi: “da se jé osenìl na praszà”, ossia che si è sposato sul maiale, intendendo dire sul grasso in senso lato e dispregiativo, e tanto più la sposa era poco avvenente, tanto più l’ironia era pesante e veniva tirata fuori subdolamente in ogni circostanza. La pena inflitta dalla collettività per la “violazione”, era la perdita per il “reo” del diritto di mantenere per se ed i propri discendenti il soprannome di famiglia (a cui tutti tenevano quanto al cognome): gli veniva imposto il soprannome della famiglia della moglie, che successivamente anche i figli avrebbero ineluttabilmente ereditato. Di questi casi ne sono accaduti molti in paese e nessuno ha fatto eccezione alla regola.
Nei tempi più antichi i matrimoni di convenienza, o supposti tali, ed anche quelli di giovani vedove, venivano addirittura ironizzati con delle vistose manifestazioni sonore, anche notturne; ossia i giovani, “amici” dello sposo, andavano “a far rovat (o anche rut)” intorno alla sua casa, cioè suonavano dei grossi corni di bue in segno di scherno; la cosa cessava solo se il malcapitato invitava in casa i suonatori e offriva loro da mangiare, bere e quant’altro. Rovat o rut voleva dire appunto suonare un grosso corno di bue, “strumento” tradizionale che emetteva un forte suono, simile ad un barrito.
Un aspetto della vita sociale che merita menzione è quello riguardante i rapporti tra i due sessi, di ordine più specificamente sessuale, che erano molto frastagliati: a fronte di una formale rigidità morale dettata dall’insegnamento religioso, a cui tutta la popolazione faceva riferimento, assistiamo anche a frequenti trasgressioni, forse dovute alla grande promiscuità fra i sessi, instauratasi per ragioni del lavoro quotidiano, soprattutto in campagna, dove uomini e donne lavoravano normalmente assieme, in posti isolati e distanti dal centro abitato. Nelle famiglie numerose le donne giovani e non ancora sposate, erano anche mandate a lavorare “a giornata” presso i proprietari terrieri, per attività stagionali: la trebbiatura del grano, la vendemmia, la raccolta delle olive, la pulizia dei campi dalle pietre (far trebit), ecc. Molte giovani erano assunte dai grandi proprietari terrieri come lavoranti a tempo pieno nelle case di campagna di Bora (le stanze), per fare il formaggio, accudire gli animali domestici e per tutte le altre attività di bracciantato agricolo. Di fatto accadeva che molte ragazze rimanevano incinte senza essere sposate.
Un altro aspetto su questo versante che merita una sottolineatura è la forte influenza della famiglia sui matrimoni dei figli, che non di rado erano combinati dai genitori, passando sopra ai sentimenti degli interessati, quindi anche in questi casi spesso si verificava che la ragazza rimaneva incinta, costringendo la famiglia ad accettare il matrimonio riparatore, come d’altra parte avveniva in altre comunità dell’epoca.
Nel caso delle ragazze rimaste incinte per rapporti con uomini sposati o nei casi in cui il matrimonio riparatore non era realizzabile, la famiglia della ragazza provvedeva a costruire nei pressi della casa paterna una casetta piccola, costituita da due stanze, una a piano terra ed una al primo piano, in cui destinare a vivere la malcapitata col figliolo (mulcich ossia bastardino), naturalmente nessuno ufficialmente conosceva il nome del padre, ma tutti sapevano di chi era figlio il mulcich, non solo, ma la famiglia della ragazza spesso costringeva il padre a fornire sostegno economico per il mantenimento della ragazza e del figlio, e a volte anche per la costruzione della casetta. A Neresine sono presenti molte di queste casette, che testimoniano ancora oggi la tipicità di questa consuetudine sociale.
Dai dati anagrafici del XVIII e XIX secolo, tra i molti casi di mortalità natale, si riscontra una notevole percentuale di neonati morti con padre sconosciuto.
Comunque la trasgressione sessuale nella comunità del paese è stata sempre abbastanza praticata, anche tra persone regolarmente sposate, senza che questo portasse mai a manifestazioni di clamorosa rilevanza. Contrariamente alla forza fisica, alla voglia di lavorare e al rispetto della proprietà privata, i comportamenti individuali riguardanti le attività sessuali, non sono stati ai primi posti tra i grandi punti di riferimento della comunità del paese.
La proprietà privata, probabilmente perché conquistata con grande sacrificio e fatica, era diventata uno dei valori più importanti per la popolazione del paese. La violazione della proprietà privata avrebbe comportato l’emarginazione dalla vita sociale e la conseguente imposizione del marchio del disonore: appunto un soprannome che si riferisse alla trasgressione compiuta, anche per i discendenti. Di fatto non si ricorda, a memoria d’uomo, che in paese sia mai avvenuto un furto, specialmente di una pecora, che era considerata uno dei beni più preziosi per la famiglia. Infatti, le pecore venivano accuratamente marchiate per il loro riconoscimento ed ogni famiglia aveva un proprio marchio.
Esistevano due tipi di marchiature, una per l’avvistamento a distanza, consistente in una vistosa colorazione sul vello, una macchia rossa, o blu, o verde, o nera, ed un’altra più dettagliata: il beléh,2 a volte integrato anche col sièh. Il beléh era il marchio a fuoco che ogni proprietario possedeva per le proprie pecore e consisteva nel frastagliare (tagliare e bucare) le orecchie in modo personalizzato e univoco. Il beléh di ciascun proprietario veniva anche depositato in Comun (Municipio) sotto forma di foglia di alloro riproducente il marchio delle orecchie. Il sièh era un altro marchio a fuoco che si faceva sul muso della pecora, di solito in foggia di due righe incrociate, diversamente posizionate.
C’è anche da dire che era abitudine che ogni domenica gli uomini del paese si riunissero in piazza dopo la Messa Granda delle dieci per scambiarsi le ultime notizie, parlar d’affari e ritrovarsi a chiacchierare dopo una faticosa settimana di lavoro. La domenica mattina, quindi, dopo la Messa Granda delle dieci, venivano portate in piazza le pecore smarrite che fossero state ritrovate durante la settimana, in modo che il proprietario potesse, attraverso il beléh, riconoscerle e riprendersele. Nel caso di una pecora priva del beléh, dopo che tutti i presenti in piazza l’avevano esaminata senza riconoscerla, quello che l’aveva ritrovata poteva appropriarsene, solo dopo il formale benestare del sindaco (podestà).
Fin qui le “rose e fiori” (come si dice in paese), ma non era tutto “liscio come l’olio”, si verificavano anche duri contrasti, specialmente tra parenti; infatti, il concetto della proprietà privata era talmente radicato, che l’ipotesi di suddividere i beni così duramente conquistati, seppure tra i figli, non era accettato di buon grado; conseguentemente nelle successioni ereditarie si era instaurato l’uso di destinare la parte maggiore dei beni di famiglia al figlio primogenito maschio, come d’altra parte avveniva in tutto il mondo di cultura occidentale di quei tempi. Questo fatto ha provocato molti contrasti tra fratelli, alcuni dei quali assai clamorosi, soprattutto perché la vera fonte di ricchezza della famiglia erano i figli, intesi come manodopera a costo zero, e non a caso le famiglie con molti figli maschi sono quelle che per prime sono diventate ricche. Questa sperequazione, anziché deprimere lo spirito dei Neresinotti, ha stimolato una notevole spinta verso lo sviluppo del paese. Il grande amor proprio, il senso di indipendenza e la voglia di lavorare della gente, ha provocato una certa ribellione nei confronti dei privilegi del primogenito, spingendo gli altri membri della famiglia verso scelte di vita e attività lavorative diverse da quelle convenzionali; sono nate così le nuove professioni, in primo luogo il commercio e l’artigianato, e poi anche l’armamento navale o comunque l’attività marittima in generale, che hanno portato ancora maggiore benessere e ricchezza di quanto avesse fatto fino allora la sola proprietà terriera.
NOTE
1) Gli antichi canti popolari sono purtroppo andati perduti per sempre, ed anche la tipica parlata slava del paese si sta perdendo, infatti, le nuove generazioni di neresinotti, almeno gran parte di quelli nati dopo il 1970, non la conoscono più, ci sembra quindi utile, riportare alcune filastrocche, usualmente insegnate ai bambini, quale testimonianza dell’antica lingua. Questa che segue era usata per insegnare ai bambini i giorni della settimana: – “Ponediei jè parvi duan – Vutori Svieti Abruam – A vaf sriedu Svieta Stela – A’f cetarti se ne dela – Vaf pieti Buosia muka – Vaf sebote se ne kuha – V’nedeju tànana – Ponediei nànana.” (Lunedi il primo giorno – martedì San Abramo – mercoledì Santa Stella – giovedì non si lavora – il venerdi la passione di Dio (Gesù) – il sabato non si cucina – la domenica si balla – lunedì tutti a nanna). Quest’altra era insegnata per minimizzare le previsioni di sventure: – “Prislà jè zaba, jè reclà da stvuàr jè slaba – prislà jè sluka, jè reclà da jè silna muka – prislà jè vrana, jè reclà da jè velìka rana – prisàl jè vuol, je rècal da jè velìka buol, – prisàl jè mis, jè rècal da to jè svè nis”. (È arrivata la rana, e ha detto che la faccenda è mal messa – è arrivata la beccaccia, e ha detto che è un grande tormento — è arrivata la cornacchia, e ha detto che c’è una gran ferita – è arrivato il bue, e ha detto che c’è un gran dolore – è arrivato il topo, e a detto che non c’è proprio niente).
2) Anche il belèh merita un approfondimento perché a molti Neresinotti questa antica consuetudine potrebbe risultare interessante. Il belèh era un insieme di segni particolari e personalizzati che si realizzavano incidendo le orecchie delle pecore. Ciascuna incisione aveva un suo specifico nome, quindi per poter ricordare con più facilità il belèh di famiglia, il tipo e le posizioni delle varie incisioni delle orecchie erano declamate come una filastrocca, che tutti i membri della famiglia dovevano ricordare, ragazzini inclusi.
L’incisione sul bordo dell’orecchio a forma di piccolo incavo (asportazione di un pezzetto di cartilagine in modo da lasciare un vuoto a forma rettangolare) erano chiamate bote, quindi potevano esserci: bota suad (una incisione dietro), oppure dvie bote suad (due incisioni dietro), oppure ancora bota spried (una incisione avanti), ecc., (spried e suad significa avanti e dietro). Due incisioni dello stesso tipo di quella precedente, contrapposte sull’asse trasversale al centro dell’orecchio (una anteriormente e l’altra posteriormente), erano chiamate cris uho. L’incisione come quelle prececenti, ma fatta sulla punta esterna dell’orecchio era il sopaj. L’asportazione della punta dell’orecchio con taglio diritto era detta karno. L’asportazione della punta dell’orecchio con taglio obliquo era invece detto maciùco. L’asportazione solo della metà della punta dell’orecchio, con la parte mancante rivolta posteriormente era chiamata suad però, e ovviamente quella con al parte mancante rivolta anteriormente era spried però. Un foro tondo nell’orecchio era la scuja. Per esempio, un belèh completo poteva essere: “Dièsno suad però i cris uho, lievo dvie bote suad i sopaj”.(Diesno e lièvo stà per orecchia destra e orecchia sinistra). Un altro era: ”diesno scuja i maciuco, lievo karno i suad però”, e così via. L’nfinita combinazione dei vari segni tra di loro, definiva e differenziava i belèsi (belèsi è il plurale di belèh) di ciascuna famiglia.
LA QUESTIONE POLITICA
A Neresine fino alla seconda metà del XIX secolo non c’è mai stato nessun tipo di questione politica, d’altra parte gli abitanti erano tutti della stessa omogenea appartenenza; dall’origine del paese fino ai giorni nostri, i Neresinotti non si sono mai “mescolati” con gli abitanti dei paesi vicini, nemmeno con Ossero distante meno di quattro chilometri o San Giacomo distante due chilometri, (questo vale fino a tutto il XIX secolo; solo nel XX secolo hanno incominciato a riscontrarsi dei matrimoni con persone dei paesi vicini); infatti, i cognomi di Neresine non si ritrovano in nessuno di questi paesi e viceversa. Si può certamente dire che i Neresinotti sono tutti imparentati tra loro; se si risale alla seconda generazione di ascendenti, non c’è in paese una sola famiglia che non abbia almeno un antenato Soccolich, o Bracco, o Rucconich, per citare soltanto i cognomi più diffusi, quindi il modo di vivere, di pensare, di sentire le cose erano gli stessi per tutti. L’uniformità culturale scaturiva da comuni e ben radicati punti di riferimento sociali, religiosi e politici; questa omogeneità si è mantenuta uniforme per secoli, seguendo di pari passo lo sviluppo e l’evoluzione del paese, dalla nascita fino alla fine del XIX secolo.
I primi problemi politici sono incominciati a Neresine dopo i moti rivoluzionari italiani (e di altre parti d’Europa) del 1848. E si sono accentuati dopo il 1870, quando, dopo la fine delle guerre di indipendenza italiane, gli austriaci sono stati scacciati dall’Italia, ove si è compiuta l’unificazione nazionale sotto la monarchia Sabauda.
In questo periodo il governo centrale di Vienna ha cominciato a temere la diffusione delle legittime aspirazioni nazionali dei popoli sottomessi anche nelle altre aree europee, paventando soprattutto l’estensione dell’irredentismo italiano nei possedimenti territoriali di prevalente cultura e lingua, se non pure di etnia italiana, come i territori di Trento, Trieste, Istria e Dalmazia. È iniziata quindi una intensa politica di deitalianizzazione in questi territori, con l’intensificazione dei controlli della polizia politica e forti restrizioni e discriminazioni nei confronti degli abitanti, integrata nelle regioni di minor prevalenza culturale ed etnica italiana con una forte politica di slavizzazione, confidando sull’antico insegnamento romano del “divide et impera” e sulla supposta più agevole sottomissione delle popolazioni slave, meno acculturate e meno contaminate dai “germi” della rivoluzione francese.
I primi interventi in questa direzione sono stati: la chiusura delle scuole italiane e l’istituzione di scuole croate, ovunque era possibile (a Neresine questo tentativo ha creato gravi problemi e disordini), la promozione e sostegno, anche finanziario, del nazionalismo slavo, sloveno nell’area triestina e croato nel resto della regione. La testa di ponte di questa politica è stato in gran misura il clero cattolico slavo e le scuole di lingua slava, ovviamente quelle di lingua italiana, ove sopravvissute, non potevano prestarsi a questa operazione.
A Neresine la politica di slavizzazione è stata maggiormente promossa dal clero cattolico dipendente dalla Diocesi di Veglia, per mezzo dei frati francescani del convento di San Francesco, gradualmente sostituiti con altri più ideologicamente orientati e indottrinati sul nazionalismo croato, col compito di risvegliare, se non addirittura creare ex novo in paese, sentimenti nazionalistici croati, (che da soli non sarebbero bastati per lo scopo politico austriaco), ma soprattutto instillare nella popolazione sentimenti anti italiani. I frati, che erano anche “francescani”, si limitarono a introdurre nella loro chiesa qualche preghiera in croato e a promuovere il nazionalismo, in considerazione anche del fatto che la madrelingua locale era di ceppo slavo.
Per dare maggior autorevolezza alla nuova politica anti italiana, il governo di Vienna sguinzagliò i rampolli della famiglia imperiale nei vari possedimenti. In occasione del rimboschimento del monte Ossero, facente parte del programma di rimboschimento delle isole, promosso dal rappresentante delle popolazioni quarnerine al governo di Vienna, un lussignano “italiano”, fu mandato a Neresine un principe della casa imperiale austriaca, che fermatosi qualche giorno in paese, ne approfittò per andare “democraticamente” su e giù per il monte coi lavoratori comandati, e cogliere l’occasione per fare propaganda nazionalistica croata. Un vecchio tra i più convinti “croati” di Neresine ci spiegava sempre, a noi bambini vicini di casa, come era diventato “croato” raccontandoci questo aneddoto: “Io facevo parte delle squadre di contadini reclutati per il rimboschimento del monte, con noi c’era il principe della casa imperiale (di cui non ricordo il nome, ma che dalle cronache del tempo è facilmente rintracciabile, molto probabilmente Rodolfo d’Asburgo), nel guidarlo tra gli impervi sentieri ad un tratto gli gridai: attento un serpente! E lui a me: parla con la tua madre lingua! Questo si chiama gad e non serpente, e poi mi spiegò perché bisogna parlare in croato, e bla bla… e bla bla… Da quel giorno sono diventato croato ed a memoria dell’evento ho inciso con un diamante quel nome e la data nel vetro della finestra della cucina”, che regolarmente si compiaceva di mostrarci.
Questo per far vedere quali erano gli strumenti politici di propaganda anti italiana e quale era il terreno su cui potevano attecchire.
Poiché nei principali centri delle isole di Cherso e Lussino, ossia Cherso, Lussinpiccolo, Lussingrande e nella stessa Ossero, questa politica non aveva dato frutti, perché non era possibile creare i veicoli adatti allo scopo, in quanto la popolazione di questi paesi era ormai diventata di madrelingua italiana, a Neresine, dove la popolazione era ancora di madrelingua slava, si pensò di fare un salto di qualità, mandando nel 1894 come padre guardiano, tale frate Francesco Smolje. Lo Smolje, impregnato più di fanatismo nazionalistico che di carità francescana, comincio un intenso indottrinamento politico facendo leva sulla religiosità delle donne ed abolendo la lingua latina e italiana nelle cerimonie religiose come battesimi, matrimoni e funerali, introducendo al loro posto la lingua croata. Questa improvvisa sterzata filocroata imposta dall’esterno, è apparsa alla popolazione come un atto arbitrario di arrogante prevaricazione a cui la maggioranza degli abitanti si ribellò, portando a battezzare a Ossero i bambini e ricorrendo al prete di Ossero per gli altri riti religiosi.
La situazione si era fatta insostenibile per quelli che non volevano accettare il cambio della lingua, soprattutto perché la lingua croata era sconosciuta alla popolazione del paese, non meno di quella bulgara, serba o russa, ed anche perché nei paesi più importanti come i due Lussini, Cherso ed Ossero, il latino continuava ad essere l’unica lingua della Chiesa.
L’armatore Costantino (Costante) Camalich, assecondato da altri compaesani, inoltrò al governo centrale di Vienna una lunga serie di denuncie e petizioni, coll’intento di far cessare l’azione del nazionalismo prevaricatore dei frati, senza ottenere né risultati e nemmeno una risposta; d’altra parte tale azione derivava proprio da scelte politiche dello stesso governo di Vienna, assecondate e stimolate dalla diocesi di Veglia.
Nell’archivio Vaticano sono state ritrovate due di queste relazioni-denuncia, provenienti dall’Imperiale Regio Ministero del Culto di Vienna, riportanti:
- Domenica, 23 dicembre 1895, il frate cappellano promise il battesimo in latino alla figlia di Giovanni Zuclich (nipote di quello del funerale più avanti descritto), ma quando egli apprese che il nome prescelto era Vittoria Romana, cambiò lingua, al che i parenti ritirarono la neonata lasciando solo il frate. Per battezzare la bimba è stato poi necessario portarla ad Ossero.1
- Nel dicembre del 1897 nacque Marcella Cavedoni. Non poté essere portata a Ossero perché ammalata, il frate, al secolo Luigi Volarich, successore dello Smolje, invitato a battezzarla in casa, si rifiutò di amministrare il sacramento in latino e non volle neppure dare l’acqua battesimale perché venisse amministrato dalla madre. La bimba morì senza battesimo.2
Fu abbastanza clamoroso il caso del funerale di un paesano di nome Zuclich, paron de barca (armatore), come si diceva allora, che nelle sue volontà testamentarie chiese espressamente per le proprie esequie la lingua latina, alla cerimonia funebre il frate rifiutò il rito in latino, nonostante le insistenti richieste di famigliari e parenti: per la prima volta in paese le esequie funebri di un compaesano si svolsero in forma civile, senza naturalmente la partecipazione del frate, ma con la partecipazione di tutta la cittadinanza. Questo fatto è ricordato, scolpito sulla lapide di pietra, tuttora esistente nella tomba di famiglia.
Altro caso clamoroso fu quello del funerale di Antonio Sigovich, patriarca di 94 anni e della moglie Nicolina, morti nello stesso giorno, il 25 novembre 1906, di cui parlarono anche alcuni giornali della regione. Anch’egli aveva richiesto per testamento il rito latino, e in questo caso il frate, pur acconsentendo di celebrare le esequie secondo le ultime volontà del defunto, lungo il percorso verso il cimitero, intonò senza preavviso il “de profundis” in croato; a questo punto i portatori dei due feretri si fermarono, deposero in terra le bare e scacciarono in malo modo il frate dal corteo, interrompendo la cerimonia. Dopo i primi momenti di sgomento dei partecipanti, saltò fuori tale Zuclich, uomo tarchiato e robusto, ma di bassa statura, con due assi improvvisate ed un po’ di spago fece una croce, si mise in testa al corteo e con parole stentoree disse: ”Jà sen pop, svì sa mannu!” (io sono il prete, tutti dietro a me!), parole rimaste famose e diventate proverbiali nel gergo paesano. Naturalmente questo fatto fece guadagnare allo Zuclich il soprannome di Popich (piccolo prete, per la bassa statura). La mesta cerimonia comunque proseguì sotto la guida dell’improvvisato prete, con la partecipazione di tutto il paese, ma senza passare dalla chiesa.3
Questi avvenimanti danno l’idea del singolare sentire della maggioranza della popolazione che, malgrado fosse di madrelingua slava, si ribellò con grande energia all’introduzione forzata della lingua croata nelle cerimonie religiose, probabilmente anche perché tale lingua era sconosciuta alla maggioranza della popolazione, quindi considerata una lingua straniera.
L’esempio più spontaneo di questa mentalità è lo stesso Zuclich-Popich, che pur conoscendo l’italiano, usò la lingua che lui e tutti gli altri utilizzavano normalmente nella vita quotidiana: la parlata slava del paese, impegnandosi in prima persona contro dell’adozione del croato imposto dai frati.
L’apice dell’azione politica di padre Smolje fu raggiunto l’anno dopo il suo arrivo, quando la mattina di domenica 22 settembre 1895, mentre suppliva il cappellano alla Messa Grande delle dieci in Duomo, lo Smolje iniziò, senza preavviso, a celebrare la messa in glagolito anziché in latino, e questo anche a dispetto delle allora recenti disposizioni papali che vietavano nei territori della Dalmazia la celebrazione della messa in altre lingue diverse dal latino. Evidentemente il problema era clamorosamente già sorto anche altrove. La reazione della popolazione fu altrettanto clamorosa: i fedeli abbandonarono la chiesa e si radunarono in piazza discutendo concitatamente sull’accaduto. Quando il frate uscì dalla chiesa per fare ritorno al convento, nell’attraversare la piazza fu circondato dai presenti, ne seguì una violenta discussione culminata col pestaggio del frate. Il fatto, che fece clamorosamente il giro delle isole, fu seguito da un’inchiesta della gendarmeria e culminò con la denuncia e condanna, da parte dell’autorità politica, di ventidue persone a varie pene; successivamente i condannati interposero appello e furono tutti assolti. La cronaca di questi avvenimenti è riportata dettagliatamente nei documenti ritrovati. Il tentativo di celebrare la messa in glagolito non fu più ripetuto, né dallo Smalje, né dai suoi successori.
La forte ribellione della popolazione del paese contro l’arrogante imposizione “dall’alto” della lingua croata nei riti religiosi, lingua che la stragrande maggioranza degli abitanti conosceva poco, fu dovuta, molto probabilmente, più al senso di indipendenza ed all’attaccamento alle tradizioni, che non a sentimenti di ordine nazionalistico filo italiano; tuttavia tali sentimenti presero forza successivamente, proprio come reazione alle mal tollerate imposizioni provenienti dall’esterno.4
Padre Smolje si fermò a Neresine tre anni, fino al 1897, poi certamente il suo attivismo fu utilizzato altrove, probabilmente in centri più importanti.
Nell’archivio del convento è stata ritrovata una direttiva di padre Smolje, scritta nel 1897 prima di lasciare il paese, indirizzata ai suoi successori, contenente forti accenti nazionalistici e raccomandazioni verso il proseguimento della politica di croatizzazione della popolazione; la cosa appare abbastanza curiosa, sia perché secondo la regola dei frati francescani, detto frate non aveva titolo per emettere direttive di alcunché, e sia perché aveva scritto la direttiva in perfetto italiano, consapevole del fatto che i sui confratelli, ancora appartenenti alla provincia veneto-dalmata di San Girolamo, conoscevano tutti certamente bene soltanto l’italiano, in quanto questa era la lingua che veniva insegnata nelle scuole dell’Ordine.5
Negli anni successivi, fino alla fine della prima guerra mondiale, i frati naturalmente proseguirono, in maniera più o meno intensa, nella diffusione del nazionalismo croato, in questo incoraggiati, se non comandati, dalle autorità governative austriache e dalla curia diocesana di Veglia.
L’introduzione della lingua croata nei riti religiosi a Neresine fu comunque successivamente rallentata a seguito di specifica imposizione al Vescovo di Veglia da parte di Papa Leone XIII, pena la sospensione “a divinis” dei religiosi inadempienti. L’imposizione del Papa era maturata a seguito di una specifica richiesta del Patriarca Sarto di Venezia (il futuro Pio X), sollecitato a sua volta da una commissione di Neresinotti, capitanata dal maestro delle scuole elementari italiane Roberto Tonolli, da Domenico Zorovich (Sule) e ancora dall’armatore Costante Camalich, recatasi per lo scopo, prima a Venezia e poi, con lettera di raccomandazione del Patriarca stesso, a Roma dal Papa. Quello che con tante denunce e petizioni a Vienna Costante Camalich non era riuscito ad ottenere, fu poi ottenuto per il personale interessamento del Patriarca Sarto (che per particolari vicissitudini veneziane, era anche diventato amico personale dello stesso Costante Camalich).
Successivamente, in data 17 giugno 1905, per ordine del nuovo papa Pio X, il Cardinale Segretario di Stato inviava una ulteriore dura lettera all’arcivescovo di Zara e ai due padri provinciali dei Frati Minori di Dalmazia, intimando la cessazione dell’introduzione della lingua croata nella Liturgia, ingiungendo ai religiosi “di conservare gelosamente in tutte le loro funzioni, e specialmente nella celebrazione della Messa, la lingua latina.” 6
Pochi anni dopo, quando il vescovo di Veglia Mahnic inflisse la scomunica al corpo docente della Scuola Popolare Italiana di Neresine, come raccontato in altra parte, il Papa Pio X estromise dalle sue funzioni il vescovo, richamandolo a Roma per “altri incarichi”.
Purtroppo sono bastati solo pochi anni di attivismo politico nazionalistico per distruggere per sempre quella concordia che era durata per secoli in paese. In questi anni si è creata una divisione radicale tra “presunti italiani” e “presunti croati”, che ha portato poi a odio e lutti, senza che ragionevoli motivazioni di interesse comune per il paese, abbiano potuto a tuttora darne razionale spiegazione.
Dal punto di vista storico va detto che il proselitismo nazionalistico croato ha attecchito soltanto in una minoranza della popolazione, ciò è ampiamente dimostrato dalla frequenza nelle due scuole elementari del paese: quella italiana era frequentata dall’ottantacinque per cento dei ragazzi, mentre quella croata dai restanti, e ciò malgrado gli incoraggiamenti e facilitazioni da una parte e le intimidazioni e ostilità dall’altra, da parte delle autorità.7
A onor del vero va aggiunto che questo orientamento delle famiglie derivava anche dal fatto che la lingua ufficiale, amministrativa, burocratica e culturale era rimasta l’italiano, malgrado le intenzioni politiche del governo centrale, e d’altra parte non avrebbe potuto essere altrimenti, considerando che nei centri più ricchi e importanti, come i due Lussini e Cherso, la sola lingua scritta e parlata era diventata l’italiano. Per essere più precisi quella parlata era il dialetto veneto tipico delle isole e dell’Istria, ancor oggi normalmente parlato e insegnato in famiglia come prima lingua ai bambini, dai superstiti dei vecchi abitanti “italiani” e, dagli ultimi anni del XX secolo fino al periodo attuale, stranamente, anche da quelli appartenenti alle famiglie “di sentimento croato”, ciò è dovuto probabilmente all’intenzione, più o meno conscia, di cercare di incrementare il già grande divario culturale esistente, tra la popolazione locale ed i nuovi immigrati, alcuni dei quali di religione musulmana.
Per consentire di interpretare bene la storia del paese va anche detto che le famiglie che aderirono al nazionalismo croato furono quelle più povere, o meglio, si può certamente dire che nessuna famiglia benestante o che nello sviluppo del paese non aveva esitato di salire per prima sul treno del progresso, aveva aderito a questa politica. Un non trascurabile elemento che ha portato verso la “croatizzazione” di queste famiglie è certamente una certa sperequazione sociale: i ricchi diventavano sempre più ricchi, anche sfruttando la debolezza dei più poveri, e poiché si trattava di parenti, in certi casi di fratelli, la rivalsa dei poveri ha avuto un certo peso nella divisione politica del paese. Si sono verificati alcuni casi clamorosamente emblematici in cui, nella stessa famiglia, un fratello era diventato “croato” convinto e l’altro fratello (sempre quello più ricco, forse il primogenito) altrettanto convinto “italiano”.
In sostanza, la divisione tra “italiani” e “croati”, forse inconsapevolmente, ha rappresentato l’eterno conflitto tra ricchi e poveri, (e ai tempi attuali tra destra e sinistra), in cui la politica imperialistica austro-ungarica ha abbondantemente affondato le sue mani.
Naturalmente ad azione corrisponde sempre reazione, e quanto più virulenta è l’azione tanto più virulenta diventa la reazione; la cosa è assai calzante se si fa riferimento al caso del frate Smolje, che ha provocato in paese una forte presa di coscienza nazionalistica italiana, prima inesistente.
Comunque, coll’affermarsi del nazionalismo croato, nasce altrettanto virulento il nazionalismo italiano, fino a manifestarsi addirittura in irredentismo, cosa del tutto anomala in un paese che continuava ad essere di madrelingua slava.
Per far meglio comprendere l’evoluzione complessa di questa situazione nazionale e politica, vale la pena di portare l’esempio di una tipica ricca famiglia “italiana” del paese:
- Nonno Soccolich, nato nel 1845, grande proprietario terriero, istruito alle scuole superiori italiane di agraria di Pisino, madrelingua slava, (il termine “slava” viene usato per intendere il dialetto slavo di Neresine, assai diverso dalla lingua croata che non era conosciuta dal nonno).
- Nonna Bracco, di ricca famiglia, di madrelingua slava, analfabeta, capiva l’italiano ma lo parlava molto stentatamente.
- Sette figli, tre femmine e quattro maschi. Due femmine istruite dalle monache di Cherso.
- Dei quattro maschi, il primogenito ha studiato alle scuole superiori italiane di agraria di Pisino, come il padre; il secondogenito ha conseguito il diploma di Capitano di Lungo Corso a Lussinpiccolo, ma è morto in giovane età, a vent’anni; il terzo diplomato alle scuole superiori di economia di Trieste.
- Capofamiglia il primogenito, sposato con altra Soccolich di madrelingua slava, analfabeta, capiva l’italiano ma lo parlava stentatamente.
I numerosi figli del capofamiglia, hanno frequentato le scuole elementari italiane di Neresine, alcune delle figlie sono anche state istruite nelle scuole superiori del Collegio delle monache di Cherso. In casa, malgrado nonna e mamma parlassero solo il dialetto slavo, ai figli era fatto obbligo di parlare italiano, all’educazione dei nipoti provvedevano le due zie, per cui si venne a creare una situazione assai curiosa, i figli si rivolgevano a mamma e nonna in italiano e queste rispondevano in dialetto slavo. 8
L’esempio è stato illustrato per la sua tipicità, perché, più o meno, la stessa situazione si riprodusse anche nelle altre famiglie “ricche” di Neresine.
Il conflitto politico si accentuò allo scoppio della prima guerra mondiale, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Le autorità di polizia chiesero ai cittadini di Neresine che detenevano la “leadership” del partito croato e che ovviamente conoscevano perfettamente il paese, di compilare una lista di proscrizione contenente i nomi dei compaesani che si ritenevano a rischio di tradimento a favore dell’Italia. La lista fu compilata con zelo degno di miglior causa, e fu poi anche ritrovata da alcuni paesani alla fine della guerra nel convento francescano del paese, a seguito di un’azione di forza nello stesso convento, con relativa ulteriore aggressione ai frati; in essa erano contenuti i nomi di centinaia di persone, troppe perfino per le autorità austriache, per essere tutte deportate nei campi di concentramento allestiti per lo scopo. Il risultato concreto di questa delazione fu l’allontanamento delle persone “supposte italiane” dai pubblici incarichi, il cittadino neresinotto Soccolich Rodolfo, dirigente alle poste di Lussinpoccolo, fu licenziato, anche se il fratello minore era combattente in guerra. I cittadini della lista che dovevano andare in campagna a Bora col caicio, come consuetudine, dovevano prima presentarsi al gendarme del paese per denunciare il viaggio, perché non potevano muoversi dal paese senza permesso; alcune famiglie, per complessive 58 persone, uomini, donne e bambini, furono addirittura internate in campo di concentramento in Galizia, dove si registrò anche la morte di uno di loro.
Costante Camalich di Neresine e Domenico Maver di Ossero furono pretestuosamente imprigionati con Nazario Sauro a Pola, accusati di aver favorito la sua fuga.
Nessun cittadino di Neresine, croato o italiano che fosse, fu mandato sul fronte italiano, tutti andarono sul fronte russo. Un neresinotto addirittura disertò in Italia, tale Zuclich soprannominato Raicevich per la sua erculea forza e mole, dal nome di un allora famoso lottatore triestino.
Comunque, poiché “l’Austria era un paese ordinato”, i marinai che avevano una qualifica professionale di qualche rilievo, anche se “italiani” furono arruolati in marina. Caso emblematico fu quello di un compaesano, tale Valentino Bracco, diplomato capitano di piccolo cabotaggio dal Governo Marittimo di Lussiniccolo, che imbarcato a Pola su una nave cannoniera in qualità di addetto nella Santa Barbara al caricamento delle granate sul montacarichi del cannone di prua: quale “italiano” non poteva essere adibito a compiti di maggiore responsabilità! Nei primi giorni di guerra la cannoniera fu mandata a bombardare l’indifeso porto italiano di Porto Corsini (Ravenna). Gli italiani avevano comunque approntato in segreto dei nuovi sistemi di difesa per i porti romagnoli: erano i cosiddetti treni blindati, ossia treni con a bordo dei cannoni, in grado di spostarsi velocemente lungo il litorale. La cannoniera entrò indisturbata nello stretto porto di Porto Corsini e cominciò a sparare contro le strutture portuali ed i magazzini circostanti, tuttavia in poco tempo sopraggiunse il treno blindato che a sua volta cominciò a cannoneggiare la nave: in pochi minuti fu colpito il ponte di comando mettendo fuori combattimento gli strumenti di bordo, gli ufficiali e il comandante. Valentino sentendo che la nave era stata colpita scappò in coperta, e vista la situazione, corse al timone di emergenza a poppa e cominciò a manovrare la nave impartendo ordini alle macchine. Nella virata effettuata per fuggire dal porto, fu costretto a dirigere la cannoniera verso il treno blindato, questa manovra salvò la nave, in quanto avvicinandosi al treno, i cannoni non hanno più potuto colpire la nave nei punti vitali proprio per motivi di alzo balistico; durante queste operazioni fu comunque colpito da una cannonata che gli portò via il braccio sinistro; non perdendosi d’animo tagliò con la britola (coltellino a serramanico) un pezzo di camicia per suturare la ferita. e dopo essersi legato stretto il braccio per evitare l’emorragia, continuò a manovrare la nave con la mano rimasta, da provetto capitano marittimo quale egli effettivamente era, finché la portò fuori dal porto in salvo col resto dell’equipaggio. Al ritorno a Pola fu portato in ospedale dove venne curato. Il gesto fu molto apprezzato dalle autorità militari e politiche, vennero da Vienna le principesse imperiali a far visita al ferito, il braccio amputato fu simbolicamente sepolto nel mausoleo degli eroi di Vienna, le principesse vollero conoscere la giovane moglie del ferito e le diedero in regalo alcuni personali gioielli di notevole valore. Ma quando si trattò di pensare ad una decorazione, sorsero problemi di natura politica perché il Valentino era anche un attivista del partito italiano del paese, quindi invece di ricevere la medaglia d’oro ufficiale, come il fatto avrebbe richiesto, gli diedero in alternativa una grande croce d’oro massiccio, come segno di riconoscenza personale dell’imperatore Francesco Giuseppe.
Alla fine della guerra le due isole passarono sotto l’Italia. L’entusiastico tripudio della maggioranza della popolazione si manifestò con un grande raduno nella piazza del paese, dove al culmine della manifestazione, il cittadino Elio Bracco, leader riconosciuto del partito italiano e reduce dagli anni di guerra passati con la famiglia nel campo di concentramento austriaco, salito sul pozzo della piazza fece un discorso ricordando la recente persecuzione di cui erano rimasti vittima i “supposti italiani”, concludendo con la frase rimasta famosa: “la miglior vendetta è il perdono”, probabilmente anche in osservanza delle direttive del senatore del regno d’Italia per le terre riconquistate, di nome Salata, cittadino di Ossero e cognato dello stesso Bracco.
Sotto la sovranità italiana le attività del paese ripresero a svilupparsi in modo consistente, il traffico marittimo riprese vigorosamente verso Venezia, Chioggia, l’Istria, tutto l’Adriatico e perfino verso l’intero Mediterraneo. Iniziò una nuova stagione di prosperità.
Del nazionalismo croato non si sentì più parlare fino al 1945, anzi i “croati”, essendo cittadini di Neresine come tutti gli altri, tutti imparentati gli uni con gli altri, ripresero le attività consuete del paese come se nulla fosse successo.
Nei primi anni dell’amministrazione italiana molte famiglie, forse per reazione per le persecuzioni subite da parte dei paesani “croati” durante la guerra, o forse per reazione politica nazionalistica, si affrettarono a chiedere al tribunale di Pola il cambio del cognome, adottando i soprannomi come nuovi cognomi, così alcuni Soccolich diventarono Castellani, da Casteluagnevi, altri Soccolich divennero Rocchi, da Rocchicevi, alcuni Zorovich diventarono Menesini, da Menisicevi, alcuni Marinzulich divennero Zanetti, da Zaneticevi. Questa prima ondata di cambio di cognome è frutto di specifica scelta delle famiglie, da non confondersi con quella avvenuta parecchi anni dopo, imposta dal fascismo.
Qualche problema sorse con l’evento del fascismo, in quanto a Neresine le caratteristiche comportamentali delle varie famiglie si riproducevano con straordinaria regolarità genetica, così i problemi di fanatismo politico dimostrati sotto l’Austria dalla famiglia di un fratello Soccolich, che chiameremo “A”, contro gli “italiani”, si sono ripetute allo stesso modo dalla famiglia dell’altro fratello Soccolich che chiameremo “B”, contro i croati. La stranezza della natura umana!
La maggioranza delle famiglie “italiane” accolsero di buon grado il fascismo come avrebbero accolto qualsiasi altro regime o ideologia proveniente dall’Italia. Si verificarono comunque alcune discriminazioni, perpetrate da paesani nei confronti dei “croati” che avevano preso parte attiva nella precedente persecuzione, soprattutto verso i compilatori della famosa lista di proscrizione.
Quando il regime fascista decise di instaurare una forte politica di italianizzazione nelle terre ormai diventate Venezia Giulia, l’italianizzazione dei cognomi fu uno dei passi che le autorità del paese intrapresero con maggiore solerzia. È opportuno dire che questa non scaturiva da una norma di legge dello Stato, per quanto fascista, ma da direttive politiche del regime, malgrado ciò a Neresine, come probabilmente da altre parti, l’italianizzazione dei cognomi fu di fatto imposta dalle autorità locali, ovviamente anche iscritte al partito fascista, con minacce intimidazioni e quant’altro.
Va comunque detto che alcuni cittadini di Neresine, per quanto di “sentimenti italiani”, ma dotati di consistente consapevolezza civile, rifiutarono il cambio del cognome, forse anche perché in grado di fronteggiare le prevaricazioni dei zelanti funzionari.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale trovò il paese nel suo massimo sviluppo: con l’apporto dell’armamento navale e la conseguente espansione dei commerci, Neresine poteva ormai considerarsi un paese ricco.
La guerra ben presto distrusse tutto quanto costruito in tanti anni di lavoro, prima fra tutto la flotta.
Dopo l’armistizio dell’Italia nell’autunno del 1943, i “croati” del paese cominciarono ad organizzarsi, nella prospettiva e intento di assumere posizioni di potere dopo l’occupazione delle isole da parte delle milizie jugoslave, allacciando contatti con i partigiani comunisti di Tito. L’occupazione avvenne nella primavera del 1945.
I Neresinotti “croati” aderirono entusiasticamente al nuovo regime, senza entrare nel merito ideologico di quanto veniva imposto, d’altra parte qualunque ideologia sarebbe stata bene accolta, purché croata, in analogia a quello che era avvenuto anni prima ai Neresinotti “italiani” per l’ideologia fascista.
La prima azione dei “croati” di Neresine fu la compilazione e consegna alla polizia politica di una nuova lista di proscrizione, contenente praticamente i nomi di tutti gli “italiani” del paese; successivamente l’elenco fu rivisto dietro caldo suggerimento degli anziani più saggi, consapevoli di mettere a repentaglio la vita anche di parenti stretti. Il risultato immediato di questo fu l’imprigionamento delle persone più in vista del partito italiano, con la mandata nelle foibe istriane di due tra questi.
I capi del partito croato si affrettarono ad iscriversi al partito comunista, d’altra parte non avrebbero potuto ambire a posizioni di potere senza questa adesione; infatti, si “diedero da fare” per mettere in pratica le direttive del regime, che non erano altro che il contenuto del famigerato “Piano Cubrilovic” sulla pulizia etnica, elaborato dal ministro di Tito di questo nome. Per la conoscenza di questo piano si rimanda alle documentazioni storiche specifiche, ormai diffuse anche su Internet.
Purtroppo i capintesta “croati” (non più di una quindicina di persone) di Neresine,9 non avevano un bagaglio culturale sufficiente per entrare nel merito di quello che erano comandati a fare; infatti, nessuno di loro aveva un titolo di studio superiore alla quinta elementare, quindi l’esodo e la conseguente rovina del paese può certamente essere addebitata in una certa misura anche a loro. La conferma di ciò viene data dal loro successivo comportamento civile ed etico: a fronte di un repentino abbandono della religione degli avi, di professione di ateismo, di celebrazione di matrimoni civili, nel primi anni del regime comunista, assistiamo ad un ritorno immediato alla religione, subito dopo la morte di Tito ed il crollo del comunismo, alla ricelebrazione del matrimonio in chiesa da vecchi (prima della morte ….?) ed al ritorno in chiesa per assistere devotamente alle funzioni religiose dal primo banco.
In conclusione dobbiamo dire che accadde che gli “italiani”, tra il 1946 e il 1956 se ne andarono per sempre dal paese, i primi, tra il 1946 e il 1951 scappando clandestinamente, alcuni con piccole barche attraverso l’adriatico, altri altrettanto avventurosamente attraverso le campagne dell’Istria, altri poi con regolare permesso di espatrio a seguito di insistite e reiterate domande di opzione per la cittadinanza italiana. A onor del vero bisogna dire che anche molti “croati”, quando hanno compreso che il nuovo regime aveva abolito la libera iniziativa, la religione e la proprietà privata, non potendo più optare perché dichiaratisi apertamente croati, decisero di scappare comunque in Italia, per poi emigrare eventualmente in America, Australia, Canada, ecc.
Per chiudere l’argomento della questione politica a Neresine, di cui si parla in questo capitolo, dobbiamo affermare che essa era dovuta in passato, come lo è tuttora, al solo nazionalismo integralista croato; infatti il nazionalismo italiano, come ampiamente e documentalmente riscontrato nella storia del paese, è sorto come reazione a quello croato, imposto dall’esterno. Non può tuttavia essere sottaciuto in questa sede, che il principale promotore e sostenitore del nazionalismo croato in paese, è sempre stato il clero della chiesa cattolica.
In occasione del funerale di un’anziana paesana “italiana” molto religiosa e di madrelingua italiana, avvenuto del 1990, i parenti venuti dall’Italia per la triste circostanza, dopo la cerimonia in chiesa recitata in lingua croata, hanno chiesto al parroco, (nativo di Sansego e perfettamente parlante la lingua italiana), di dire una preghiera in italiano prima della sepoltura nel cimitero del paese, pensando che la defunta l’avesse gradita; a questa richiesta il parroco ha risposto con un rifiuto, al che parenti e paesani hanno comunque provveduto spontaneamente a recitare alcune orazioni di circostanza nella lingua dell’estinta. Evidentemente, sul versante nazionalistico, il comportamento del clero a Neresine era rimasto immutato rispetto a quello, già raccontato, del lontano fine secolo XIX.
E ancora. Durante l’ultima guerra di secessione della Jugoslavia del 1992, il frate “francescano” del convento, l’unico allora rimasto in paese, per stimolare l’arruolamento dei giovani nelle milizie croate in guerra, ripeteva spesso che “per la patria vale la pena di morire”.
A conferma di quanto sopra, si può raccontare della festa di commemorazione dei 500 anni della fondazione del convento e della chiesa di S. Francesco di Neresine, celebrata il 10 agosto 2003. La festa è stata un’altra evidente dimostrazione che l’irrazionale attivismo nazionalistico del clero cattolico croato non si è ancora stemperato, neppure alla luce delle immense tragedie che ha prodotto, anche nella storia più recente; neppure di fronte all’auspicata entrata della Croazia nella Comunità Europea, condivisa anche dalla maggioranza della sua popolazione.
La festa, che aveva lo scopo dichiarato di raccontare e celebrare la storia del convento nei cinque secoli della sua esistenza, si è svolta fondamentalmente in due giorni: il sabato 9 agosto è stato dedicato allo svolgimento in chiesa di una conferenza, per illustrare gli aspetti, storici, religiosi e sociali, che avevano caratterizzato la vita dei frati, del convento e dell’intera comunità dell’area paesana e del circondario. La domenica 10 agosto è stata invece dedicata all’aspetto prettamente religioso, con Messa Solenne in chiesa, celebrata dal Vescovo.
La conferenza del sabato, durata quasi tre ore, dalle 17 alle 20, è stata caratterizzata da numerosi interventi di dotti storici ed esperti, d’estrazione religiosa e laica, invitati per l’occasione. Alla conferenza ha assistito una parte della popolazione di Neresine, tutti i Neresinotti residenti all’estero, presenti in paese per le vacanze estive, e molti turisti.
Quale padrone di casa, il padre provinciale ha fatto da anfitrione alla conferenza. I primi interventi sono stati quelli dei dotti religiosi, e tutti sono stati vittime, inconsapevoli o meno, del “chiodo fisso” del nazionalismo croato, raccontando della lingua croata nella liturgia, alludendo addirittura in un del tutto improbabile glagolito, ignorando, come la storia ci testimonia, che nei primi 450 anni della chiesa (dal 1505 al 1945), l’uso della lingua croata nella liturgia è stato marginalmente applicato soltanto per meno di 30 anni, e mai nella celebrazione della Messa. Con riferimento alla chiesa di S. Francesco, tutti i religiosi hanno parlato dei fedeli croati, qualcuno anche di patria, a nessuno è venuto in mente di parlare di fedeli quali esseri umani. Lo stesso anfitrione non si è esentato dal lanciare qualche frecciata polemica in chiave nazionalistica, incomprensibile dato il contesto e l’attuale epoca storica. Nessuno comunque ha parlato di carità francescana, di fratellanza, di pace, o comunque degli ideali francescani su cui si fonda anche l’Ordine dei Frati Minori Osservanti; omissioni queste, abbastanza rilevanti, visto il contesto, soprattutto alla luce dei gravi conflitti politici che hanno coinvolto il convento, per un certo tratto della sua storia. Gran parte degli altri interventi hanno riguardato argomenti, che avevano poco a che fare con lo sopo commemorativo dclla conferenza. Ci sono stati anche due interventi in lingua italiana, svolti da cittadini italiani, certamente con l’intenzione di fare atto di cortesia agli “italiani” presenti. Uno di questi (Zucchi con padre di Neresine) ha trattato argomenti che potrebbero riguardare in qualche modo il paese, ma che non avevano molto a che fare con lo scopo del convegno. L’altro (tale Nicoletti), ha cercato di riempire lo spazio assegnatogli mettendo insieme qualche argomento, raccolto frettolosamente qua e là, di qualche pertinenza …, occupandosi anche di aspetti costruttivi del complesso, peraltro raccolti superficialmente da lavori di altri, dimostrando che di chiesa e convento non si era mai occupato personalmente, confermando anche, e non poteva essere altrimenti date la fonti a cui è ricorso, che la costruzione non poteva essere iniziata prima del 1505. L’unico intervento della conferenza che ha ampiamente ed esaurientemente trattato anche della storia della chiesa di S. Francesco e annesso convento dei frati, è stato quello di una professoressa di cultura laica, che ha anche lei ben chiarito che l’inizio della costruzione del complesso non poteva essere avvenuto prima della fine dell’anno 1505.
Gli altri interventi sono stati dei discorsi di circostanza, previsti probabilmente solo per dare una certa visibilità ad alcuni personaggi ….
Naturalmente le quasi tre ore di conferenza, si sono svolte rigorosamente in lingua croata, a parte i due in italiano precedentemente citati, non tenendo conto che la maggioranza dei veri neresinotti presenti, che pur amando profondamente il paese, la chiesa e relativo convento, non erano in grado di capire il croato, anche se conoscono la parlata slava di Neresine, ma parlano l’italiano e/o l’inglese. Tra i presenti in chiesa, sono stati contati ben 43 compaesani residenti all’estero dalla fine dell’ultima guerra, nati tutti a Neresine da genitori neresinotti; addirittura questi sono risultati in maggioranza rispetto ai compaesani residenti, aventi le stesse caratteristiche genetiche (nati a Neresine da entrambi i genitori neresinotti). Erano presenti anche circa 10 italiani con un solo genitore di Neresine e un certo numero di turisti italiani amanti del paese. Considerando che tutti i neresinotti presenti, residenti o non, conoscevano bene l’italiano, sarebbe stato, per lo meno normale, prevedere un intervento, come quello della professoressa, che spiegasse la storia dei 500 anni del convento, anche in italiano. A questo proposito non è irrilevante osservare che, tra le molte iscrizioni esistenti nell’intero complesso chiesa-convento, non una è scritta in croato o altre lingue slave, ma tutte in latino e in italiano, archivio del convento compreso.
NOTE
1) Questa storia ha un seguito abbastanza buffo: nel 1918, quando le isole passarono sotto la sovranità italiana, la ormai
ventitreenne Vittoria Romana fu ribattezzata, per fugare ogni dubbio in merito al buon fine del battesimo, a suo tempo impartitole tra grandi contestazioni.
La storia di questo battesimo (o di altro analogo, la sostanza non cambia), ha avuto un certo clamore anche al di fuori dei confini isolani. Negli archivi è stata trovata la copia del giornale di Zara “IL DALMATA”, N° 20 del 9 marzo 1895, che contiene il seguente articolo: “– UN FRATE MODELLO – Cappellano della borgata di Neresine (Ossero) è un certo padre Smolje, energumeno croato di prima forza. Giorni fa egli rifiutò il battesimo ad un bambino, poiché il padre richiedeva che la cerimonia si facesse in latino, non comprendendo un acca di croato. Se non si fosse interposto il Podestà coll’intervento presso il decano di Ossero, quel povero bimbo sarebbe tuttora senza battesimo.”
2) Delle gesta del Volarich si parlò a lungo nei giornali della provincia. Nel “Dalmata” di Zara del 21 maggio del 1902 appare il seguente articolo (nda: viene sempre citato il “Dalmata” perché da quando sono stati aperti al pubblico gli archivi di Zara di questo giornale, sono stati ritrovate, solo qui, le vecchie cronache del tempo che ci riguardano): – “NERESINE E I PRETI CROATI. Chiunque segua con interesse d’amore lo svolgersi agitato della vita provinciale, avrà notato come la ridente borgata di Neresine sia una delle più travagliate dalla propaganda politica dei preti croati, e come essa da ben tre lustri abbia lottato con fede ed accanimento, e finora sempre vincendo, contro i loro tentativi. I quali furono incominciati dai degni predecessori dell’attuale vescovo di Veglia Mahnic, che mandarono fra quella ottima gente dei degnissimi ministri di Dio. Vanno citati tra gli altri il Kirincic, il Trinajatic, lo Smolje, il Maricic, odiatori, anche adesso, lontani da Neresine, di quanto sa d’italiano e quindi sacerdoti modello. Mons. Mahnic, tanto per seguire le orme dei predecessori, regalò a questa buona popolazione, nella persona di Luigi Volaric, appassionato sognatore della santa Croazia, il quale ne fece di crude e di cotte, e la stampa provinciale ebbe più volte ad occuparsi di lui. Vi dirò dell’ultimo suo atto d’intolleranza che onora anche il suo santo superiore, il vescovo Mahnic. E l’atto è questo: Un possidente di Neresine, Gaetano Bracco, volle regalata la chiesa della sua nativa borgata, di un altare (nda: l’altare della Sacra Famiglia in Duomo). Nell’anno 1899 egli esaurì tutte le pratiche necessarie presso la curia vescovile, e chiese l’assicurazione che l’altare verrebbe benedetto in lingua latina. Il vescovo Mahnic non gli rispose in modo soddisfacente, ma gli promise che l’altare verrebbe benedetto in latino, aggiungendo che la consacrazione o benedizione, sia di chiese che di altari, non può venir fatta che in latino!!! Il 28 marzo, i lavori dell’altare, veramente splendido, erano compiuti, e alla sera il Bracco pregò don Volaric di fissargli il giorno per la benedizione dell’altare, che disse sperare verrà fatta in latino. Il pretino diventò rosso come un gambero cotto e protestò che mai avrebbe adoperato il latino per benedire l’altare; se il Bracco non fosse soddisfatto, ricorresse entro il perentorio termine di quindici giorni. Era il ringraziamento del clero croato per l’azione encomiabile, perché pietosa. Il Bracco protestò con tutta l’energia contro l’ukase non già presso il vescovo, da cui si sarebbe invano atteso una risposta, ma presso chi può chiamare il vescovo all’adempimento dei suoi doveri e al mantenimento della parola data.” Dagli altri fatti narrati e da questo, che probabilmente fu la goccia che fece trabboccare il vaso, scaturì la spedizione di una delegazione di Neresinotti, prima a Venezia dal Patriarca Sarto e poi a Roma dal Papa, già raccontata in queste pagine. Comunque, come già detto, il vescovo Mahnich fu poi destituito dal nuovo papa Pio X, e richiamato a Roma dove rimase fino alla morte.
3) Il funerale di Antonio Sigovich e di sua moglie fece grande scalpore anche fuori paese, tanto da farne parlare alcuni giornali della regione. Il giornale “IL DALMATA” di Zara diede grande rilievo al fatto, denunciando pubblicamente il comportamento del frate, padre guardiano del convento francescano di Neresine, al secolo Padre Luciano Lettich. Negli archivi di Zara è stata trovata la copia de “IL DALMATA” n° 99, Zara 15 dicembre 1906, in cui è pubblicata una goffa lettera di giustificazione del Lettich, che per dovere storico viene riportata: –
“Venni accusato in alcuni giornali di non aver voluto accettare in chiesa le salme dei Sigovich, e venni adombrato perciò come politicante.(Nda: il plurale viene usato perché nella stessa notte morì il vecchio Antonio Sigovich e sua moglie Nicolina, quindi le esequie riguardavano due persone).
Non che io non voleva, ma non poteva accettare un cadavere, accompagnato senza croce e senza prete, e ciò in forza alle leggi canoniche, e, dopo la tumulazione, feci il funerale in latino (sic), come desiderava la famiglia.
Io in questa questione non ci entro per nulla, perché chiaramente dissi agli eredi Sigovich: “io farò il funerale in latino. Ma se voi volete fare il funerale, o meglio accompagnare i cadaveri senza prete e croce, io non li posso accettare in chiesa, perché ciò è contrario alle leggi canoniche”. Ed essi se ne persuasero ed andarono in santa pace. Ora perché ricolpano me, che feci come doveva fare, mentre lo stesso feci il funerale in latino?
Io sono tutt’altro che politicante, anzi procuro di accontentare tutti, essendo neutrale in tali questioni, tanto è vero che io sono in paese in buona armonia con tutti i neresinotti, e lo prova questo fatto.
Dopo sette anni il Ministero del Culto ed Istruzione restaurava questo rudimentale campanile, unico capolavoro in tutte le isole del Quarnero. Espressi il desiderio alla popolazione di fare un nuovo concerto di tre campane nuove, essendo le attuali stonanti. Tutti si sono persuasi, e già i neresinotti di qui ed i dimoranti in America, concorrono alla spesa, sicché una spesa di 3000 corone sarà coperta dai soli neresinotti. Se io dunque fossi un politicante partigiano, mai potrei ottenere simili risultati, perché la maggioranza della popolazione è di sentimenti italiani.(nda: detto da lui c’è da crederci). Neresine di Lussino – P. Luciano Lettich Guardiano”.
La lettera soprariportata ci fa purtroppo comprendere la malafede di Padre Lettich; infatti, fu lui che, trasgredendo alle disposizioni del Ministero del Culto di Vienna, emesse specificatamente per la scuola di Neresine, si ostinava ad impartire le lezioni di religione agli alunni della scuola elementare italiana in lingua croata, eppure l’italiano lo conosceva bene, come si evince dalla sua lettera, tant’è che l’anno dopo la questione sfociò nella scomunica del corpo docente e delle autorità scolastiche provinciali, come è ben spiegato in altra parte. Tra l’altro, l’iniziativa di sostituire le campane stonate è stata promossa dalla popolazione ben prima del suo arrivo a Neresine, e si concluse felicemente soltanto 24 anni dopo, nel 1930.
Nella tomba dei Sigovich si leggeva fino al 1978, incisa sulla lapide di pietra bianca sormontata da una grande croce, la seguente iscrizione: – “Un requiem, pio visitatore, sulla tomba dei coniugi venerandi Antonio e Nicolina Sigovich. L’uno di anni 94, l’altra di anni 84, che dopo 64 anni di coniugal sodalizio, nella notte dal 24 al 25 novembre 1906 muniti dei conforti religiosi s’addormentarono in Dio. In vita ossequienti agli ordini del Sommo Pontefice, essendo loro negate le esequie in lingua latina, s’ebbero entrambi, tra il generale compianto, funerali privati. I figli addolorati questo ricordo posero.” La tomba fu ristrutturata nel 1978 e la lapide inglobata nella nuova struttura, tuttavia l’epigrafe fu trascritta e conservata dai discendenti.
4) Nei principali paesi dell’isola di Lussino, ossia Lussinpiccolo e Lussingrande, la politica di croatizzazione era cominciata un po’ prima, e mal veniva tollerata, sia l’imposizione dall’alto di persone scelte dalle autorità governative per le principali cariche civili, ma soprattutto erano invise dalla popolazione, quelle religiose imposte dalle autorità Diocesane. A Lussingrande accadono fatti che vale la pena di raccontare, riportando tal quale, il brano che narra questi avvenimenti, tratto dal libro Storia documentata dei Lussini del Dott. Matteo Nicolich, contemporaneo ai fatti e quindi testimone attendibile, anche perché oculare: - “Dopo la morte del benemerito vecchio Parroco, accaduta nell’anno 1845 la popolazione di quella città aveva divisato di dargli a degno successore il Rev. Don Antonio Ragusin. che godeva nel paese la pubblica stima. Vi fu però chi, secondato dall’intrigo di qualche influente funzionario, non si peritò di sfidare l’opinione pubblica, ed a proporre a Parroco Don Stefano Antoncich che, sebbene patriota, viveva però da molti anni lontano dalla patria e reggeva la parrocchia di Buje. La fama non gli suonava favorevole, e perciò si ebbe aperta opposizione per parte del popolo, mentre lo sostenevano i pochi suoi amici o parenti, e tutti i pubblici impiegati. Nel maggio 1845, convocata l’adunanza popolare per l’elezione del Parroco, il solo proposto Don Stefano Antoncich fu assolutamente scartato con tre quarti de’ voti del popolo, ed acclamarono a loro pastore il prediletto loro Ragusin. L’espressione di un tale pubblico voto avrebbe dovuto rendere oculati tanto il Governo, quanto l’Ordinario Vescovile; ma questi incaponiti a sostenere il loro candidato, anzi che aprire nuovo concorso, come era loro dovere, a dispetto dei voti contrari del popolo, lo insediarono qual capo della Parrocchia.
La popolazione si lagnò amaramente di tale insolente dispotico atto, ma ne’ tempi che correvano ha dovuto pure accomodarsi alla volontà degli stranieri, e tenersi a suo dispetto l’inviso parroco. L’inaspettata pubblicazione della Costituzione a Vienna nel 1848 diede coraggio ai cittadini di Lussingrande di sollevarsi dal molesto incubo del Parroco Antoncich; e perciò nel giorno 25 marzo 1848, ordita bene la trama della vendetta, una gran folla di popolo dopo la Messa solenne, si soffermava nel piazzale della chiesa parrocchiale per udire alcuni proclami governativi, o piuttosto per mettere in esecuzione il fatto progetto. Infatti tra le acclamazioni all’Imperatore ed alla Costituzione proclamata, si alzò il grido che invitava a deporre il Parroco, ed a questo segno convenuto, rientra in chiesa la folla, e conducendosi seco il Rev. Don Antonio Ragusin, che tutti desideravano a proprio Parroco, si dirige all’uffizio Comunale. La si alzano nuovi rumori, che reclamano l’immediata dimissione dell’Antoncich, e la sostituzione in suo luogo del Ragusin. L’autorità locale restò perplessa e titubante, ma alla fine dovette cedere alle esigenze del furente popolo, e si trovò indotta ad estendere un protocollo, che firmato dalla moltitudine raccolta sulla piazza e nella casa comunale, stabiliva le dimissioni del Parroco, il quale visto il brutto tiro, pensò bene di sottrarsi colla fuga, e salvarsi a Lussinpiccolo.”
Recentemente in una trasmissione della radio di Lussinpiccolo è stato rievocato quest’episodio di storia locale, raccontando abbastanza fedelmente i fatti, ma invertendo i ruoli: il popolo era diventato quello che per patriottismo voleva il parroco croato Ragusin, mentre le autorità governative e le autorità diocesane di Veglia erano quelle che avevano imposto il parroco italiano Antoncich.
5) Per completezza d’informazione viene riportato integralmente il brano principale della direttiva di padre Smolje riguardante questo argomento: – “Tutte le funzioni in chiesa si fanno in croato dal Bogosluzibenik oppure dallo schiavetto, escluso la Messa in latino e la processione del Cordone, ch’è un miscuglio di latino e croato. I Verperi, il Mattutino dei morti e l’assoluzione dei cadaveri, la sequentia Dies Irae, l’epistola e l’evangelo tutto in croato. Perché poi si cantino anche i Vesperi in croato, la ragione è questa: perché il vespero si canta per la popolazione, e in luogo del Rosario; nelle maggiori solennità si fa col Vespero.
L’esposizione del SS. Sacramento e pure in croato …. Il Mattutino dei morti in croato, perché prima della mia venuta soltanto i salmi si cantavano in latino e tutto il resto in croato. Il che era ridicolo due lingue in un medesimo canto. I superiori quindi procurino di attenersi a quei usi che trovano e continuino; perché qui si dovette molto a combattere, a loro sarà facile quando diranno: come ho trovato non voglio mutare e non posso; se avevate qualche motivo, dovevate a bel principio ricorrere a chi s’aspettava, e così eviteranno dispiaceri a se e ai loro successori: i primi hanno combattuto per i posteri. Si deve avere anche questo di mira che nella Cappellania si fa pure in croato, e quindi facendo in latino in convento sarebbe antagonismo in questi tempi dolorosi tra partito e partito: dakle slosno (perciò d’accordo). E poi in convento comandiamo noi e non i partiti”.
6) A seguito dell’infittirsi dei conflitti di tipo nazionalistico nell’ambito della Chiesa Cattolica in Dalmazia, il 17 giugno 1905 Il Cardinale Segretario di Stato, per ordine del Papa Pio X, mandava una lettera accorata e vibrata al Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Francescani, ingiungendogli di intervenire energicamente per far desistere i religiosi delle due provincie dalmate, dal partecipare al movimento a favore del croato nella liturgia. Nella lettera, tra l’altro è detto: “Invece di attendere con lo spirito di S. Francesco al vero bene delle anime, mantenersi lontani dalle nefaste opere di parte e portar da per tutto la calma e la parola di amore e di pace, i Frati Minori di quelle due provincie si uniscono agli agitatori, per forzare la S. Sede ad ulteriori concessioni riguardo il privilegio del glagolito. Anche recentemente, malgrado gli avvertimenti fatti giungere a quei religiosi dalla S. Sede, per mezzo della P. V. R.., ma di tenersi estranei a simili incresciosi movimenti; malgrado la lingua latina nella S. Liturgia sia sempre gelosamente conservata nell’ordine e nelle chiese dipendenti dai Frati Minori in Dalmazia, il R..mo Min. Provinciale dei Frati Minori in Dalmazia, il R..mo Min. Provinciale dei Frati Minori di Spalato Fr. Pietro Perkovich, ed P. Vicario Provinciale di Zara Fr. Bonaventura Skunka, per mezzo dell’Arcivescovo di Zara, hanno fatto giungere alla S. Sede una Memoria sottoscritta fra altri anche da essi, in opposizione ai decreti emanati su tale materia dalla Congregazione dei Riti. Quello che più duole è l’iniziativa dei due anzidetti Religiosi e di altri, come è stato riferito alla S. Sede, e resa di pubblica ragione dai giornali croati, quasi a rinfocolare maggiormente le passioni. Ora Sua Santità vuole assolutamente che questo disordine, grave sempre, ma gravissimo per oggi e per le circostanze che lo accompagnano e per le persone che lo commettono, abbia e cessare definitivamente, e al più presto.” (Dall’archivio del convento dei Frati di Neresine - ricerca storica di Vittorio Meneghin).
7) Nel censimento della popolazione eseguito dal Governo Autriaco alla fine del 1910 nel comune di Neresine risiedevano 1665 abitanti, di cui 1290 italiani e 375 croati. Nel successivo censimento della fine del 1921 gli abitanti risultavano 1704, di cui 1648 italiani e 56 croati. (Anche da qui si può vedere come le convinzioni politiche possano fluttuare da un versante all’altro, a seconda dei tornaconti personali delle persone).
8) La cocciuta e radicata divisione politica instauratasi tra “presunti italiani” e “presunti croati”, ha avuto una simpatica “nemesi” nell’ambito della stessa famiglia: – Una delle due zie (nda: era zia di mia madre) che curava l’educazione dei nipoti e imponeva loro di parlare solo in italiano, si innamorò del maestro della scuola elementare croata di Neresine e da lui fu altrettanto intensamente ricambiata. Il maetro invero era un bell’uomo, persona molto dolce, distinta e di buona cultura; si sposarono felici e contenti, ma lei non perse mai la forte grinta e non parlò mai in croato col marito, lui di buon grado la assecondava, anche perché parlava perfettamente l’italiano. Quando nel 1918 le isole passarono sotto la sovranità italiana, il maestro croato dovette rientrare nella natia Basca (Veglia), rimasta sotto la sovranità del neocostituito regno di Jugoslavia, perché in Italia non avrebbe potuto esercitare la sua professione di insegnante. La moglie, sempre più innamorata del marito lo seguì, malgrado il suo “fanatico” nazionalismo italiano. I due si stabilirono successivamente a Susak (Fiume) e vissero fin tarda età felici ed in buona armonia. Ai figli lei insegnò ostinatamente l’italiano e continuò per tutta la vita a parlare in casa la sua “madre lingua”. In famiglia erano molto religiosi, e spesso recitavano il Rosario in casa, il marito iniziava solitamente la prima parte dell’Ave Maria in croato e lei concludeva sempre e puntigliosamente la seconda parte della preghiera in italiano, e ciò fino alla più tarda età.
9) Coll’instaurazione del regime comunista di Tito, a Neresine fu subito istituito il “Narodni Odbor” (Comitato popolare), che assunse il controllo amministrativo e politico del paese. Membri del primo Odbor furono, come a titolo di onore viene ricordato da Emver Imamovich nel suo libro “Nerezine na otoku Losinju”, i drugovi (sic) (compagni): Ivan Zorovik (Scrivanelo), Gavde Sokolik (C’uc’uric’) , Ivan Rukonik (Zimic’), Ivan Satalik, Dinko Rukonik (Limbertic’), Drago Sokolik (C’uc’uric’ de Suria), Gavde Sokolik (Divi Tovuar) e Kirin Sokolik (Bobar). (Nda. I soprannomi sono stati aggiunti dall’autore per miglior comprensione).
ASPETTI ETNICI
Negli ultimi anni, si è molto parlato e scritto, e si continua a parlare, dell’appartenenza etnica della popolazione di Neresine, spesso con obiettivi finali già prefigurati. A parte il fatto che non ha ormai più molto senso parlare d’appartenenze etniche, specialmente alla luce della sempre crescente integrazione tra le varie popolazioni europee ed extraeuropee, vale comunque la pena, a proposito di Neresine, trattare, anche se in modo non approfondito, la questione, perché essa continua ad essere un cavallo di battaglia per i più convinti nazionalisti croat